Individuo/società43

9 Ottobre Ott 2017 1501 09 ottobre 2017

Trance anoressica e declino della cultura

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DISTURBI ALIMENTARI: LE DIMENSIONI DEL VUOTO COME SINTESI DI UN MONDO TROPPO PIENO

Il sociologo francese Alain Heremberg ha definito quella attuale “società del disagio”. Uno dei disagi cui si cerca di fornire risposta è la piaga dei disturbi alimentari, specie femminili. L’anoressia è una forma di disagio complesso che va oltre le dinamiche familiari e chiama in causa il passaggio dal registro affettivo della relazione primaria a quello comunicativo della nascita delle competenze sociali. Nelle famiglie delle anoressiche ad esprimere crisi non è solo il cibo, ma il sistema nutritivo per eccellenza dentro il quale quello svolge una funzione: è il senso dello stare al mondo, rappresentato da una circolazione affettiva autentica che, interrompendosi a più livelli nel processo di individuazione della ragazza, ritorna come un disco rotto agli episodi traumatici fissati nella sua incoerenza. Il cibo segue le dinamiche di soggettivazione forzata di gran parte delle esperienze che viviamo e viene espulsa la sua valenza conviviale e condivisiva che ha sempre avuto, dato che per secoli le esperienze che ci legavano agli altri erano ben più importanti di quelle che dagli altri ci dividevano. La mutazione dell’immaginario alimentare accompagna i cambiamenti dell’attuale “la fabbrica del corpo”, cioè come la corporeità muta nella società attuale e quali linee di forza, a metà strada tra il biologico ed il culturale, la investono determinando importanti trasformazioni all’interfaccia tra individuo e cultura. Non dimentichiamo poi la sessualizzazione precoce, specie delle ragazze, come effetto di una deriva narcisistica centrata sul corpo che comunica una immagine di se di cui si resa vittime. In questo contesto la ragazza anoressica vive il tragico allestimento del suo dramma, dato che l’anoressia è patologia della relazione, venendo meno la trazione affettiva alla vita che la figura adulta significativa opera per consentire il pieno sviluppo della dotazione psico-biologica del piccolo dell’uomo. Le madri inseriscono la crescita della figlia in una affettività che sa di sorveglianza, con ricompense relazionali in linea col perfezionamento del progetto educativo originario. Le figlie potrebbero essere state incaricate dalle mamme di diventare più belle e più brave di loro. In seguito le ragazze incappano nella inaccessibilità degli attuali modelli di bellezza femminile e si trovano in trappola: indietro non si torna perchè c’è l’identificazione originaria con le attese materne e avanti non si può andare perchè i modelli disponibili di bellezza che si devono impersonare sono irraggiungibili. Qui c’è un tragico ritorno all’essenzialità del vivere/non vivere e si ridiscutono le regole di ingaggio dell’esistenza, ad iniziare dall’introduzione di pezzi di mondo (il cibo) dentro un corpo che torna prepotentemente al centro di tutte le relazioni che la ragazza esprime. In primo piano c’è la proposta di senso che il mondo, tramite i genitori, ha stabilito per lei e che lei rifiuta insieme al cibo perché lo svezzamento dal piano emotivo originario alle competenze sociali non ha mantenuto le promesse iniziali. L’esterno sociale determina la percezione che abbiamo di noi, dato che la nostra è una società che attribuisce valore all’apparire più che all’essere, ma l’anoressica usa il corpo per sottrarsi a questa dittatura dell’apparenza, svelando i presupposti negati della sua esistenza. Il problema, come direbbe Niklas Luhmann, è che nella società, la comunicazione non si cura della percezione e ciò vuol dire che se dico ad un bambino “devi essere bravo” io non riuscirò mai a controllare tutti gli effetti del mio comunicare perchè so ben poco del suo percepire. Susie Orbach, l’analista di Lady Diana Spencer, parlerebbe di un “corpo destabilizzato” dato che il bios che siamo (non che abbiamo!), deve esser reso implicito o inutile. Allora, la spaccatura anoressica della continuità io/mondo si situa proprio all’interfaccia di due realtà che fin da piccoli dobbiamo far coesistere, con i nostri genitori che devono essere garanti del difficile negoziato tra individuo e società, fatto della sostanziale mutazione di potenzialità emotive in competenze cognitive, di un capitale soggettivo di armonia in una dotazione multifattoriale di addestramento all’aggressività. I bambini non ci rinnovano l’incanto del mondo emotivo perduto? Non riempiamo le nostre case di animali d’affezione cercando di incaricarli di veicolare nelle nostre stereotipe esistenze la scintilla della spontaneità che abbiamo sepolto sotto la rispettabilità di così tanta ipocrisia? L’anoressica rifiuta questo mondo con il cibo, mutandolo in rancio di sofferenza quotidiana da