Individuo/società43

1 Ottobre Ott 2017 1729 01 ottobre 2017

Mobilità psichica giovanile e scollamento intergenerazionale

  • ...

Dalla parte dei giovani, ma in che modo?

Sempre più spesso si evidenzia una “emergenza droga” tra i giovani, in particolare nella fascia d’età che va dai 13 ai 17 anni. La socializzazione dei giovani è il processo che li porta ad adattarsi ai modelli di comportamento per mezzo dei quali la società trasmette la propria cultura da una generazione all’altra. Tale processo è gestito da vari gruppi e tutti tendono a sviluppare le attitudini di cui si ha bisogno per inserirsi in una data società rinforzandone il sistema di valori. Quali sarebbero oggi questi sistemi di valori che i giovani non sarebbero in grado di rispettare? Nella socializzazione vi sono anche dei sotto-processi di apprendimento, come l’imitazione che riproduce modelli preesistenti; la suggestione, che chiede di “essere conformi”, o la competizione. In ogni caso la socializzazione opera sempre nel senso della conservazione della cultura. Ma, dov’è questa cultura forte che i giovani dovrebbero interiorizzare? Non c’è o meglio, oggi cultura “forte” è quella che si costruisce attorno alle operazioni di un sistema sociale di azione forte, che riesce a ottenere risultati in modo funzionalmente coerente con le sue premesse organizzative e non con le visioni del mondo ispirate a valori di un soggetto. Allora, se ci piace stare ancora dentro i modelli di essere umano partoriti dallo slancio illuministico della vecchia Europa (Diritto – Progresso – Individuo – Esperto – Libertà – Cittadinanza, ecc.), dobbiamo sapere che i sistemi sociali che ne sono derivati sono andati ben oltre quei modelli e si sono avviati lungo la china dell’auto-modulazione formale statistica per accrescimento, riducendo l’Uomo a rumore ambientale e consegnandosi alla logica “funziona perché funziona” non perché ha senso o perché è giusto. Lo stare a galla di un sistema è il suo non senso dal lato umano della visione del mondo ed è un essere per fare funzione, con gli uomini che sono necessari, ma non sufficienti per dare garanzie operative al codice di programmazione. Se vengono a mancare dieci scienziati nel sistema sociale della scienza li si sostituisce perché un sistema sociale non vive e non muore: funziona semplificando, ma anche complessificando sempre di più il suo rapporto di incontro/scontro con altri sistemi sociali e con l’ambiente sociale globale. Se pronunciamo il nostro nome lo facciamo dall’interno di un’idea immediata di umanità che deriva da una certa continuità biografica; ma non vediamo nella società un approdo per la nostra unicità né per la nostra incontestabilità umanamente decisa e costruita giorno dopo giorno. Tra noi e il sociale/società c’è un solco che si scava sempre di più e la nostra umanità riceve una sanzione severa perché restiamo umani nel senso di saggiare costantemente l’irreversibilità di questo distanziamento. Benché sia evidente che la socializzazione interessi le persone lungo tutto l’arco dell’esistenza, è anche ragionevole pensare che vi siano periodi della vita in cui tale processo sia più intenso, proprio perché sono possibili ritmi di apprendimento più accentuati (come durante l’età dello sviluppo). Però, proprio quando i ragazzi necessitano di modelli forti da assimilare, ne sperimentano la debolezza. Si può distinguere tra un processo di socializzazione che introduce per la prima volta una persona in una cultura ed un altro che consiste nella interiorizzazione di una cultura “altra”, innestata sulla precedente. Il primo caso si verifica nella socializzazione dei nuovi nati; il secondo nell’adattamento degli immigrati alla cultura di arrivo. Oggi le due forme di socializzazione si mescolano e si indeboliscono a vicenda con la crescita dei giovani che non termina mai perché manca uno scopo finale impossibile da scorgere all’orizzonte di un percorso dove tutto appare senza necessità. Il mondo giovanile interpreta quello adulto che gli consegna un mondo, ma se viviamo nella realtà della gamification gli effetti di violenza dei videogiochi passeranno facilmente