Individuo/società43

23 Settembre Set 2017 1532 23 settembre 2017

Disagio diffuso e condizione umana al tempo presente

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SOLITI CRIMINI PER NUOVI DISAGI

La recente tragedia di Ascoli Piceno, dove una donna di settant’anni, Irma Giorgi è stata assassinata dal nipote Virgilio Cataldi, un quarantenne con diagnosi psichiatrica, ripropone la questione dell’assistenza sanitaria e del sostegno a persone con disabilità psichica. Nel caso di Giorgi dove le allucinazioni uditive e la de-realizzazione a sfondo religioso hanno portato all’uccisione della zia, siamo di fronte ad un caso di psicosi “calda”, classica si potrebbe dire, mentre la nuova emergenza del disagio sociale si orienta piuttosto verso la diffusione di psicosi “fredde”, cioè vissuti semi-patologici che sono delle sintesi tra la deroga morale reiterata, il piccolo crimine di coscienza e la facile estorsione di licenze al nostro io debole che trova in se stesso il principale assolutore delle sue insolvenze. La frequenza di fatti come quello citato si fa indice di una condizione sociale di aumentata violenza, predisponente al facile passaggio all’azione criminale ed alla deroga nel controllo della propria aggressività. Il tema ne richiama un altro più generale, vale a dire se il necessario per realizzare una condizione qualitativa normale per chi vive nell’attuale società complessa possa o meno avere limiti e chi debba fissarli. Il tema riguarda la definizione degli elementi di cui necessitiamo per fare di noi stessi soggetti liberi di vivere la propria vita. Ogni epoca definisce gli elementi di questo processo e pone limiti al loro eventuale superamento, ma noi sembriamo vivere un tempo dove non solo diviene lecito ogni superamento del limite stabilito, ma dove appare difficile evidenziare un minimo accordo di base su ciò che debba considerarsi “civiltà” al punto che la nostra non appare più una società in crisi, ma ormai esiste “in quanto crisi”. Il tema dei rapporti tra psiche e dinamiche sociali oggi vede gli studiosi divisi in due campi interpretativi: da un lato ci sono coloro che sostengono che l’uomo è sostanzialmente lo stesso di sempre, certamente in un contesto assai diverso da quelli conosciuti in precedenza, spesso in chiara opposizione con le sue tendenze “naturali” e che subisce –da almeno quattro secoli - una pressione socio-culturale che si è dato da se così forte che si vede costretto a proporre delle versioni del tutto inedite del proprio stare al mondo. Chi pensa così sostiene che una delle soluzioni dei problemi che soffriamo al tempo presente sia il ritorno a forme di identità, comunità, sensibilità, passionalità precedenti l’inizio della fase di estrema accelerazione che i sistemi sociali hanno inferto alla condizione umana a partire dalla prima rivoluzione industriale. Poi ci sono coloro che sostengono una tesi diversa: l’effetto soglia è stato già superato e noi ci troviamo di fronte agli evidenti effetti di una mutazione antropologica dove in gioco non ci sono tanto le caratteristiche, magari reversibili, di una trasformazione locale dell’uomo, ma una radicale alterazione della forma di vita oggi possibile che dalla morale alla politica, dall’ambito familiare alla degradazione dell’ambiente si mostra incapace di arrestare un inquietante flusso degenerativo. Se Freud aveva un mondo “a bocce ferme” e poteva lavorare su psicosi calde noi oggi viviamo la freddezza normalizzata di disagi sociali diffusi che hanno frantumato gli schemi interpretativi della clinica psicologica e che hanno azzerato il pensiero simbolico. La comprensione del presente si lega dunque alla necessità di osservare i nuovi disagi degli individui sullo sfondo di uno sconvolgimento culturale profondo che rende più oscuri i rapporti tra la dimensione psichica e quella sociale. Se la ricerca del significato delle azioni lascia il posto alla loro intercambiabilità in una esperienza ridotta a mosaico dei possibili, la modularità, cioè la ricerca di uno stato d’animo confacente alle attese collettive circa il mio comportamento, prenderà il posto della faticosa traduzione dei sintomi in strategie