Individuo/società43

5 Novembre Nov 2017 1713 05 novembre 2017

DIPENDENZA: IL FRUTTO AVVELENATO DELLA SOGGETTIVAZIONE

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Le interpretazioni delle dipendenze dal Web e dagli oggetti tecnici

Da anni assistiamo, in tutto il mondo, al massiccio diffondersi di internet e dei new media. Siamo giunti ad un ampliamento delle possibilità di comunicazione superando i vincoli di tempo e spazio che non sono più le grandezze “a-priori” su cui argomentavano i filosofi illuministi. Aumentando la velocità a fronte di una diminuzione dei costi, l’accesso alle fonti di informazione fa si che un fatto non venga giudicato reale se prima non viene in qualche modo notificato su di un mezzo di comunicazione-diffusione. I New Media sono i più efficaci in tal senso al punto che producono spesso Fake News perché rovesciano il meccanismo della prova: non è vero ciò che accade, ma può diventarlo ciò che viene raccontato-mediato, specie in Rete.

Usare razionalmente la tecnica?

In molti continuano a pensare che l’uso di un dispositivo tecnico ha implicito in sé il possibile abuso e che il potenziale utilizzatore debba essere educato ad un uso razionale del mezzo tecnico dentro un progetto dove la razionalità allo scopo - propria dell’agire tecnico - tenderebbe in sé a fini utili e sensati, si direbbe a misura d’uomo. Le cose non stanno esattamente così e basta osservare un gruppo di ragazzi durante la ricreazione a scuola per rendersene conto. La teoria del controllo umano deve essere rovesciata perché il potere dei mezzi tecnici ha mutato le gerarchie del nostro mondo con le categorie pedagogiche, giuridiche e politiche che non riescono a seguire il vertiginoso ritmo di “amplificazione della deviazione” che sta già verificandosi sotto i nostri occhi. Se un tempo dicevamo “l’ha detto la televisione, dunque è vero”, per le stesse ragioni oggi dobbiamo riconoscere che l’universo digitale sta determinando casi di dipendenza da Internet in cui il rapporto con la realtà tende a focalizzarsi su una connotazione ossessiva basata sulla deformazione dei gradi di libertà connessi alla personale relazione col mondo. In seguito alla diffusione dei nuovi mezzi di comunicazione assistiamo al diffondersi di fenomeni definibili come psicopatologici riconducibili ad un uso inadeguato della rete. Quali ragioni li determinano?

Adattare-modificare l’essere umano?

L’Internet addiction disease (I.A.D) copre un’ampia varietà di comportamenti relativi alla difficoltà nel controllo soggettivo degli impulsi. Si pensi alla studiatissima dipendenza ciber-relazionale: si caratterizza per la tendenza ad instaurare rapporti a vario titolo amicali con persone conosciute e frequentate on-line. Si tratta di una forma di relazione nella quale gioca un ruolo strategico l’anonimato, che consente l’auto-attribuzione di specificità psicofisiche e caratteriali anche assai lontane da quelle che la persona incarna nella vita reale. Gli individui investiti dalle implicanze di questo atteggiamento distorsivo-compulsivo si coinvolgono esageratamente in relazioni online e ne risulterà stravolta la loro vita di relazione. I partner online diventano ai loro occhi più significativi, anche a scapito dei rapporti reali. Le ricompense psichiche dell’online sono più remunerative di quelle connotate dalla carriera biografica nella responsabilità identitaria e gruppale. Che fare? Viviamo ormai in ambienti di sovra-stimoli attentivi per “troppo pieno” (infondo è la cultura “augmented”). La nostra psiche arranca dietro le molteplici implicanze del dominio tecnologico. In molti pianificano delle strategie per modificare l’essere umano, giudicato antiquato (Anders), residuale, o capace di invecchiare in modo non intelligente (De Gray). Lo si fa in una situazione storica in cui lo spazio ed il tempo appaiono drasticamente ridefiniti: lo spazio con lo sconvolgimento dei vincoli di potere non più esercitati dallo Stato Nazione; il tempo con la chiara adesione a forme di tutele dei diritti e di assunzione di responsabilità rivolte alle “generazioni future”, dunque a soggetti esterni ai vincoli del tempo presente. In questa nuova fase sembrano crollare tutti i dualismi che erano stati alla base della definizione politica dei diritti di cittadinanza e che avevano stabilito in base a criteri di uguaglianza, le regole del gioco democratico: privato/pubblico; individuo/società; laico/credente; identità/alterità; nazionale/globale. In questo quadro si erano costruite le principali modalità che la cultura europea aveva avuto per leggere se stessa e dettare la propria interpretazione dl mondo. Se i cittadini hanno con lo stesso Stato Nazione delle forme di relazione che sempre di più richiedono una inserzione nelle regole di funzionamento della Rete e se Internet diviene uno spazio molto più grande del Mondo; se del Mondo abbiamo esplorato tutti i luoghi e di Internet non possiamo conoscere che poche dimensioni; se pur possedendo un corpo noi ne “produciamo” un altro, quello elettronico, fatto di tutte le informazioni che tramite l’uso di protesi digitali noi lasciamo sulla rete in forma di tracce, di segni e di ipotesi più o meno complesse su di noi, allora è chiaramente di fronte a noi un nuovo modo di essere al mondo che ci attende e che ci convoca al centro di questioni ineludibili per definire un orizzonte di nuova umanità possibile. Il corpo elettronico che produco, fatto delle mie infinite tracce lasciate nella rete, diverso da quello che stabilisce la mia identità (quello delle carte di identità), ricco del valore che la modernità crea in abbondanza (comunicazioni ed informazioni), in quale rapporto è con il corpo rappresentato mentalmente da ognuno di noi, curato dalla medicina ed espresso, abitato dalla biografia? Il corpo elettronico diviene un micro-ambiente che svia dalla socializzazione tradizionale e facendo da involucro al nuovo sviluppo delle mie competenze informativo-digitali, mi permetterà l’accesso alla nuova cittadinanza globale della rete. Quale umanità esprimeremo? Prima abbiamo ceduto la nostra felicità per un po’ di sicurezza. Ora cediamo la nostra umanità in cambio della fruibilità tecnica come anticamera dell’onnipotenza, qualificata dallo scambio economico e prefigurata in una vita senza qualità.

