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2 Novembre Nov 2017 1859 02 novembre 2017

IL RICORDO COMMOSSO DI CHI NON C’E’ PIU’ NELL’EPOCA DEL DIRITTO ALL’OBLIO

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IL RICORDO DEI MORTI IN UNA CULTURA SENZA MEMORIA

Se l’inagibilità di un ospedale pur penalizzandomi, non mi preclude l’accesso ai servizi sanitari che troverò in un altro nosocomio, l’inagibilità di un cimitero mi impedisce di proseguire quel delicato lavoro che riguarda l’elaborazione della perdita, lavoro duro quanto necessario per essere all’altezza di noi stessi sentendoci all’altezza di chi abbiamo perduto. A differenza di un museo dove si conservano memorie storiche di una civiltà, il cimitero custodisce memorie emotive che necessitano di prossimità e continuità per esprimersi, nella certezza che resti un legame con chi abbiamo perso e che dipenda dall’utilizzo che facciamo di certi luoghi il poter custodire la tenue simbolica dell’affezione. La “Zona di rispetto” è uno scrigno al vertice delle tecniche della memoria, per mantenere la possibilità di associare volti a passioni mai sopite e per legare opposti destini familiari nel sottile intrecciarsi di tempo ed eternità. Luogo dominato da una simbolica potente, il cimitero mette alla prova i suoi visitatori e li divide in base all’utilizzo di oggetti, al suggerimento di emozioni ed al cedimento a specifiche suggestioni.

Far finta di niente

Ci sono coloro che rendono invisibile la morte, persone ai cui occhi la morte si nasconde facilmente ed allora trattano quel luogo come una piazza in cui incontrare persone che magari non si vedono da anni. Il senso della presenza viene sciolto in una aggregazione spontanea quanto improvvisa che sottrae i protagonisti dagli obblighi della preghiera o del contegno. Parlano del più e del meno e lo fanno in un contesto dove il discorso non alberga, dove il linguaggio o è inutile oppure è formalizzato nello stereotipo espressivo della preghiera.

La fretta

Poi c’è la signora elegante che va di fretta, che ricompensa il defunto con fiori costosi, ma gli chiede anche benevolenza perché c’è il centro commerciale o il vestito da ritirare in tintoria; la signora che “tanto ritorno presto”, che rinnova una confidenza stridente con il trapassato per evitarsi un ritardo in negozio o con la trasmissione preferita. Li c’è un fraintendimento sinistro del tempo con l’eternità ed una disposizione delle azioni che diviene immediatamente oscena data la severa ristrettezza dei codici di comportamento richiesti e l’assoluta volontarietà del loro rispetto.

La Fotografia

Le fotografie dei defunti sono quasi sempre di momenti belli vissuti in famiglia, di avanzamenti di carriera, o di liete occorrenze nella vita che mantengono inalterato quell’antico stupore, ora inopinatamente mutato nel triste presagio della fine. Quella espressione di stupita leggerezza la regalano ad altri come loro, li davanti, con altri sguardi di ceramica che rispondono con la stessa felicità, emanando da volti ridotti a statuine belle e delicate, reclamanti un ricordo anche minimo, una passione anche incerta.

Fiori e stanchezza

Molte famiglie credono che il defunto, appena passato a miglior vita, sia stato come sollevato dalle sue sofferenze e goda un specie di sollievo dell’invisibile. Si crede che in questa fase si possa comunicare con i fiori, la puntualità, la preghiera. Si tiene in ordine la tomba, la si deterge, la si osserva, la si confronta con altre. Si viene volentieri al cimitero e si crede inconsapevolmente che il nuovo ospedale o la nuova casa del defunto sia si, obbligata quanto si vuole, ma un luogo inedito dove, come diceva Nietzsche i morti si godono un indubbio privilegio sui vivi: non dover morire un’altra volta. A noi spetta il rispetto delle condizioni ordinate per lasciare che quel luogo inizi a produrre un senso, qualunque esso sia. Inizia un sottile fraintendimento del tempo (domani torniamo, saluto sincero al defunto, pregheremo, non ti lasceremo …) con l’eternità, fatta di consapevolezza leggera prima - a causa della stanchezza che somministra piano la realtà -, decisa poi, quando iniziano a mancarci gli orientamenti nel mondo che ci forniva colui che non ritorna. I fiori freschi iniziano ad essere sempre meno freschi; ci si prende qualche licenza e deroghiamo agli impegni presi con il defunto. La preghiera si fa svagata ed il ricordo di chi ci manca ricolma il suo spazio psicologico che da evocazione si muta in tenuta a distanza. Piangiamo, anche per i nostri cedimenti. Decidiamo per fiori di plastica. Scoloriranno, la gente li vedrà e noi inizieremo a capire qualcosa di più su ciò che ci è successo.

