Individuo/società43

1 Ottobre Ott 2017 1521 01 ottobre 2017

MI FORMALIZZO, DUNQUE ESISTO

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NONNA GIUSEPPINA ED IL BULLDOZER BUROCRATICO

La vicenda della sig.ra Giuseppina Fattori, la novantacinquenne abitante di una frazione di Fiastra nelle Marche, costretta ad abbandonare la casetta di legno dove aveva trovato riparo a seguito del terremoto del Centro Italia è assai indicativa del modo in cui pensano le Istituzioni e più in generale di come dalla scienza all’arte, dalla musica alla burocrazia, dalla medicina all’economia, all’aumento di efficienza organizzativa e razionalità formale, faccia seguito un sentimento di impotenza in riferimento alle possibilità umane di controllarlo dentro spazi di vita ispirati a Valori. Se la vicenda della sig.ra Giuseppina mostra una forte specificità biografica e si fortifica nel rispondere con le emozioni alla sventura del sisma, la risposta della burocrazia nell’opposizione a quelle emozioni, trova la sua ratio e nella scomposizione dei fattori umani di intesa il suo propellente simbolico. Questa vicenda ci mostra come la sofferenza di una persona venga trattata su un altro piano dalla logica istituzionale, non solo col rischio di negarla, ma precisamente con l’obbligo efficientato di cancellare un repertorio di reazioni - con al loro centro una precisa interpretazione emozionale della realtà – dal novero delle capacità di decisione. Le organizzazioni sono costituite da uomini, ma non ragionano più in modo umano perché soddisfano la condizione della trasformazione in qualcos’altro di ciò che, essendo animato e personale, umano vuole restare senza lasciarsi imporre cornici inanimate e formali. La decisione privata coincideva con quella pubblica nelle società del “giusto mezzo”, dove l’uomo diventava il baricentro di un sistema interpretativo della realtà che da lui muoveva ed a lui ritornava. Disincantando quella realtà, l’uomo costruisce dispositivi che prevedono operazioni neutre nel suo spazio di vita e non incrementano nulla della sua qualità (Musil). L’Homo burocraticus è l’uomo di una qualità procedurale, che ama il meccanismo riflessivo senza principio ispiratore e che decide di voler divenire ingranaggio docile del sistema perfetto di lettura della realtà stabilito dalla prevedibilità burocratica che sostituisce l’irritazione umana con la sua normalizzazione procedurale. Nella recente crisi economico-finanziaria globale che ha investito tutti noi, di “umano” c’è stata certamente la sofferenza di milioni di lavoratori e risparmiatori che avevano riposto la loro fiducia in organismi reticolari di gestione della complessità di rischio su scala globale (che di umano hanno ben poco, coincidendo con la funzione che svolgono). Sembra che le organizzazioni trattino la dimensione umana come rumore di fondo da limitare, imponendole codici di comportamento e volizione improntati ad uno scopo estraneo cui adattarla. Era umano il contesto lavorativo di quella società telefonica francese dove vi fu un picco di suicidi tra gli impiegati? E’ umana la mercificazione del sè pianificata nella precarizzazione del lavoro? Perché discutiamo su come far divenire più umani i contesti urbani, dell’economia, della medicina o della scuola? Perché sulla umanità che esprimono abbiamo seri dubbi, come ne abbiamo sulle stesse qualità che l’umano in sè dovrebbe esprimere. Per qualcuno ci vuole infatti maggiore circolazione affettiva, legami meno formali, amicizia e comunità; per altri l’umano deve essere lasciato al gioco delle libere costruzioni di interessi e di messa in competizione delle proprie capacità (ignorando però che la società/mondo globale trasformerà facilmente questa umanità in altro da se). La desertificazione umana alla quale diciamo sempre di si, moltiplicando la pervasività dei suoi agenti burocratico-formali, necessita di indicatori di efficienza contro-intuitivi, come nel caso della Sig.ra Giuseppina la quale ci appare al centro di un incrocio perverso di accanimenti freddi e distaccati, ma al contrario, rappresenta l’ovvio successo di meccanismi di espulsione di elementi irritanti (emotivi) dal quadro sociale sui quali difficilmente una organizzazione può raggiungere un accordo operativo. La Sig.ra Giuseppina ci ricorda forse ciò che, in quanto “persone” dovremmo essere e non riusciamo più ad essere? Ai Media spetta il compito di gettare un po’ di benzina emotiva sulla fredda pietra burocratica e l’accensione di un caso “umano” che presto tutti dimenticheremo, creerà l’ennesimo fuoco fatuo della cattiva coscienza che ci terrà compagnia nella gabbia d’acciaio di insicura-sicurezza che ci rinserra. Nel frattempo tutto si specializza, si velocizza e si informatizza per seguire il mantra della razionalizzazione. L’umano resta lento mentre il sociale diviene velocissimo. Si dirà: il sociale non è fatto di umanità? Tra sociale ed umano vi è lo stesso rapporto che c’è tra cellule e persona. Per transitare dal livello organizzativo “cellula” a quello “persona” si devono attraversare molti livelli di realtà, ognuno dei quali propone un vertiginoso incremento di complessità. Certo, senza cellule niente persona, ma la vera questione è che la “forma persona” per funzionare culturalmente dovrà largamente ignorare tutto ciò che rappresenta orizzonti di senso seri, ma a lei inferiori. La persona è fatta per lo scambio simbolico, mentre la vita sulla quale emerge per comunicare la sua competenza sociale, è fatta di felicità o dolore, amore ed odio, malattia o benessere. Quindi il nostro essere persone, se da un lato è una allettante posta in palio per il nostro narcisismo da competizione, dall’altra è un pericoloso meccanismo di riduzione o di nascondimento di ciò che siamo nella nostra essenza (creature improbabili che vorrebbero vivere ed essere amate) in altro da noi. Ci ritroviamo spesso mutati in meccanismi istrionici di fiera rimozione di ciò che la vita ama esprimere in noi: autenticità, affetto, normalità. Chi siamo davvero lo scopriamo quando gli eventi ci impongono di abbassare la maschera, ma spesso è tardi. Le macchine burocratiche alle quali cediamo la nostra felicità in cambio di sicurezza, sono comportamenti collettivi fossilizzati nell’ossessione della prevedibilità delle azioni altrui che, dopo la rimozione dei Valori, della Religione e della Politica, sono consegnate al gorgo della contingenza ed all’estasi pret a porter dell’originalità. La burocrazia sta all’attuazione delle norme come la forza pubblica sta a quella delle decisioni della Magistratura, ma se la norma non trova la sua regola nel rispetto della condizione umana, perderà ogni logica regolativa per ossificarsi nel suo sconfinamento persecutorio. Quando la decisione della burocrazia inerisce oggetti che investono la costruzione relazionale di una persona, come nel caso del domicilio domestico, tutto assume un significato ancora più grave, ma la vicenda di Fiastra deve farci pensare ai cedimenti che tutti noi, conoscendo le decisioni impersonali dell’autorità organizzata e modulando le nostre scelte avendone contezza, tolleriamo sempre in vista di un interesse più grande non per la nostra vita reale, ma per quella sociale.

Rossano Buccioni

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