Individuo/società43

12 Novembre Nov 2017 1811 12 novembre 2017

LE ALLUCINAZIONI NEL DESERTO EMOTIVO GIOVANILE

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Le tragedie dell’assurdo che non insegnano più nulla

A quasi 21 anni dalla morte di Maria Letizia Berdini, uccisa il 27 dicembre 1996 da un masso lanciato da un cavalcavia in autostrada, pochi giorni fa una donna di 62 anni è morta per arresto cardiaco in circostanze simili nel milanese. Dal qualunquismo al chiunquismo, si potrebbe dire, con persone che sparano nel mucchio, prede di una distruttività compulsiva incapace di andare oltre il gorgo della patologia.

Desertificazione emotiva

Nel deserto dei poverissimi setting emotivi che da piccoli hanno vissuto, sempre frammisti a regali o negli interstizi di vita concessi dagli oggetti tecnici, video, videogiochi ecc, le emozioni sono vissute dai giovani come forme residuali dell’esistere, come un accontentarsi dell’essere vivi che diventerà un ritirarsi dagli orizzonti sociali. Nel corso dell’età adulta quando avranno neutralizzato l’emozione nella dimensione psichica della nostalgia, cresceranno impulsi inediti ed incontrollabili, rubricabili nella categoria di “gesto”, anche violento, capace di governare la tribù distratta delle vacue parole che molti ragazzi non hanno sentito vivificarsi in loro, né con gli adulti per rimemorare un mondo affettivo che meritava di non esser dimenticato, né con se stessi perché – come un nervo morto che fa male quando un urto lo colpisce – si comprende che lo spazio emozionale nella vita sarà sempre naturalmente obbligato e non si vivrà abbastanza per convincersi del contrario.

Faccio del male dunque esisto

Chi uccide per noia o si rende protagonista di atti distrattamente lesivi dell’altrui incolumità, non fa altro che spargere sale sulla ferita più profonda del tardo-moderno, quella della fine del legame. Si tratta di gesti che mettono in crisi l’idea di giustizia e, con la giustizia, la stessa organizzazione sociale che per garantire i suoi presupposti socializzativi e conformizzanti deve sempre identificare un movente alla base di un singolo crimine o atto deviante, perché troppo difficile sarebbe ammettere difetti strutturali nella richiesta che i sistemi di azione rivolgono ai singoli individui, anche a coloro che rifiutano le ricompense della normalità. Tutti parlano di crisi dell’educazione, della famiglia, e della cultura, ma nessuno sembra in grado di individuare le ragioni di questa crisi. Viviamo in un’epoca che ha frantumato l’uniformità del contesto socio-culturale in cui ognuno agisce con la società odierna che è “iper-differenziata”, cioè dove non si può più interviene dall’esterno sui diversi sistemi sociali di azione per dire ciò che è vero o ciò che è ingiusto. Non esiste più una trama di senso condivisa e si lascia fare, con l’educazione emotiva che viene o disattesa o lasciata all’allevamento mediatico. Come un bimbo non parlerà più se non lo fa entro il quinto anno di vita, un ragazzo non darà forma alle sue pulsioni se nessuno glielo insegnerà, assecondando la tendenza, nell’attuale generazione, ad avere un costante incremento dei problemi emozionali rispetto a quelle che si sono già esibite sulla scena del mondo.