che mi consentiranno di raggiungere un nuovo equilibrio con me stesso contenuto nella sofferenza che esprimeva un obbligo di cambiamento. Modularità significa che ho la pillola che spegne la profonda necessità della mia trasformazione preferendo esser condotto nel porto tranquillo della routine, rinviando l’appuntamento con la mia verità psichica sapendo che non perderà occasione per tormentarmi. Così la normalizzazione dello psicofarmaco evita la drammatizzazione del mio disagio spingendomi a risalire alle sue cause remote, conducendomi ad una cronica convivenza con le mie difficoltà che comporta comunque una diminuzione della mia libertà inscritta in una blanda dipendenza farmacologica. In più, la digitalizzazione dei contesti di vita agisce sulla solitudine di massa originata dalla deriva idolatrica dell’io e trova nel mercato digitale una drammatica cristallizzazione sociale garantita dalle dinamiche organizzative puramente procedurali dell’economia che ragiona per incrementi di PIL in cui non compare la mia vana ricerca di felicità, ma solo l’aumento dei costi sanitari per consumo di psicofarmaci . Tuttavia, il prototipo dell’uomo normalizzato dallo psicofarmaco e ridotto al corretto esercizio delle sue competenze sociali disegna una patologia inedita, la “normopatia”, cioè la rinuncia alle emozioni, con la rappresentazione che gli altri si fanno di me che diviene l’unico modo di accesso che tengo aperto con me stesso. Questa patologia per troppa normalità in che rapporto si trova con la nuova normalità a base informatico-elettronica della nostra vita? Qualche anno fa la Corte Costituzionale tedesca in un famoso pronunciamento stabiliva che non è possibile inserirsi nei dati del PC di una persona (magari in odor di terrorismo) perché l’utilizzo dei mezzi informatici ormai “fa parte dell’armoniosa e libera costruzione della propria personalità”. Se la persona diventa dunque un “ibrido” sospeso tra analogico (corpo) e competenze comunicative (digitali), perché non concedersi alla dittatura dolce dello psicofarmaco che delle tecniche farmaceutiche è probabilmente una delle migliori espressioni? Se manca un senso condiviso, difeso da simboli collettivi ai quali riconduco le mie azioni anche il fenomeno del Sexting, - lo scambio in rete di immagini intime che riguarda centinaia di adolescenti - non traduce in comportamento una certa esasperazione psichica tipica del nostro tempo come delle performances artistiche di una Marina Abramovic, che accanendosi sul suo corpo, fa irrompere sulla scena il reale in tutta la sua violenza? Inoltre i sistemi sociali hanno sempre basato se stessi sulla limitazione dei desideri individuali, ma la loro autonomia da regole politiche e da vincoli morali ha fatto si che si mutassero in potenti acceleratori delle pulsioni al consumo ed al guadagno che, elette a motore della libera costruzione di se grazie agli abbondanti materiali del senso comune, stanno mutando l’assetto psico-affettivo degli individui. Se l’offerta identitaria della nostra cultura decide di assottigliare lo spessore umano delle traiettorie di vita per guadagnare la moltiplicazione del loro esito sociale, noi consegniamo la nostra realtà alle macchine sociali (Politica ed Economia) che meglio interpretano questa tendenza oscillando tra il culto dell’uomo pubblico e quello dell’uomo privato. Dato che la nostra umanità non è un capitale, ma un lavoro che ci vincola alla sua continua rigenerazione, l’uomo psicologico vittima della società del disagio fa diretta esperienza della mancanza del racconto che lo esprime e dei simboli che lo identificano. Acuisce la sua sensibilità, ma poco gli è concesso nella modifica del quadro esistente. Sognato dalla cultura europea di qualche secolo fa, il nostro è un mondo che ora produce disagio diffuso nonostante le sue premesse di progresso e di diritto. Se il nostro mondo fu il sogno di qualcuno, per molti di noi ha assunto la trama di un incubo. I tanti, ripetuti fatti di cronaca non fanno altro che ricordarcelo. Ne vorremmo uno deverso, ma ci riesce difficile semplicemente immaginarlo.

Rossano Buccioni

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