nella vita reale; se si vive la dualità reale/virtuale, la costruzione di sé sarà resa più difficile dalle possibilità di uscire da un mondo condiviso per ritirarsi dentro nicchie virtuali. Allora, non abbiamo solo esposto i giovani ad un mondo di violenza, ma li immergiamo in un una realtà di sole risposte come nel caso della “neotelevisione”: se parcheggio mio figlio davanti ad uno schermo egli riceverà una mole impressionante di risposte a domande che è comunque incapace di porre e questo avrà degli effetti distorsivi sul suo senso della realtà. Alla mole di risposte che riceve non corrisponde altrettanta abilità nel porre domande, nel senso di opporre una qualche resistenza critica al racconto sul mondo che gli viene fornito e che pretende solo di essere accettato. Allora la fase dei “perché” si muterà in modo inerziale nel silenzio dei “come”, assorbito dalle regole del gioco solitario. La dominanza tecno-scientifica della nostra epoca li ha eletti a target di riferimento trasformando i loro mondi mentali in criteri di accesso alle competenze sociali necessarie per tutti. Così i giovani, senza adulti e spesso dentro “famiglie-adolescenti”, hanno maturato una paradossale scoperta di se, dato che le proprie forze sembrano essere anche le loro principali debolezze. Dovendo accettare la validità di tutti i valori ne relativizzano i contenuti assoluti costringendo i genitori a passare dalla educazione alla cura e la scuola a tenere alta la motivazione pur negandole un vero progetto. Mancando un vero modello educativo, il docente fa il supplente del genitore e questi rinuncia al suo compito, limitandosi alla gestione economico-domestica del figlio. Si dice che è meglio rinunciare all’esercito nelle strade e che c’è bisogno di un esercito di educatori capace di interpretare il disagio dei ragazzi. E’ vero, ma non ci si accorge che il disagio percorre ormai le stesse strade, entra dentro le “normali” strategie di costruzione del sé - come un virus silente - dentro l’acquisizione di un saper fare spesso scisso da un voler essere. Un virus che poi si mostra letale all’improvviso. Il disagio oggi va oltre la classica “devianza”, cioè lo scostamento da un quadro di vissuti in linea con le attese degli adulti; si pensi ai “normopatici”, giovani che soffrono nonostante coincidano perfettamente con gli stili che il mondo pretende da loro. La devianza oggi non si mostra nel sintomo e non si oppone al mondo. Se devo esser ricondotto ad un quadro normativo che infrango, vivendo un contesto di morali multiple dove il mio io si muta in faccia e dove mi premiano se non sono coerente alla mia storia, mi interesserà solo “essere altrimenti”, come i tanti giovani che chiedono allo smartphone di stare sempre in un perenne “altrove”, mai localizzabili in una situazione densa di significato. Pochi tra loro hanno l’orologio perché vivendo un “adesso” che fonde il passato e il futuro, non devono misurare - né tantomeno imparare - dal flusso temporale che pure attraversano. I giovani cercano di adattarsi a coloro che li circondano, ma chi trovano davvero? Se il frutto più maturo del nostro tempo è l’informatica che disegna insieme all’elettronica il nuovo orizzonte nel quale situare il proprio spazio di vita, si deve ragionare sul fatto che i giovani sono nati “imparati” a questo tipo di mondo. Il “nativo digitale” da educare è già in qualche modo “a posto” in diverse dimensioni del tempo presente. Avrà delle piene competenze comunicative che adulti distratti riterranno mature competenze sociali, ignorando che la ricerca di se, accanto alla tipica aggressione del mondo, ricerca il bisogno di legami autentici. E’ come se, per la prima volta nella storia, i giovani fossero nello stesso tempo pietra da sgrossare e scalpellino intento a darle forma. Sono anche nati in un mondo dove sono attivi molteplici meccanismi di de-umanizzazione, tra cui quello tutto mediatico di trasformazione del personaggio moralmente negativo in protagonista notiziabile. Cosa pretendere dai giovani? Nel loro smarrimento è la nostra ambiguità e nel loro dolore la nostra sconfitta.

Rossano Buccioni

Correlati