Il sovraccarico cognitivo: posta in palio o patologia?

Controverso è il caso del sovraccarico cognitivo o eccesso di informazioni, con la ricchezza dei dati disponibili sul Web che ha creato una tipologia di comportamento compulsivo inedita e preoccupante, specie tra i più giovani. Gli individui trascorrono sempre più tempo nella ricerca e nell’organizzazione di dati. A questo comportamento si legano tendenze compulsive, capaci di configurare una plasmazione a base tecnica degli schemi di comportamento. Il bisogno di reperire informazioni infatti sta diventando una esigenza specifica di cittadinanza e non solo di abilità, dato che i modelli di vita presuppongono il sentirsi sempre un passo avanti rispetto a chi informazioni non ne possiede. L’informazione così rimette in pareggio, nella dimensione sociale, ciò che un tempo veniva considerata saggezza nella dimensione relazionale o dote in quella biologica. Allora, ricercare informazioni sulla Rete, aumenterà al contempo una distanza “informativa” dagli altri costruita dentro una competizione permanente giocata proprio sulla capacità di consumare informazioni pertinenti, il modello più forte di adattamento al presente.

Lo smartphone come oggetto socio-transizionale

Le azioni-guida sono economiche e le nuove dipendenze si sviluppano a partire dalla capacità che la tecno-scienza ha di modificare rapidamente lo spazio di vita e l’intero quadro delle relazioni, creando dei dispositivi che prima muovono all’acquisto, cioè chiedono di esser fatti propri per poi entrare come protesi nella certificazione di una mancanza cui genericamente si sopperisce agognando nuove competenze tecnologiche; la mancanza resta, il senso di vuoto aumenta, ma noi dislochiamo altrove la nostra sensazione di angoscia trovando il modo per costruire nuove abilità relazionali sapendo però di avere reale bisogno di altre. La sintesi di diversi oggetti nell’oggetto telefono avviene sotto l’egida ideologica di oggetto “intelligente”. Non è tanto il telefono a diventare intelligente, ma è complesso lo scopo che elegge il telefono a strumento guida di una operazione assai più profonda, quasi un regolamento di conti nel mondo del dispositivo tecnico, che fa di altri oggetti delle sottocategorie funzionali, abdicando al loro monopolio di azione. Per diventare intelligente il telefono deve imporsi dentro il mondo degli oggetti e rivendicare una sua superiore capacità. Gli oggetti che sono posti al servizio del telefono vengono simbolicamente degradati a suoi sotto-componenti funzionali. Il culto dell’oggetto prima e la scansione sociale del suo dominio simbolico attraverso il telefono poi, hanno inaugurano una nuova stagione di diktat conformizzanti che sono riproposti in modo auto-amplificante dai media solo all’interno di specifiche ricompense di status. L’oggetto telefono garantisce una funzione di traino alla crociata dell’immaginario tecnologico e si propone come potente scansione delle sue abilità coincidenti con l’accelerazione della diffrazione io-mondo in tanti sotto spazi intensificativi in cui riorganizzare i corpi e le menti in base a linee di forza, stili divisivi, modi di pensare reversibili, abolizione dei valori, accanimento solipsistico, culto dell’oggetto, ecc. ri-specificate intensivamente dai codici vincenti del mercato.