Figli della iper-differenziazione sociale

E’ un processo quello della differenziazione sociale che ha indubbiamente fornito vantaggi materiali ed un aumento della libertà individuale, ma al prezzo di uno svilimento della centralità dell’uomo. Viviamo una società dell’informazione/spettacolo che ci costringe al ruolo di spettatori passivi dell’altrui vanità, consegnandoci ad una vergognosa superficialità se confrontati con questioni morali, di vita o di morte. Molti giovani criminali sembrano non incapaci di intendere, ma incapaci di “sentire” in quanto il sentimento non è un dato naturale, ma socialmente-culturalmente acquisito. Non forniamo più ai giovani la capacità di dare forma espressiva ai loro universi emotivi e loro rimangono a livello d’impulso o di pulsione distruttiva. Nessuno è capace di strutturare nei percorsi di vita una educazione emotiva che consenta di ri-conoscere i loro sentimenti, le loro passioni, la qualità degli orizzonti di esperienza. Quindi il mondo emotivo vive dentro di loro agitandosi per conto suo, potenziale mai utilizzato che come un ospite sconosciuto fa intuire la sua presenza, ma si nega ad ogni manifestazione sensata. Assistiamo ad un imbarbarimento dei rapporti umani con l’aumento della conflittualità e la lacerazione dei legami in nome di un narcisismo promiscuo e dell’individualismo attoriale. Il venir meno di ogni rispetto dell’etica pubblica rende inefficaci i modelli di interpretazione sociale della realtà, con lo sviluppo di un analfabetismo relazionale fondato sull’inaridimento dell’empatia normativa, quella che consente ad Ego di rassicurare Alter circa la bontà delle sue intenzioni. I giovani cullano la propria indeterminazione, allevati dal doping delle immagini, scissi nelle duplicazioni virtuali dell’esistenza, preferendo affogare nell’abbraccio della complicità dissipativa delle nuove dipendenze. Non a caso oggi i giovani sono più soli e depressi, più impulsivi ed aggressivi e quindi impreparati alle difficoltà della vita, privati di quelle difese immunitarie di tipo emotivo indispensabili per definire l’autocontrollo e l’empatia, senza i quali potranno esibirsi anche in TV, ma non sapranno ascoltare il loro cuore né tollerare le normali frustrazioni.

Cosa è oggi l’educazione?

Pierre Bourdieu scrive che l’educazione è una persuasione clandestina, dato che il potere e la violenza condizionante da essa esercitati sono assai forti e servono per stimolare l’accettazione di una serie di ricompense simboliche e materiali per diventare soggetti in modo socialmente sostenibile. Ecco perché anche se siamo soli in casa, ci sediamo ugualmente a tavola, mangiamo con coltello e forchetta ed usiamo un tovagliolo: è come se fossimo osservati da un altro. Questo “altro generalizzato” oggi sembra svagato, sostituito da un io che moltiplica gli effetti della sua tirannide a misura delle proprie crescenti irrisoluzioni. Bernard Stiegler parla di “inversione generazionale” su base tecnologica, dato che i giovani sanno meglio degli adulti interpretare le dislocazioni della realtà garantite dal matrimonio di informatica ed elettronica, accompagnate da una diffusa de-responsabilizzazione educativa.

Lo smartphone e i vandali

Si pensi alla fascinazione del telefono ed ai vandalismi. Dove si arresta l’effetto regalo agito dallo smartphone e dove ha inizio il contagio mentale di una nuova dimensione informativa a partire dalla quale il giovane inizia a dilatare lo spazio-tempo, scavando un solco tra lui e chi gli ha regalato l’oggetto, immunizzandosi da ogni prudenza e convogliando nella rete ogni tipo di immagini? I vandali: colpiscono per poi eclissarsi, secondo tecniche militari da guerriglia del senso, dileguandosi per trarre nuovi rifornimenti dal vuoto ingannevole che li protegge. L’azione criminale non riemerge dentro una trama coscienziale che ammette l’errore, ma accampa pretese di ulteriore impunita comprensione, non distinguendo vita e morte e non comprendendo che non vi potrà essere un eterno spazio di giustificazione alla grottesca esibizione di inconsistenza del proprio progetto di vita. Il vandalo colpisce panchine, monumenti e scuole; non colpisce direttamente gli adulti, ma mira alla loro idea di mondo, che li sfida con le sue forme celebrative e il suo pubblico decoro. Non sopportano la continuità passato-presente dello spazio urbano e la fiducia che vi si esprime nel dare coerenza alle cose. Ormai i giovani si mantengono aleatorii, mobili, nutrendosi di una intolleranza epidermica e virale. “Lo abbiamo fatto per vedere ciò che si prova”; “Non pensavamo fosse così grave”: queste frasi sono le corone di fiori per delitti mostruosi o contornano una lettura della realtà parziale se non alienata, dentro una vita dove hanno visto mutarsi ogni offerta educativa in una forzata rinuncia all’espressione delle proprie qualità.

Rossano Buccioni

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