sopportare dato che non ha mai voluto barattare la stabilità degli affetti con la precarietà del negoziato interpersonale che scioglie nel riconoscimento le appartenenze e sacrifica la biologia alla biografia. L’obbligo alle pulsioni trasparenti fa si che nessun racconto sia sufficientemente univoco per creare storia e dare senso, piegandosi alle esigenze della costante esibizione di se che cerca di moltiplicarsi nelle rifrazioni-diffrazioni comunicative per espandersi oltre appena si è conclusa. Moltiplicare il se per dilapidare vita non per crearla: è una gioventù dissipativa, figlia di una cultura espressiva esibente le sue miserie, paure, eccentricità camuffate da genialità, con anonimi attori dell’assurdo che ci costringono a diventare spettatori attoniti delle loro performances. Come adulti dovremmo ragionare sulle ragioni che spingono i nostri figli verso questa incredibile attrazione all’ossessiva esibizione di sé, un’esibizione che sa essere financo spregiudicata se non sessualmente esplicita e che può rivelarsi psichicamente autolesiva se fraintesa come regola normalizzata di accesso all’espressione di se. La nostra si direbbe una società che attribuisce valore all’ apparire più che all’ essere. Anzi all’essere in quanto piegato all’apparire. “Valgo non per quel che sono, ma per come appaio”: questo è un principio amplificato all’ infinito nella nostra società in cui si accetta la proposta espressiva, lavorativa ed esperienziale come mero riposizionamento in un ordine che c’è, dentro una geografia dell’inautentico che fa confondere la sopportazione con la normalità e il disagio con la mediocrità. Le ragazze in particolare imparano questa lezione che identifica il valore personale con la visibilità della propria immagine fatta oscillare vorticosamente a misura del saperla imparagonabile con quella dominante nella stagione presente per affogarsi nel momento, per saturarsi del suo luccichio e per non desiderare che l’estasi del proprio narcisismo coincidente come una mappa con il territorio irriflesso della quotidianità. Dato che hanno una identità messa al lavoro dal sistema dei media e della moda, subendo la pressione estroflessiva dell’io che domina ogni continuità del se perche lo lega solo a progetti reversibili e temporanei, nei social continuano a postare nuove immagini di sé, a cercare una nuova vetrina in cui somministrare il proprio valore allo sguardo distratto e seriale dell’ altro, dai suoi “like” che rimbombano dal vuoto emotivo che devasta la fragilità percettiva e l’immaturità emotiva dato che l’ immagine appena postata riceve il varo di una personalità in cui nessuna capacità di dare forma durevole alle emozioni è capace di recitare nell’arena virtuale dei social network. Il corpo catturato in questa spirale entropica è costretto a recitare il copione di serbatoio energetico a favore dell’inautenticità - dato che se ha fame piange, se mente arrossisce, se è stanco si addormenta -, invischiato nel viluppo del condizionamento e costretto al supplizio differito di un sempre diverso, se non impossibile riconoscimento sociale. Susie Orbach, la psicoanalista di Lady Diana Spencer, parlerebbe di un corpo destabilizzato e l’immagine è significativa dato che il corpo che siamo (non ho la mano destra come ho la mia borsa, qui il linguaggio mostra tutta la sua inadeguatezza a significare la corporeità dato che è strumento simbolico, mentalizzato per eccellenza), con le vicende più importanti nella nostra vita che lo vedono o assente o inutile, piango se sono felice o mi dispero, capisco da uno sguardo la mia innamorata, mi volto dall’altra parte se il medico al mio capezzale tenta di raccontarmi una pietosa bugia. Il corpo rifiuta la comunicazione verbale che è il principale strumento di sviluppo delle competenze sociali e la sua comunicazione pulsionale è intraducibile in quella che usiamo per relazionarci agli altri. Ci sono patologie che più di altre si incaricano di puntualizzare la destabilizzazione del corpo non tanto come ipotesi medicale di interpretazione della condizione umana, ma come trasformazione del corpo come luogo, casa, origine di ogni possibile umanità, disegnando nel disagio estremo una nuova fabbrica del corpo che oggi si dirige versi la sua completa mentalizzazione e verso l’assenso ad una inedita ibridazione uomo-macchina. Se l’assegnazione di competenze si distacca dalla qualità umana del progetto di vita che deve contenerle e se il riconoscimento sociale comporta un prezzo dissociativo troppo pesante da pagare occorre denunciare il fatto che la nostra cultura costringe i corpi a pagare un prezzo elevato mutando la condizione giovanile in generale e quella femminile in particolare in autentici setting sperimentali di forme inedite di possibilità e/o di patologia.

Rossano Buccioni

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