Epiche del lutto

Nel Centro Italia devastato dal terremoto, associazioni di italiani all’estero hanno donato fondi per rendere di nuovo agibili alcuni cimiteri. Sulle lapidi di alcuni perimetri antichi, si leggono ancora inni patriottici e retoriche del lutto che legavano a futura memoria le due sponde dell’Atlantico. Nella fase post-terremoto è toccato all’America restituire quanto ricevuto in precedenza. L’ingenuo eroismo dei volti italici che sfidavano l’oceano era lo stesso incitato a lottare contro la malattia o la sventura.

Tombe senza fiori, ma con fioriere

Le epidemie di febbri che dilagarono nelle campagne nel primo ‘900 fecero molte vittime tra la gioventù del tempo. Su quelle tombe di giovani donne, spasimanti respinti e promessi sposi cui toccò la sventura di veder morire prematuramente la propria amata, si alternavano a recare fiori o a recitar preghiere. Se la vista di un fiore estraneo poteva far nascere sospetti e macchiare la purezza del ricordo? Forse, ma il rischio della vicinanza andava corso. Avrebbe voluto il giovane spasimante donare i suoi fiori, ma non poteva, confidando solo sull’efficacia della preghiera e del ricordo che lasciano tracce dove servono. Pian piano le attenzioni di chi fu solo non per causa sua, si diressero altrove e le tombe delle amate rimasero sguarnite, prima di fiori e poi, venendo a mancare anche le famiglie, di preghiere. Lo spasimante trovò pace credendo che se quell’adorabile ragazza non fu sua, un Dio volle che non fosse di nessuno. Sola con il tempo a confondere i ricordi dei vivi, la giovane defunta rimase bella a lungo nella foto che la ritraeva giovane e spensierata, ma per decenni, mai più un fiore davanti alla sua immagine. Ma può capitare che un gran vento rovisti tra le fioriere del perimetro, che rotolino in terra fiori di plastica e fiori veri e che un nuovo custode, decida di mostrarsi equanime restituendo un piccolo bocciolo di plastica, non ingiallito e bello alla lapide di Rita e di Giulia. Una strana giustizia è fatta e gli occhi di quelle giovani che non temono più il tempo da così tanto, sembrano invitare a credere che tutto può accadere.

Damnatio memoriae

Ovviamente ci sono persone che vengono travolte dai tradimenti, fallimenti professionali, scomparsa di figli. Capita di vedere in anonimi loculi, un nobile accanto alla sua serva-amante, legato in eterno ad una specie di zavorra del rango che gli impedisce di giacere tra i suoi cari, quasi thanatos volesse rivendicare un ultimo privilegio su Eros. Eccessive le simboliche di tanta crudele determinazione, parzialmente mitigate da intenzioni diverse, inclini a perdonare l’errore più che a evidenziarne la dannazione. Corone di fiori di ferro a cingere lo sciagurato connubio, con ruggini ataviche come lacrime del tempo, che testimoniano un errore in cerca di umanissima mitigazione. Il commercio carnale se disonorò l’araldica, evidenziò la passione che, come la morte, eguaglia in un abbraccio socialmente increscioso, ma fortissimo, persone di estrazione sociale ben diversa. Anche la servetta ci rimette, perché il suo ardire non va oltre la logica del cimento d’amore, ostinandosi a domandare gratuitamente al sentimento ciò che la sua storia familiare le precludeva.

Fiori costosi davanti ai poveri, il gelo ed il vento.

