Individuo/società43

21 Dicembre Dic 2017 1800 21 dicembre 2017

IL TEMPO DEL REGALO PERFETTO

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Il Natale della dominanza economica

La festa di per sé evoca gioia e porta con sé uno stato d’animo illuminato dai bei momenti del proprio passato quando le prove della vita non erano martellanti, ma giocosamente stimolanti. La capacità di attingere a quelle lontane percezioni di sé diviene nel tempo una fonte di tristezza perché può accompagnarsi alla lucida consapevolezza delle rinunce cui abbiamo dovuto sottostare. Sospendendo la trance lavorativa e separando la nostra vita dalle occupazioni che la distolgono dalla coscienza che ha di se, la festa recupera dimensioni emotive che credevamo tramontate, associandole a persone scomparse e ad atmosfere travolte da una volontà di definirci di cui rileviamo spesso la tragica semplificazione. Nella festa siamo ricondotti a percezioni di noi superate dalla nostra realtà personale; il senso della vita attuale non cancella quello remoto, infantile, ma lo mantiene vivo sotto forma di sogni infranti, di persone mai conquistate, di immagini di sé mai incarnate. La seria ingenuità delle nostre antiche percezioni di noi guarda da lontano la nostra attuale lettura del mondo e ci ricorda tutte le strade che non abbiamo voluto percorrere e tutte le esistenze cui, nostro malgrado, abbiamo rinunciato. Spesso la festa ci ricorda che volevamo essere diversi e ci inchioda ad una versione della nostra vicenda umana che stentiamo a riconoscere.

Agi e disagi festivi

Nella maggior parte dei casi la festività corrisponde a gioia e non si vede l’ora di esserle a ridosso. Ma il destino storico della festa corrisponde anche alla delusione di molte attese, con persone sfiduciate - se non turbate - dall’approssimarsi di quella fase dell’anno. La Festa, che storicamente rappresenta una lettura della realtà a base comunitaria ed a forte tenuta valoriale, esercita allora anche un effetto opposto a quello storicamente e culturalmente selezionato, specialmente se risulterà inserita nelle attuali fasi di disgregazione degli orizzonti comunitari e di scioglimento dei vincoli. Questo “effetto misto” acuisce la sofferenza di chi patisce le incongruenze della propria organizzazione psico-biologica. Essendo momento corale, la festa soffre dello sfilacciamento del legame operato su base iper-soggettiva; essendo momento religiosamente integrante soffre la sdivinizzazione della struttura sociale a vantaggio della gestione del bisogno personale di riconoscimento governato dal diritto e dal mercato.

La dualità feriale/festivo

Rappresentando il momento culminante di una antica organizzazione della dimensione temporale, la festa soffre l’eccessiva parcellizzazione degli attuali tempi di vita che, mischiando feriale e festivo, non propone alle simboliche della festa la ricostituzione del senso delle cose vissute e delle azioni intraprese, con l’orizzontalità laica della razionalità orientata allo scopo che si sostituisce alla simbolica rigenerativa del tempo divino. Essendo momento selezionatosi culturalmente per fondere le generazioni nel crogiolo eccezionalistico della sospensione di ogni routine, non legge la laicizzazione dei legami sciolti in sommatoria di diverse “condizioni”- quella giovanile, anziana, femminile, ecc. – che vivono proprio durante il periodo festivo un paradossale acuirsi delle proprie contraddizioni esistenziali in gran parte determinate dall’impossibilità a ritornare comunità. Molti giovani soffrono le festività perché vivono periodi di passaggio senza la minima ritualizzazione in cui la tristezza provata per taluni avvenimenti, come un dramma amoroso o la fine del progetto familiare dei genitori, li porta a pensare agli anni in cui il Natale si mutava nella sintesi gioiosa del proprio stare al mondo. Pure gli anziani soffrono il “reclinato Natale” perché in poco tempo ritrovano figli e nipoti per perderli nuovamente di vista nei giorni successivi, restituiti alla normalità della separazione. Altre volte i familiari sono fisicamente lontani e le festività diventano la sottolineatura emotiva di una mancanza. Inoltre la festa ci fa pensare alle persone che non ci sono più ed a cui continuiamo a voler bene; la festa senza di loro sembra smarrire la sua ingenua verità. Occorre anche dire che le aspettative di ruolo non pienamente realizzate stritolano le offerte relazionali a base amicale- sentimentale della festa, religiosa e non.

