Individuo/società43

31 Dicembre Dic 2017 1456 31 dicembre 2017

L'INTERNET DELLE COSE VUOLE UN ESSERE UMANO DIPENDENTE DAGLI OGGETTI TECNICI?

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La disumanizzazione dolce e l’integralismo tecnologico

Più ci conformiamo alla fisiologia dell’Homo Interneticus, più ci accorgiamo di essere legati a forme soggettivate di dipendenza dall’altro. Ma non distinguiamo più tra abitudine e necessità. Ecco una dualità implacabile che detterà la fisionomia della disumanizzazione dolce prossima ventura: in bilico tra abdicazione all’Internet delle cose e disperato tentativo di tenere aperto lo spazio per il legame e per il riconoscimento dell’altro (qualunque fisionomia, classica, moderna o iper-moderna esso assuma). Il rischio è che l’alterità tecnologica assorba – per mimetismo simulativo o per estrema sintesi semplificante la nostra natura – tutte le espressioni dell’alterità. Ci siamo scambiati gli auguri per il nuovo anno? Probabilmente dal profondo di noi stessi abbiamo ricercato – o implorato - una disumanizzazione sostenibile dal tempo che verrà. Augurare è forma passava dell’agire: attendere che qualcosa si realizzi. La presa di coscienza del nostro destino tecnologicamente orientato ci svela ormai causa ed effetto di ciò che creiamo con nessun individuo che potrà, da solo, invertire le dinamiche in atto. Riusciremo ad ottenerla, quella sostenibilità nella disumanizzazione? Si camufferà ancora da normalità conflittuale? Saremo ancora capaci di gridare o di indignarci, usando gli strumenti promettitori di emancipazione che hanno portato al paradosso, prima determinando e poi rendendo invisibili i nostri attuali guai? Condannati all’incontro dell’altro e socializzati al suo rifiuto attraverso l’elezione della tecno-scienza a sostituto universale della relazione ed a generatore simbolico del nostro tempo. Ogni accenno teorico alla trasformazione operata dalla rete sulla realtà normale della gente ha un che di inesorabile. La gente non solo crede al dettato tecnologico, ma vi adempie in uno strano modo. La vecchia “delusione tecnologica” si è mutata in assorbimento consensuale. Lo smartphone è l’oggetto tecnico al vertice di una neo-transizionalità a base informatica: la socializzazione tradizionale non si chiude più sui tempi certi del valore e della ritualizzazione (non torni indietro da dove sei arrivato e dove noi ti abbiamo visto arrivare), ma resta aperta sul fluttuare del mercato e delle sue iper-attivazioni tecnologiche. Si discute molto sulla questione delle nuove dipendenze da oggetti tecnici. L’uso massiccio di apparati e supporti tecnici, specie da parte dei giovani, apre una dinamica interessante nella costruzione attuale della relazione. Non si tratta nella maggior parte dei casi di vera dipendenza psico-patologica, ma siamo di fronte ad un precipitato di latenze, derive, larghezze, inconsistenze assassine (R. Calasso) nel rapporto giovani/dulti. In questo orizzonte indifferenziato di permanenze inconsistenti e ripetitive, potrebbe originarsi qualsiasi cosa, specie se capace di delineare da sé una prospettiva evolutiva autonoma. L’oggetto tecnico alla moda diviene una coperta di Linus sociale: sostituisce nella ripetizione la finalità culturale insita nella diade ritualizzazione/incontrovertibilità; sostituisce con la sua orto-prassi senza interrogazione la necessità di avanzare attraverso cicli culturali aperti e chiusi e tempi di vita scanditi da prevedibilità sociali sancite prima e sanzionate poi. Teniamo insieme a fatica i paradossi sociali dentro la nostra umanità al tempo presente. Temiamo di attribuire il loro nome a chiare evidenze che si annunciano apertamente. Non sappiamo quando urlare; la placca di senso dove teniamo i piedi ci delude; quella che possiamo raggiungere ancora per poco con un balzo, temiamo ci sorprenda in negativo. Lo strazio della nostra pigra permanenza/inconsistenza ci dimostra che non possiamo esser resi adattabili oltre una data misura, ma che al contempo, abbiamo smarrito il nostro istinto socio-immaginativo per rendere ancora disponibili risorse umane messe in latenza da apparati che esercitano il loro influsso ben oltre le loro pretese iniziali.

