Individuo/società43

28 Novembre Nov 2017 2014 28 novembre 2017

LA FINZIONE ESPRESSIVA NELLA SOCIETA' DELLE MASCHERE

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Parlare molto per non comunicare più nulla

E’ difficile stabilire con precisione quali siano le principali criticità dell’uomo contemporaneo mettendo a tema le questioni legate al mutamento della soggettività nel nostro tempo. Come se non bastasse, la funzione mediale ed iper-mediale svolge nel nostro mondo un ruolo forte nella definizione di ciò che oggi è individuo, rendendo ancora più instabili le sue definizioni su cui trovare un minimo consenso. Ascoltando i canali musicali nei bar o le trasmissioni in TV colpisce il ringhioso, incomprimibile cicaleccio ora violento e sedato, ora stigmatizzato ma subito pronto a riguadagnare la sua virulenza. Le parole sembrano vuote perché il linguaggio, dileguando spesso in modo esibizionistico nella provocazione, diviene l’etichetta di una vita spettacolarizzata che nulla chiede alla comprensione e niente potrà offrire alla cura dell’altro. Incontrollabile nei suoi effimeri effetti personalizzati, la parola mediata non è capace di condurre al luogo dove abita la mia sofferenza e il mio disagio che, essendo noi costretti ad affrontare in chiave recitante, in pochi potranno intuire nella loro valenza trasformativa o nella temuta crescita convulsiva. Come molti giovani pur stando male, non sanno dire ai medici ciò di cui soffrono, la maggioranza degli adulti che incappa in una crisi personale non riesce a commisurare il dramma patito ad una regola di condivisione culturale indenne dall’obbligo di truccare ciò che è autentico, sentendosi alla moda o soffrendo come tanti alla ricerca di una normalità estrema. Mutando in immagine l’essenza perdiamo la capacità di far corrispondere parole a cose e diagnosi a prognosi. Il legame non è più pensato né ricercato per fondare una identità stabile, ma per associarvi molteplici pratiche identificanti che hanno una valenza funzionale quanto episodica, alla ricerca del riempitivo migliore per una fase eclettica, da giustapporre alla precedente. A quest’uomo vanno stretti i legami, non si addicono le coerenze e suonano atipiche le fedeltà, con l’identità che viene sciolta nelle facce e la continuità psico-biologica che dilegua nella molteplicità di scissioni e ricombinazioni giocate sulle necessità momentanee di dotarsi di un personaggio, un profilo ed uno stile sempre in base a modalità espressive ricombinanti. Tenendo uno psicofarmaco a portata di Ego. La fine della comunità significò l’inizio della costruzione di stimolanti percorsi soggettivi, tuttavia il desiderio di raggiungere la piena sovranità di sé si legò ad una messa in questione di tutto ciò che è altro da me, visto come un vincolo da cui liberarsi per poter sviluppare una assoluta individualità. Prima, nella comunità, l’individualità era relativa, poi nella società l’individualità divenne assoluta, cioè sciolta da vincoli esterni alle sue traiettorie personali di definizione. Da un lato si realizza un vantaggio di liberazione recidendo troppi legami, ma dall’altro l’individuo risulta isolato annegando nella sua libertà e manifestando nella massima espressività del sé anche un picco di vulnerabilità. Inoltre le nostre potenti tecnologie procedono più velocemente della umana capacità di attribuire loro un significato; siamo sempre arretrati rispetto allo sviluppo che noi stessi abbiamo messo in opera, e ci sentiamo inferiori ai dispositivi realizzati. Siamo degli io mobili e tirannici, ma viviamo la vergogna prometeica, il senso di inadeguatezza di chi non riesce a stare al passo con ciò che è pur sempre frutto della propria ideazione, quando l’agire deve restituire un senso e quando la norma deve illuminare un Valore. Per essere abitata la società tardo-moderna deve esser popolata da persone pronte a sciogliere legami immediati, in modo da rendere fluida anche la percezione del sé. Si deve essere disponibili a stare sul limite della relazione, giusto il necessario per uscirne prontamente o per farvi ritorno non appena si siano create condizioni migliori per far fruttare un nuovo investimento egoico. L’altro è uno sconosciuto che deve essere mantenuto nella sua distanza sociale e nel suo anonimato personale, convocato all’azione dall’interno di un modello di intesa attoriale. Lo si vede spesso dalle espressioni di stereotipa disillusione, dentro strategie di intesa comunicativa dove nessuno avanza pretese di autenticità. Questa coazione alla superficie costringe a comunicare la presenza in modi svariati ed a far coincidere la personale volontà di accedere alla comunicazione con la presenza, ammucchiando in spazi disordinati (TV, Web, Radio, ecc.) ogni tipo di proposta comunicativa che, impossibilitata a realizzare uno scambio sensato di proponenti e di riceventi, si avviluppa su se stessa in grovigli di voci che si conturbano ed irritano, incapaci di fermarsi e ripristinare condizioni accettabili di confronto. Non si attende che l’altro esprima la sua offerta argomentativa per articolare la propria, ma la si urta negandole il senso che si mostra solo nel completamento temporale di un disegno logico dato che parlare è sempre un diversamente ascoltare.

Rossano Buccioni

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