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20 Novembre Nov 2017 1632 20 novembre 2017

HOMO LUDENS: IL VOLTO INGENUO DI HOMO OECONOMICUS

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L’abbraccio mortale del gioco d’azzardo, tra costi sociali e derive individuali

Il gioco è una attività che consente di sperimentare l’ebrezza dello scostamento dalla routine quotidiana desiderando poi farvi ritorno; il gioco d’azzardo esprime invece l’essere fagocitati da quell’ebrezza che sfuma i contorni della realtà e richiede di analizzare sia le dinamiche intrapsichiche chiamate in causa nel sostenere la coazione all’azzardo, sia le condizioni esterne che entrano nella modulazione del comportamento di gambling. Il forte incremento del gioco d’azzardo fa pensare anche ad una trasformazione della natura sociale dell’uomo contemporaneo: dall’uomo flessibile all’uomo dissipativo. Il giocatore d’azzardo potrebbe esser considerato come una versione estrema dell’uomo flessibile, pronto a sciogliere ogni legame che lo vincola ad affetti, luoghi e ricordi, ed ora pronto a sciogliere anche l’ultimo legame che rimane nel novero dei possibili, quello con il denaro, immolato sull’altare del sacrificio di sé che chiede alla vertigine ludico-regressiva di esser ricondotto a quel luogo interiore dove ogni scelta appare reversibile. Il mercato dei giochi d’azzardo sta presentando una crescente offerta di occasioni per giocare. Si tratta di un business in aumento perché vi si alimenta uno stile di vita e di rappresentazione del sé che si accorda perfettamente con le modalità di costruzione della personalità nel mondo attuale, in una società di mercato, dominata dall’elemento “quantità” e con una forte svalutazione del senso del lavoro e della responsabilità individuale dentro modelli di umanità che si mostrano socialmente attivi a partire dalla cessazione dei legami. Alcune ricerche hanno evidenziato come il ricorso al gioco faccia riferimento a funzioni di tipo ricreativo nelle fasi storiche di benessere (fordismo maturo e terziario avanzato), ma anche a funzioni suppletive-compensative nei periodi di crisi socio-economica, con un avallo pulsionale alla tensione all’isolamento delle persone che già si trovano ai margini. L’incremento del gioco d’azzardo segnala allora una indubbia funzione regressiva, nel tentativo di riproporre antiche condizioni equipotenti nella biografia individuale. Ciò appare non solo dalla concomitante crescita dei volumi di gioco nel corso delle crisi economiche e sociali, ma anche dalla prevalenza di giochi fatali su quelli di abilità, dove la vincita è un pronunciamento della sorte che, per un momento, incrocia lo sguardo adorante del beneficiato. Mentre un tempo si veniva introdotti dal gioco alle regole della realtà sociale, ora accade che nel gioco si cerchi un anti-mondo che pone al riparo dalle sconfitte. Ma quali sono i costi sociali del gioco patologico? I costi delle derive patologiche del gioco andrebbero ricercati in più aree, tra cui quella delle relazioni sociali e familiari. Vi sono comunque delle dinamiche miste: si pensi al fenomeno delle scommesse on-line di giovani e giovanissimi, anche in contesti scolastici. Giocare a scuola assume un rilievo assai significativo perché si fa giungere una lettura alternativa del proprio impegno personale fin dentro le mura di quell’universo responsabile che dovrebbe essere centrato sulla perseverantia severum. La scuola dovrebbe essere il luogo del differimento del risultato perché vi si impara una lettura paziente della realtà, tuttavia la massiccia intensificazione della logica debito/credito ha pericolosamente mutato il senso scolastico dell’imparare ad imparare (risultati dell’educazione posti nel medio-lungo periodo) in quello di imparare a strappare una sufficienza (risultati posti nel breve periodo), con la conseguenza che il docente viene ridotto sempre più al fortino adulto assediato dalle soverchianti energie giovanili, febbrilmente determinate a strappare il suo di ciascuno, stravolto nel suo significato perché distolto da ogni obiettivo di crescita duratura ed arrancante dietro l’intenzione tutta economica di fornire agli studenti, non un riconoscimento educativo-esistenziale che apra il futuro a tutte le possibilità, ma un salario simbolico (la pagella) che orienta verso un mestiere intuito in flebili inclinazioni adolescenziali e successivamente negato dalla penuria occupazionale. Nella logica della gratificazione quotidiana dei giovani il piacere di sapere chi si è non regge di fronte all’imperativo di godere nel denaro le forme condensate di azione e di fiducia che vi appaiono depositate ad ogni livello delle rappresentazioni collettive. Il giocare d’azzardo rappresenterebbe infatti per molte persone un “mondo altro e parallelo” in alternativa ad un mondo apparentemente governato da razionalità e da calcolo. Un mondo “altro” che permette” di vivere un’avventura, una sfida, o di sperare in un magico cambiamento della propria vita. Ma, giocare d’azzardo è anche una possibilità di riempire momenti di noia e di mancanza di senso. Il giocatore ricerca uno spazio magico di possibilità attraverso il quale sia possibile costruirsi un universo onirico di accesso ad altri sé. Uno spazio libero da scelte, da limiti e “principi di realtà” dove sia possibile concentrare dimensioni dicotomiche come identità/dis-identità; uno stare sul limite per accedere alle risorse dell’altro da sé e non farsi catturare dalla fatica del ruolo a cui molte rinunce sono legate. Dal gioco come palestra di vita alla vita che si muta in tragico gioco.

Rossano Buccioni

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