Individuo/società43

22 Ottobre Ott 2017 1207 22 ottobre 2017

Il Virtuale, l'antidepressivo dell'epoca Post-Human

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Noi, cittadini globali, vissuti a nostra insaputa

Da decenni ormai, i classici beni materiali vengono affiancati da quelli che, innovativi ed in gran numero, siamo soliti definire “immateriali”, sovente coincidenti con forme di esercizio del diritto di informazione e che rivestono un ruolo significativo nella normale costruzione del sé. Si tratta di beni, come le “informazioni”, particolarmente delicati, deperibili, che si rendono accessibili dopo la preliminare costruzione culturale delle capacità umane di abitare la scena sociale. In linea generale non vi è più una personalità definibile come luogo di edificazione del sé. Vi è uno spazio- persona (intimità- extimità) che vive traiettorie di esistenza ed è centro più o meno unificato di bisogni. Qualora questi beni vengano eliminati o l’accesso ne risulti fortemente condizionato, vi sono delle forti ripercussioni sulla costruzione della personalità e sulle dinamiche individuali di chiusura del proprio sistema di riconoscimento. Una nuova dimensione di costruzione del sé sono i Social Network. Allora, l’essere umano sembra ancora derivare e mantenersi dentro una predisposizione comunitaria, ma da vita rapidamente ad un contesto espressivo delle traiettorie fondamentali del proprio processo di socializzazione che è chiaramente sociale/societario. L’aggettivo “sociale” ha mutuato in questi ultimi decenni il significato di “intervento sociale”; ha parassitato il suo significato di stazionamento dell’ego entro orizzonti comuni di azione ed acquisito una valutazione neutro-positiva come dilatazione delle possibilità di mantenersi nel rapporto di informazione con chi mi identifica. “Neutro-positivo” vuol dire che sono autorizzato a scartare la valenza emozionale-relazionale dalla maggior parte delle offerte comunicative che devo raccogliere-intraprendere nel mio spazio di vita, impegnato come sono nella ricerca del “mio tra gli altri”. Si tratta di abilitazioni ad occupare brevi spazi comunicativi, a volte anche intensi e/o parossistici, ma condannati ad un brusco respingimento nell’inessenzialità informativa, vale a dire senza alcuna possibilità di modificare in profondità le mie opinioni o visioni dell’insieme delle mie relazioni. Allora, il tentativo da molti espresso di recuperare il senso del comunitario in un contesto societario, apparirà quanto mai ambiguo, dato che ogni epoca non getta mai nulla del patrimonio di costruzione della realtà di quella precedente, non per valorizzarlo in chiave umana o comunitaria, bensì per cannibalizzare le antiche matrici di senso e svuotarle a beneficio di un turn-over funzionale che le depone ai piedi delle istanze funzionali più brucianti, più “fitted”, più noncuranti e flessibili del tempo presente. La cultura europea contrappose la “società civile”, identificata con la “società di scambio”, alla vita comunitaria che coincide con il possesso e contro-possesso reciprocamente goduto di beni e relazioni costruiti come comuni. Questa opposizione appare sfilacciata e richiamare l’umano che è nel sociale non rende visibile dove il sociale si potenzia tramite il richiamo dell’umano a responsabilità ed obblighi di civiltà che – nonostante le matrici cieche del nostro pensare - essa non si può più permettere. Allora quando diciamo “sociale” si performa una amplificazione della deviazione con lo statuto societario-planetario del nostro rappresentare che agisce in noi praticamente a nostra insaputa. Si tratta di un doloroso equivoco che ci sfugge nelle nostre rappresentazioni perché ormai, “sociale” deriva da società iper-differenziata per funzioni e basta. Questa società mantiene istituti, concetti, traiettorie e strutture sociali di derivazione filantropica, pia ed edificante, ma si fonda sull’accanimento differenziativo delle risorse e sulla feroce attribuzione di competenze che specializzano la sfera dei rapporti sociali. Il turbinio funzionale delle dinamiche comunicative interpersonali fa infuocare i versanti comportamentali del decoro, della decenza, del pudore, delle apparenze che si mutano in teatri dell’assurdo riempiti della grottesca impossibilità di sottrarsi a giochi di faccia che immiseriscono l’umano che vi si esprime, compresso tra consapevolezza della sua residualità e disperata ricerca di un quarto d’ora di protagonismo. Le monadi prigioniere della “comunicazione impazzita” (G. Piazzi) si esibiscono senza dare continuità ad un progetto, limitandosi semplicemente a contornare il suo risvolto grottesco, aggiornando psichicamente le sue movenze eterodirette e scimmiottando nel disagio e nella disperazione le sue ovvie incongruenze. Prima vi era la comunità fondata sulle regole di status; poi vi sarà la società, fondata sulle regole contrattuali. Se sei povero nessuno stabilisce con te un contratto. Se sei povero non muti facilmente il tuo status. Nel passaggio dalla comunità alla società lo puoi facilmente peggiorare, difficilmente accadrà il contrario. “Sociale” dunque, se deve essere interpretato come sostantivazione di un atteggiamento di cura verso qualcuno, appare tentativo deludente e privo di significato. La società moltiplica scambi, appartenenze, dissolvenze, traiettorie di vita, esperienze. Ma ad un patto: lo scioglimento