Individuo/società43

6 Dicembre Dic 2017 1455 06 dicembre 2017

INDIFFERENZA: IL LUSSO PARADOSSALE

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L’URLO DELLA SOLIDARIETA’ E IL BRUSIO DELL’INDIFFERENZA

In numerosi fatti di cronaca osserviamo una vittima che viene aggredita sotto gli occhi di altre persone, le quali non agiscono né per limitare la violenza né per chiamare un qualsiasi soccorso. L’indifferenza verso un’altra persona è riscontrabile anche in caso d’incidenti, disagi o svariati casi di richieste d’aiuto. Un tragico braccio di ferro tra inerzia e solidarietà si è registrato anche nella tragedia dell’Hotel Rigopiano, come dimostrano chiaramente le conversazioni telefoniche tra i richiedenti aiuto e le autorità preposte per garantirlo. Le ironie e gli sberleffi da parte delle strutture di soccorso che leggiamo, rientrano in uno specifico comportamento che, genericamente catalogabile come indifferenza, in Psicologia sociale potrebbe essere definito come effetto Bystander (spettatore). Non si tratta allora solo di una tragedia dell’inosservanza delle regole di soccorso o della trascuratezza organizzativa perché in quell’evento giocarono un ruolo diversi altri fattori che solo l’analisi sociale dei comportamenti complessi riesce a mettere a fuoco. Diversi casi studiati mostrano un quadro contro-intuitivo, dove il singolo individuo preso a se si comporta in un dato modo, ma inserito in una dinamica organizzativa gruppale, decide per un atteggiamento diverso. Più persone assistono allo svilupparsi di una tragedia e meno probabilità ci sono che si organizzi un’assistenza di gruppo. Potrà sembrare strano, ma le dinamiche che si attivano nell’effetto Bystander sono complesse e convergenti. Ecco le tre fondamentali: la diffusione di responsabilità, l’influenza sociale, l’inibizione sociale. Il fenomeno della diffusione di responsabilità si riferisce alla tendenza delle persone a lasciare accadere determinati fatti quando si trovano in gruppo, mentre se si trovano da sole, le azioni scelte si mostreranno opposte alla mediazione gruppale subita. La presenza del gruppo determina una diluizione della responsabilità con una sua dissipazione che ha l’effetto di anestetizzare il senso di emergenza. Così nessuno si sente responsabile dell’accaduto. Questo senso di mancanza di responsabilità, oltre a riferirsi all’atmosfera di gruppo, è dovuto certamente anche alle dinamiche di appartenenza ad una gerarchia decisionale o ad un sistema burocratico, come la vicenda di Rigopiano ci mostra quasi alla lettera. Dalle intercettazioni riportate anche dal Corriere Adriatico si evince un effetto de-responsabilizzante del “pensiero di gruppo” che sdrammatizzando la situazione di criticità ambientale, esercitava una riduzione delle pressioni esterne al team decisore. Una tecnica classica di questa diluizione è la messa in dubbio del regime di criticità emergenziale dei richiedenti - attualmente materia per la magistratura - oppure il sottile tentativo di incolpare la vittima per la sua situazione di bisogno estremo. L’influenza sociale determina un chiaro “effetto gruppo” nell’assunzione di decisioni. Dentro una organizzazione infatti l’effetto di conformità esprime la tendenza a seguire le scelte del gruppo anche quando queste confliggono con l’orientamento soggettivo alla responsabilità morale. Il profilarsi di una emergenza, se da un lato determina la diffusione di responsabilità, dall’altro ci invita a concentrarci sull’effetto che il gruppo esercita come fonte d’informazione sui vari aspetti della situazione.
Inoltre, intervenire in una emergenza non vuol dire rinunciare alla definizione dei richiedenti dato che il soccorritore deve stabilire in anticipo alcune condizioni capaci di qualificare il proprio intervento come utile (visibilità), o inutile (perdita di credibilità). Se c’è una persona che ha bisogno di aiuto, chi la osserva direttamente analizzerà il comportamento di chi è con lei per orientare le proprie azioni. Insomma, le persone prima d’intervenire cercano degli indizi sociali capaci di qualificare il loro eventuale coinvolgimento. Se al posto di singole persone mettiamo le organizzazioni, il risultato sarà coerente con le premesse prima esplicitate: si vaglieranno serie storiche di interventi, eventuali inerzie inter-istituzionali, condizioni contingenti, favoritismi ecc. La vicenda di Rigopiano ci dimostra come inerzia e solidarietà siano spesso legate. Siamo animali sociali ormai solo nel senso che riusciamo ad anticipare le conseguenze delle nostre azioni a partire dalla chiara consapevolezza degli effetti della limitazione dei nostri interessi particolari; così permettiamo alla paura di tenerci distanti dall’agire, incapaci di sentirci davvero responsabili e di manifestare in anticipo specialmente in condizioni di incertezza, la nostra sfida per fare spazio alla riaffermazione della responsabilità dell’agire. La dimensione della paura fa parte dell’assunzione di responsabilità, ma troppo spesso nel senso di un anticipo della dissuasione sociale dall’azione responsabile, di uno svilimento del momento emergente del sentire che, dalla costellazione dell’azione riferibile all’io, transita per uno spazio capace di disegnare la relazione con l’altro. Chi assiste ad una situazione di emergenza può sempre adottare uno sguardo anonimo, rimanendo indifferente, oppure intervenire attivamente trasformandosi in soccorritore. I comportamenti pro-sociali sono espressione di una personalità che sviluppa un forte senso di responsabilità e si mostra capace di estendere le emozioni solidali bypassando il conflitto tra disciplina e coscienza. Nelle vicende tragiche di Rigopiano non è sufficiente studiare le reazioni dei singoli protagonisti come se fossero unità isolate. È necessario muovere dai ruoli sociali e dalle responsabilità istituzionali-organizzative, sapendo che l’articolazione delle componenti relazionali immerse nelle attuali dinamiche sociali fa si che il soccorritore di oggi potrebbe pur sempre mutarsi nello spettatore passivo di domani.

Rossano Buccioni

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