L’io sociale nella trasferta del senso festivo

Quante volte l’io ipertrofico, saldamente al comando di una vita/ruolo, inviterà a trarre conclusioni negative riguardo il bilancio dell’anno passato, procurando delusione ed allo stesso tempo anche ansia e preoccupazioni per l’anno che verrà? Il paradosso delle persone che vivono in funzione del ruolo sociale che ricoprono è la creazione continua di aspettative ancora più ambiziose da conseguire a misura della difficoltà di realizzare le precedenti. Le festività rappresentano una pausa dalla routine quotidiana e quindi un cambiamento delle abitudini; tuttavia, essendo svuotato del senso religioso di rinnovamento, il tempo festivo assume la dimensione orizzontale dell’assenza di lavoro e, non verificandosi la rigenerazione psichica delle proprie attese di vita, lo si muta in tempo diversamente feriale con una ovvia intensificazione di quei vissuti che, impediti dal lavoro e non mitigati da uno scopo superiore, mutano la festa in un raddoppiamento dell’intensità del consumo e dello stress. La festa potrebbe quindi essere un’occasione valida per rilassarsi e recuperare, ma nel momento in cui si interrompe la frenesia quotidiana può anche capitare che riaffiorino i problemi e le difficoltà fino a quel momento apparentemente gestiti o ignorati, proprio perché siamo incapaci di vivere il tempo festivo all’interno di una possibilità di osservarsi da un punto di vista esterno alla dittatura del ruolo sociale che incarniamo. Che dire poi sul rito laico della ricerca del regalo perfetto a tutti costi? Perché esiste la corsa ai regali e l’obbligo sociale di doversi divertire per forza? Spesso dobbiamo fingere ciò che autenticamente non sentiamo, costretti a recitare per non deludere quelle persone che si aspettano da noi un’allegria esibita come pegno della loro capacità di interpretarci. L’individualizzazione delle relazioni sposta l’asse relazionale su singoli io intenti a non ostacolarsi nell’interazione, non tanto sulla fusione amicale o sentimentale. La festa allora, costringendo le persone ad esibire competenze psico-affettive che per larga parte dell’anno non vengono esercitate, crea indirettamente ansia e delusione, mutando la propria natura di giubilo collettivo in quella di personale patimento. Sono a loro agio solo le famigliole sotto l’albero delle pubblicità televisive.

A Natale puoi fare ciò che non puoi fare mai?

A Natale poi la dominante matrice economica delle relazioni sociali finisce per isolare, nel rapporto con gli oggetti, molte contraddizioni. L’oggetto, specie se lussuoso, costruisce una sicura distanza sociale dalle altre persone e ci regala la coccarda sul petto dell’élite garantendo un’immagine positiva di noi. La soddisfazione nel consumo è proporzionale all’ammirazione degli altri, muti spettatori dalle nostre performances in trepida attesa che la situazione si rovesci a nostro svantaggio. Sta di fatto che la religione del mercato consente anche ai ceti medio-bassi di desiderare il lusso, un tempo interpretato come sigillo dell’inaccessibilità di taluni stili di comportamento. Nello sviluppo di questi posizionamenti sulla scacchiera delle apparenze sociali, il pedigree umanistico del tempo di festa appare sacrificato alla sua natura di “tempo lavorativo sospeso”, dominato dai simbionti organizzativi che hanno imparato a parassitare le facce latenti della dimensione temporale. Ogni epoca ha delle aspettative di rassicurazione sociale che fanno fronte ai rischi determinati dalla perdita di efficacia delle referenze valoriali, ideologiche e religiose forti, capaci di integrare in una trama coerente la molteplicità di azioni individuali. In epoche precedenti, il valore della festa si inseriva all’interno di specifici canoni di socializzazione, capaci di far transitare norme e riferimenti collettivi nelle singole dimensioni di vita. Attraverso questi canoni i criteri dominanti capaci di distinguere il sacro dal profano o il vero dal falso passavano dai sistemi di senso organizzati in modo più astratto alla singola elaborazione personale. Ogni classe sociale era garantita da un sistema fortemente integrato di principi interpretativi di se stessa, dei rapporti con le altre classi e con Dio, all’interno di una gerarchia di orientamenti perfettamente assimilabili dalle persone. La Festa rappresentava una sanzione ciclica del tempo strutturante la validità intrinseca di questa lettura della realtà, garantendo la religione nella sua funzione integrante per l’intero sistema sociale. Questo ordine gerarchico si è sgretolato a favore di molteplici sistemi di parziale organizzazione delle azioni all’interno di una organizzazione ispirata a criteri di valore equivalenti perché riferiti alle visioni della realtà di chi li produce, senza richieste di legittimazione esterna. Allora, anche nella festa entreranno in rotta di collisione scale di priorità vaghe e riformulabili, confuse ed in balia alle circostanze, sempre rimandando, non a Dio, ma all’individuo, protagonista in quanto possessore di un frammento di quel senso originariamente stabilito e garantito da regole e stili di vita comunitari. Diversi aspetti del consumo in passato erano immediatamente sociali perché stabiliti da un’anima collettiva, mentre ora sono un problema dato che la separatezza del rapporto con il consumo, blindata dallo stile di vita e organizzata dalla società di mercato, non solo scinde ogni legame, ma espone il singolo individuo alla paradossale felicità della merce, costantemente promessa per adescamento soggettivo alla realizzazione di sé e costantemente sottratta in quanto narcotico di massa usato per occultare l’agonia sociale dei Valori fondativi.

Rossano Buccioni

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