dei legami, dentro e fuori di noi. Se vi sono legami forti, il ritmo dello scambio sociale decade rapidamente. Non è un caso che l’Europa si metta a correre dopo che i vincoli-legami sacrali si indeboliscono. Un tempo la storia era accorciata da Dio; poi saranno gli uomini ad accorciare il tempo accelerandolo con il progresso. Allora, oggi “sociale”, assume un preciso significato: quello di “contingente”, cioè una sintesi tra possibile e necessario. Sociale dunque è il lutto per un mondo comunitario che è stata la spina dorsale del Cristianesimo e che l’Europa-Occidente non solo non ha ancora sostituito, ma ormai non potrà più sostituire. Alla religione non è stato possibile elaborare una strategia per rendere socialmente possibile ad alter la determinazione di condizioni che facessero accettare le sue selezioni ad ego. Gli altri sistemi sociali di azione non sono stati bloccati dalla dualità Città dell’uomo/Città di Dio e per la Religione questa unicità funzionale ha scontato a livello sociale la sua scarsa definizione operativa. Che cosa vuol dire questa mancata specificazione sociale delle proprie possibilità di azione? Una erosione delle pre-condizioni umane di mantenimento significativo del rapporto di informazione. Vuol dire che se apro praterie temporali alla possibilità dei sistemi sociali di azione di ampliare a dismisura le proprie possibilità operative, libere da ipotesi di interpretazione/limitazione esterna del proprio senso, non vi saranno strutture profonde capaci di motivare Ego a prendersi cura di Alter, Tizio a chinarsi su Sempronio (Comunità), Mevio ad attendersi tutele da Caio (Umanizzazione). La società che emerge al di sopra della comunità, propone immediatamente dei livelli di realtà che evolvono non a favore, ma contro i componenti base dei rapporti sociali, cioè gli individui. La nostra è una Società-mondo che esclude perfettamente i deboli, i soli corpi, i bambini, le giovani madri, i disoccupati, i sofferenti, i puri, gli onesti. Dopo la conclusione della ominizzazione (processo di convergenza di caratteristiche tipicamente antropologiche capaci di emancipare il genere homo dai vincoli strettissimi di natura), l’uomo ha iniziato la fase della umanizzazione (processo di universalizzazione delle divergenze simbolico-culturali capace di determinare la sterminata varietà delle culture e delle tradizioni umane). Si è conclusa anche questa seconda fase con l’inedito storico-antropologico della “globalizzazione”, vale dire l’ultimazione di quella “società-mondo” che trasforma la Terra in una sorta di astronave-Europa e che omogeneizzando ciò che sembrava difficile da stringere in uniformità (le culture), sente il bisogno di mettere mano al Graal della ominizzazione. Si cerca una strategia per modificare l’essere umano. Lo si fa in una situazione storica in cui lo spazio ed il tempo appaiono drasticamente ridefiniti: lo spazio con lo sconvolgimento dei vincoli di potere non più esercitati dallo Stato Nazione; il tempo con la chiara adesione a forme di tutele dei diritti e di assunzione di responsabilità rivolte alle “generazioni future”, dunque a soggetti esterni ai vincoli del tempo presente. In questa nuova fase sembrano crollare tutti i dualismi che erano stati alla base della definizione politica dei diritti di cittadinanza e che avevano stabilito in base a criteri di uguaglianza, le regole del gioco democratico: privato/pubblico; reale/virtuale; individuo/società; laico/credente; identità/alterità; nazionale/globale. In questo quadro si erano costruite le principali modalità che la cultura europea aveva avuto per leggere se stessa e la propria interpretazione dl mondo. Se i cittadini hanno con lo stesso Stato Nazione delle forme di relazione che sempre di più richiedono una inserzione nelle regole di funzionamento della Rete e se Internet diviene uno spazio molto più grande del Mondo; se del Mondo abbiamo esplorato tutti i luoghi e di Internet non possiamo conoscere che poche dimensioni; se pur possedendo un corpo noi ne “produciamo” un altro, quello elettronico, fatto di tutte le informazioni che tramite l’uso di protesi digitali noi lasciamo sulla rete in forma di tracce, di segni e di ipotesi più o meno complesse su di noi, allora è chiaramente di fronte a noi un nuovo modo di essere al mondo che ci attende e che ci convoca al centro di questioni ineludibili per definire un orizzonte di umanità possibile. Il corpo elettronico che produco, fatto delle mie infinite tracce lasciate nella rete, diverso da quello che stabilisce la mia identità (quello delle carte di identità), ricco del valore che la modernità crea in abbondanza (comunicazioni ed informazioni), in quale rapporto è con il corpo rappresentato mentalmente da ognuno di noi, curato dalla medicina ed espresso, abitato dalla biografia? Il corpo elettronico diviene un micro-ambiente della socializzazione tradizionale che, facendo da involucro al nuovo sviluppo delle mie competenze informativo-digitali, mi permetterà l’accesso alla nuova cittadinanza globale della rete. Quale umanità esprimeremo? Prima abbiamo ceduto la nostra felicità per un po’ di sicurezza. Ora cediamo la nostra umanità in cambio della fruibilità tecnica come anticamera dell’onnipotenza, qualificata dallo scambio economico e costruita in una vita senza qualità.

Rossano Buccioni

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