Individuo/società43

21 Ottobre Ott 2017 1544 21 ottobre 2017

La bellezza degli ultimi abiti di scena

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La fine del legame sociale e la violenza sugli anziani

Nella seconda Assemblea Mondiale sull'Invecchiamento, svoltasi a Madrid nel 2002, il Segretario Generale delle Nazioni Unite presentò il rapporto "Abuse of Older Person" che esaminava gli abusi commessi ai danni delle persone anziane in tutto il mondo, basandosi su dati raccolti negli ultimi 20 anni. Ogni anno in Europa 10.000 anziani sono oggetto di abusi da parte di operatori socio-sanitari, familiari o altri soggetti. Le violenze, che si consumano fra le mura domestiche, nelle case di riposo o di cura, sono perpetrate a danno di persone che non sono più in grado di comunicare desideri e necessità dentro il permanere di una individualità definita. Chi presta assistenza affronta ogni giorno situazioni assai impegnative, con un’azione involontariamente “sbagliata“ che può avere pesanti ripercussioni nel corpo e/o nella psiche di chi percepisce il mondo solo tramite il ricatto del suo bisogno. Gli assistiti cercano di mantenere intatto il proprio orizzonte di vita e di relazione a partire dal senso della propria continuità personale, ma spesso tutto si ritorce contro di loro mentre cercano di mantenere il controllo sulle proprie traiettorie di senso, mostrandosi testardi nel non accettare il volere di chi pianifica la loro stantia quotidianità. L’attaccamento ai propri ritmi ed ai propri ricordi può essere letto dal curatore come rifiuto del buon senso dell’accudimento che però non può mostrarsi completamente buono se distolto dal mondo affettivo dell’anziano e sterilizzato nelle distaccate logiche di gestione dei suoi disagi. La violenza psicologica diviene il sigillo della disumanizzazione dell’assistito ed anche se spesso è difficilmente riconoscibile, prevede anche coercizione e derisione. L’umiliazione che subisce che è prigioniero del suo corpo e in sua presenza sente parlare di sé come un oggetto, senza nessuno che provveda adeguatamente alla soddisfazione dei suoi bisogni essenziali, è da considerare non solo una forma di degradazione dei diritti della persona, ma una tragica commedia della mediocrità, dove chi gode di un potere coercitivo ignora su quali debolissimi presupposti riesca temporaneamente ad esercitarlo. La medicalizzazione della vecchiaia la muta in una età della neutralità sociale che genera aspettative di durata indefinita, sempre meno corrispondenti alla sostenibilità dei sistemi di welfare e che ricade nelle logiche che rendono eticamente obbligatorio avviare trattamenti su pazienti spesso al limite della propria esistenza. Si cerca di mercatizzare il tempo di vita giovanilizzando la sua qualità dopo averla culturalmente degradata nelle sue espressioni più peculiari. Si tratta delle diverse fasi del fraintendimento della condizione anziana che paga duramente il mancato rispetto delle consegne simboliche dominanti il tempo presente. La centralità economica della struttura socio-culturale che ci concerne crea le condizioni per l’esclusione delle fasce d’età che si trovano ai margini del processo produttivo o perché non ancora assimilate o perche più o meno prematuramente espulse. La centralità economica nella valutazione dei rapporti sociali tra gruppi diviene anche un criterio per valutare la stessa qualità dei rapporti umani, con la relazione di cura che da elemento centrale nella definizione dei contesti di vita dell’anziano, si muta spesso in intralcio per chi deve prendersene cura. L’anziano, non potendo “comunicare”, cioè stare sulla scena del mondo nel rispetto delle proprie competenze, si vede ritirare le credenziali dell’inclusione sociale come coloro che non potendo più appartenere al contesto produttivo si vedono negato lo stesso diritto alla cittadinanza, perdendo gradualmente le tutele di cui godono coloro che per età o condizioni di salute, sono pienamente in grado di rispettare e di riprodurre le logiche inclusive vigenti in tutte le organizzazioni sociali. Gli episodi di violenza a danno di persone anziane assistite ci confrontano con un nuovo tabù culturale, quello della durata di una vita senza riconoscimento progettuale. La violenza fisica si può manifestare in diversi modi: una contenzione frequente quanto ingiustificata; sedazioni farmacologiche senza il consenso medico ecc., con l’anziano lasciato in balìa di una mentalità abusante che fa aggio sulla condizione di non padronanza di sé. Si tratta di una condizione di permanente deprivazione della qualità della vita, consegnata alle fredde logiche di un servizio svilito dalla negazione della unicità dell’esistenza cui si rivolge. Atti di violenza nei confronti di anziani vengono perpetrati in pubblico, in centri di degenza o fra le mura domestiche. Spesso la vecchiaia diviene l’impietoso specchio di una condizione culturale in cui, a fronte di un considerevole incremento della speranza di vita, si annuncia l’inconsistenza sociale di alcune classi di età, che pur svolgendo spesso funzioni di supplenza sul piano economico, non ricevono le gratifiche simboliche sperate. Come anziani ci si percepisce per ciò che non si è più, dentro un quadro di giovanilismo produttivistico, invece di sentirsi tutelati all’apice delle relazioni, dando coerenza ai ricordi e limitando la stretta dei rimpianti. In tal modo il divenire estranei a se stessi trova conferma nelle distrazioni e trascuratezze dello sguardo altrui, con la degradazione del rispetto, ridotto a pietà retribuita, che spegne la comprensione del mondo. Le sfumature della violenza invadono l’intera fisionomia della relazione di cura con il malcelato disprezzo del corpo invecchiato che prevede manipolazioni inopportune o scelte unilaterali che costringono un’anziana signora a portare i capelli corti perché più facili da curare o ad indossare vestiti odiati come indice mendace di uno stato d’animo che il vestiario deve celare nella sua essenzialità. La trascuratezza verso gli anziani è fatta di piccoli crimini omissivi, dagli operatori giudicati innocue dimenticanze, ma che amplificati dal bisogno, diventano l’anticamera della disperazione per chi vi ravvisa una potenziale minaccia per la propria situazione di vita. Come l’ignorare le persone anziane significa cancellarle dal contesto in cui sono inserite, così il non rispondere loro è forma reattiva violenta che rifiuta l’essere al mondo ricercato nel linguaggio; il dare del “tu“ è un prelievo di confidenza che svilisce l’autonomia del giudizio e che nasce già smentita dalle lunghe attese per andare in bagno o dalla mancata somministrazione di cibo. Il divieto di contatti con altre persone completa l’oggettivazione dell’assistito, costretto a percepirsi dal lato delle sue privazioni. La dipendenza, più o meno consapevolmente accettata, gioca un ruolo fondamentale in questo contesto. Nella loro attività quotidiana, gli assistenti si trovano a dover prendere continue decisioni sulla intera vita degli assistiti a cui il corpo estorce l’antica autonomia e lo spirito la permanenza del senso di se. Chi cede la propria autonomia spesso viene tradito nella fattispecie più umana dell’assistenza, il prendersi cura, che necessita di un affidarsi che, ove tradito nell’umiliazione di un anziano, manifesta impietosamente il fallimento dell’umanità tutta, dato che solo la pietà e la comprensione riempiono di senso la mancanza di tempo di una persona sofferente. Che la gioia ritorni ad abitare lo sguardo di tutti coloro che indossano i loro ultimi abiti di scena.

Rossano Buccioni

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