Il connubio giovani-digitale

Il giovane sviluppa una nuova determinazione all’azione concessa a partire dalla definizione di un mondo in cui lo smartphone si mantiene stabilmente al centro. Il telefono sviluppa e intensifica una determinazione all’azione per assorbimento prima e redistribuzione di competenze poi, mostrandosi sempre pronto a proporre il giovane come tabula rasa rispetto alla potenzialmente nuova attribuzione di possibilità-funzione-azione-stili sullo scacchiere sociale, ormai privo di conflitti, di edipo, di saghe del potere o di romanzi familiari. Nasce una storia modulare, in cui il ruolo si pre-fabbrica dentro una volontà blanda e nomade, agita in chiave tecnico-mediatica. Quella dal Web-telefono non è una vera dipendenza, ma è una seduzione a lasciarsi predisporre verso percorsi di azione reversibili, fortemente instabili e soprattutto svincolati da una razionalità allo scopo o al valore. L’ebrezza di poterli scegliere e dirigere si paga con l’inconsistenza del progetto di base in cui inserire una azione, spesso fine a se stessa e senza colpa né progetto. Senza perdita né lutto, senza doveri di elaborare una mancanza o un deficit, senza pena ne colpa, digerendo gli eventi come i cibi spazzatura. E’ il narcotico dell’eccessivo raddoppiamento della realtà garantito dal virtuale-Web. Poi lo strano mondo della coazione a condividere nel Web, come rovescio della medaglia dell’iper-individualismo acquisitivo: l’altro viene associato ad una funzione di autopromozione, è la sponda egoica dell’azione, l’irrinunciabile scena sulla quale ci è dato esprimerci, l’involontario testimone dei nostri cripto-narcisismi. Ma la condizione per lasciarci fluttuare in questo orizzonte ludico è che noi ci esponiamo ai suoi giochi di faccia, senza regole, limiti o percezione di saturazione. Poi però è l’urto che stabilisce la fine del gioco, la registrazione sul web del mio privato, lo svelamento mozzafiato del tradimento, la messa in mostra ridicolizzante della mia fiducia dato che il “terzo” di silicio non esercita che un potere negativo, dilata le nostre nefandezze, non riconduce ad unità, ma disperde nel vuoto, non crea valore, ma sequestra la vita, non restituisce ciò che gli concediamo, ma lo muta per sempre minando spazi concretamente umani di esperienza e ponendoli sotto la reggenza del suo irascibile algoritmo, pericolosamente in bilico sulla disumanità, da cui indietro non si torna. Noi questo lo accettiamo.

Dipendenza o no?

La definizione di dipendenza sposta il vertice osservativo troppo sul versante della patologizzazione dei fenomeni, con un chiaro intento analitico: quello di dilatare l’utilizzo dell’osservazione psicologica sui comportamenti. Qui invece siamo di fronte al sistema che emerge dalle psicologie, alla determinazione sociale di un obbligo comportamentale reattivo e contagiante, un comportamento di rimbalzo come reazione e contemporanea costruzione di un modulo instabile di atteggiamento. La voglia del nuovo smartphone è l’ossigeno e la capacità di usarlo è l’idrogeno: ciò che accade dopo (noi che lo usiamo quasi sempre) è l’acqua, il comportamento emergente. Un comportamento emergente travolge ciò che c’è prima con una cultura che sarà impegnata in delle pratiche inedite di accettazione del nuovo stile cognitivo che prevede nuove selezioni/esclusioni di tempi di vita, attivazioni di latenze, improvvisazioni di ruolo, regressioni a forme di gioco, spinte in avanti con partecipazioni pubbliche a dibattiti, blog; ma anche interferenze nello spazio reale, nuove digressioni in quello virtuale con una identità camuffata e via dicendo. Quella a base tecnica ci pone di fronte ad una socializzazione incoerente che abbandona le sue traiettorie di problematica definizione-ricomposizione di uno spazio di vita intenzionato alla difesa di una trama identitaria (pur diffratta, lacerata e ricomposta dalle tante eventualità dell’esistenza), per giocare la partita dell’aleatorietà e dell’altrimenti necessario, dell’apparizione sfuggente, dello squarcio del fondale di scena. Il mondo relazionale si frammenta, evidenziando la resa irrappresentabile del proprio gioco, lo sbilanciamento sull’assurdo e sul regredito, la presentificazione dell’immaginato e mai realizzato, la continua sottrazione all’ortodossia e l’obbligatoria invenzione di una autologia incline al culto del sé. E indietro non si torna da queste cronache digitali del contemporaneo.

Rossano Buccioni

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