App involontarie di ciò che ci distoglie dal diventare chi siamo

Da almeno un ventennio si sta determinando uno Shift culturale senza precedenti con il passaggio dal mondo analogico a quello digitale. Gli adulti sono sopravvissuti al transito tra le due culture, mentre i giovani vivono solo in quella digitale. La conseguenza è che molte cose di rilievo nella cultura analogica sono irrilevanti nella digitale e se anche le conoscono, i giovani le interpretano in modo assai diverso rispetto a chi nativo digitale non è. Si può pensare ancora una cultura comune a partire dalla quale realizzare una relazione educativa seria? Come evitare uno Shift generazionale con la ovvia inferiorizzazione degli adulti già operata di frequente nell’ambito della comunicazione pubblicitaria? L’idea di educazione come riproduzione di modelli culturali va in crisi dato che i giovani oggi sono assai più simili tra loro di quanto non lo siano ai loro genitori. Tale uguaglianza nella condizione giovanile planetaria cancella le radici culturali alla base dei percorsi educativi nazionali. Inoltre, se un tempo pensavamo di avere un solo cervello, in seguito ce ne siamo stabiliti due, quello destro e quello sinistro. Non contenti, ora diciamo che i giovani hanno un cervello aumentato, o per lo meno strutturalmente diverso da quello adulto. Bene, come si educa un cervello aumentato? Con lo smartphone a scuola, direbbe qualcuno. In base alla circolare Fioroni del 2007, l’uso dell’allora telefono cellulare in classe era vietato. Ma la ministra Fedeli, ritenendo il divieto strumento unidirezionale di risoluzione dei problemi, ha convocato un tavolo di esperti che dovrà elaborare delle linee guida per l’uso dei dispositivi tecnici personali a scopo didattico. Si è detto che l’obiettivo è valorizzare quelle pratiche innovative che alcuni istituti hanno già sperimentato con successo per offrirle ad altre scuole. L’idea è quella di un contagio assimilativo di buone patiche che, per gemmazione spontanea dovrebbero propagarsi da un istituto ad un altro, ignorando del tutto le specifiche condizioni – spesso irripetibili – che hanno determinato il successo di una azione didatticamente rilevante. Sulla questione smartphone a scuola i francesi sono di tutt’altro avviso. La scorsa Estate i transalpini si produssero in un acceso dibattito sulla reintroduzione a scopo pedagogico della sculacciata in famiglia, riproponendo la questione dell’uso moderato della dissuasione sui bambini, senza alcun intento banalmente vessatorio. Non sappiamo se vi sia un qualche collegamento tra le due questioni, ma il pronunciamento del ministro dell’educazione Jean-Michel Blanquer appare inequivocabile, con la proibizione dell’uso degli smartphone all’interno delle scuole elementari e medie. A dire il vero in molti nutrono seri dubbi sull’effettiva efficacia del divieto. In Italia diverse voci si sono levate contro la decisione della ministra Fedeli. Si sostiene che i ragazzi non dormano più la notte per stare attaccati al cellulare, con numerosi studi che dimostrano come l’uso della tastiera non attivi le stesse sinapsi cerebrali chiamate in causa nella scrittura manuale, determinando un impoverimento delle attività neurali.

La ricreazione in cortile? No, in un mondo parallelo

Il pedagogista Raffaele Mantegazza lamenta la banalità di questa rincorsa delle mode con la scuola che non prova neppure a recuperare antiche pratiche di scrittura e di organizzazione del senso. Su questi temi mostra di avere idee chiare lo psicologo della comunicazione Giuseppe Riva, docente presso l’Università Cattolica di Milano. Le ricerche di Riva mostrano come i New Media incidano sui rapporti che – specialmente tra i giovani - si vengono a creare tra azione ed intenzione, modificando ed essendo modificati dai ritmi e dalle caratteristiche specifiche dell’interazione sociale contemporanea. Insomma, il digitale apre una dimensione di possibilità che prevede una dilatazione dello spazio mentale a fronte di una diminuzione del senso del luogo, dei vincoli disciplinari, di apprendimento e di regolazione dei rapporti di autorità con chi è con me per costruire una specifica relazione. Lo smartphone a scopo didattico è dunque un problema più che un’opportunità. In un Paese gerontocratico come il nostro e senza un progetto politico di ampio respiro per i giovani, la richiesta di incontrarli sul loro terreno che gli stiamo rivolgendo con l’apertura all’uso degli smartphone a scuola, resta inadeguata specie se la scuola diviene la sintesi di tutte le difficoltà che gli adulti mostrano nel comprendere la condizione giovanile. Un esempio per tutti: la cd pedagogia indiretta. Se la mia classe è buia, con le mura mai ridipinte e la maniglia della porta cadente, io potrò ricevere i più illustri ammaestramenti, ma dovrò comunque impattare con condizioni ambientali destinate a mitigare le migliori intenzioni dei miei docenti. Insomma, non tutti i sistemi educativi possono supportare la digitalizzazione dell’azione educativa, specie quando l’ordinaria amministrazione è di natura semi-emergenziale. Se l’obbiettivo è il benessere educativo dei ragazzi, come sostiene U. Galimberti, prima della digitalizzazione integrale della relazione educativa, occorre decidere se vogliamo una scuola dove contino solo le parole della forza (teoremi, principi, tecnologia) o dove resista anche la forza delle parole (pur tra innumerevoli errori, provare a diventare ciò che si è).

Rossano Buccioni

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