Una signora molto elegante lavora alacremente davanti alla lapide di un congiunto. Non ha sguardi per altri e risulta immersa nella sua occupazione. Dispone fiori bellissimi e assai costosi nelle due fioriere, controlla che non vi sia né troppa acqua né troppo poca. A coronamento del lavoro eseguito, una serie di preghiere ben recitate le consente di dare un ultimo accurato sguardo alla sua industria. La notte seguente un vento maestoso sferza il cimitero e rovina l’opera appena realizzata disperdendo i fiori che, troppo lunghi ed esposti alle folate, facilmente sono estratti, rotolando per ogni facendo da vela nel vaso malfermo. Chissà quale intento della sorte li fa rinserrare in degli incavi rasoterra, proprio sotto una lapide grigia, leggermente incurvata all’infuori, chiaramente male in arnese e reclamante attenzioni edili da tempo. Tomba di povera gente, dove una frase scolorita attestava di una donna la bontà di madre e l’onestà di sposa e dove un sorriso contadino si scherniva per il regalo eccessivo appena ricevuto dal vento. Come l’eternità si beffa del tempo in un cimitero? Aggredendolo dal lato anagrafico; il gelo, la pioggia e le estati cocenti mettono a dura prova le scritte sulle lapidi, specie se trattasi di lettere metalliche incollate con piccoli perni nei buchi di marmo e si divertono a privarle di quelle che dicono il maschile invece del femminile o rendendo nomi impronunciabili in un modo che neppure negli ozi scolastici sarebbe venuto mai in mente. Qualcuno prova a reintrodurle limitandosi poi appoggiarle nei pressi, cadendo quelle con insistenza. Angeli neri di metallo che cingono le fotografie dei morti con le mani, sono staccati dal vento e paiono giocattoli rotti che seguono un carillon della memoria, assorti in un dramma che, loro malgrado, non riescono più a testimoniare. Il vento fa da sottofondo e si allea con gli insetti in basso e le scie degli aerei in alto. Non vi è mai silenzio nei cimiteri, ma una risonanza ovattata del mondo che offre devotamente la sua spalla al sonno eterno di chi ci ha preceduto.

Le zone terremotate

Ripartire dai vivi ricostruendo le scuole per rianimare i centri storici feriti dal sisma, con le grida festanti dei ragazzi a mitigare l’atmosfera di gelo di mura sventrate? O ricominciare col restituire dignità ai morti, tutelando memorie mai sopite, pietra emozionale su cui rinsaldare il senso di appartenenza nei luoghi devastati? Ma come, se tanti cimiteri sono militarizzati, ancora ingombri di macerie ed oltraggiati dall’inerzia decisionale più che dalla furia degli eventi sismici? Nel Centro Italia del sisma i pubblici decisori fanno poco per celare la loro autoreferenza; prima che scaturisca un guadagno sociale dalle loro decisioni si deve verificare un guadagno politico deducibile dal monopolio delle misure da intraprendere, titolo che gli spetta in base al proprio status giuridico. Allora, la città devastata diviene il palcoscenico dove recitano una classe politica piagnucolosa e costretta dall’occhio televisivo a regalare abbracci ad anziani e carezze ai bambini. Il codazzo del gregariato politico locale fa il resto, come ragazze pon pon sui campi da basket, mentre sulle bare allo scoperto si aggirano animali notturni e sui sogni dei piccoli stazionano incubi. Molte persone, dopo la polvere da vive, si ritrovano macerie e polvere anche da morte, sepolte dalle pietre dell’indifferenza, con la loro bara desunta dalla devastazione, posta oscenamente alle intemperie dopo che l’ignavia del decisore pubblico la mantiene sottratta alla pietà familiare. Questo 2 di Novembre ci mostra come Il disservizio si muti in crimine e l’indifferenza delle istituzioni sancisca la loro lontananza dalle persone, con i simboli del lutto devastati dall’incuria e dalla sciatteria di troppe parole che, sciogliendo l’humus della responsabilità nel piatto forte dell’immagine, sviliscono ogni desiderio di ritorno alla vita normale. Digerito mediaticamente, il terremoto aggrava la solitudine dei cittadini, replicando l’inefficienza di coloro che, promettitori di professione, non comprendono che vi è un’Italia che non questua, sperando di essere capita e non si dispera credendo di essere rispettata. Si abbia almeno memoria dei cimiteri per non mutare il cratere sismico in cimitero delle memorie.

Rossano Buccioni

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