Individuo/società43

11 Gennaio Gen 2018 1601 11 gennaio 2018

DIMMI COSA MANGI E TI DIRO' IN QUALE FORMA DI DIFFERENZIAZIONE SOCIALE VIVI

  • ...


Buono da pensare, impossibile da mangiare


Entro i primi mesi del 2018 la Commissione europea istituirà un elenco di novel food che potranno essere regolarmente commercializzati. Per Novel food si intendono tutti quegli alimenti per cui non è ancora dimostrabile un consumo significativo nell’UE. Secondo una indagine Coldiretti, si tratta di direttive che registrano una forte opposizione in Italia: è contrario il 54% degli italiani che considerano il novel food del tutto estraneo alla cultura alimentare nazionale; gli indifferenti sono il 24%, il numero degli entusiasti sfiora il 16%, mentre non risponde il 6%. La FAO stima che la popolazione mondiale raggiungerà i nove miliardi entro il 2050 ed ha lanciato il programma Edible Insect per promuovere il consumo alimentare di insetti, pratica già presente nei mondi alimentari di Asia, Africa e America Centrale. Si sostiene che gli insetti potrebbero diventare un’importante fonte di cibo, sia per la loro ricchezza nutrizionale (proteine, acidi grassi essenziali, minerali, ecc.), sia perché allevarli prevede un’emissione di gas-serra molto più bassa delle classiche forme di allevamento animale. La legislazione italiana ancora non consente di allevare e commercializzare insetti destinati alla nutrizione umana. Nonostante il nuovo regolamento sia già in vigore dal primo Gennaio, passerà ancora del tempo prima di riuscire a trovare del new food nei supermercati, data la mancanza di norme nazionali per l’allevamento e la trasformazione. Interessanti sono le impressioni gustative di chi ha già assaggiato insetti commestibili perché, come in un viaggio di metà ‘800 al seguito di un esploratore di terre sconosciute, si cerca una associazione dei nuovi sapori con sapori ampiamente conosciuti nel tentativo di ripristinare il senso della comunità del gusto così drammaticamente messo alla prova dallo squilibrio derivante dal doversi cibare di forme animali severamente stigmatizzate dalla nostra cultura. Per noi certi usi alimentari coincidono infatti o con l’assoluta emergenza o con la perdita della dignità personale. Così le formiche sono dolci ed hanno un gusto simile alle noccioline tostate, così come le cimici sanno di mela. Dato che l’occhio reclama sempre la sua parte mangiare insetti creerà sempre problemi al nostro inconscio alimentare, mentre sembrerebbe più agevole l’impiego di farine, utilizzate come ingrediente in alimenti che magari fanno già parte delle nostre abitudini alimentari o cosmetiche.

Mediazioni scientifiche e nuove sensibilità alimentari

La scienza per tutti noi è un formidabile generatore di significati ed ha sparigliato la sapienza culinaria occidentale con ragioni riferibili ad una neo-scarsità di tipo ecologico basata sulla lettura della globalizzazione in chiave di sostentamento alimentare. Alcune popolazioni mangiano con gusto proprio quello che altre disdegnano; se cavallette e lombrichi sono cibi prelibati per molti popoli, altri evitano di bere latte perché derivato animale al pari di meno nobili secreti. La questione del consumo alimentare di insetti in Europa evidenzia il valore culturale del cibo nella dimensione identitaria all’interno delle grandi tradizioni culinarie, diventando un indicatore severo dell’impoverimento del rapporto cibo-cultura.

Il cibo nella dissolvenza simbolica che viviamo

Il cibo non è più un semplice bisogno che potrà mutarsi in piacere conviviale: subentrano aspetti del tutto inediti riferibili ad obblighi di funzionalità, salutismo e stile personale. Da un lato, sembra palesarsi anche nell’ambito nutrizionale la prosecuzione delle vecchie interpretazioni dell’uomo come “essere generico”, alla continua ricerca di quadri identificativi che diano stabilità alla rappresentazioni di sé. Dall’altro, nasce oggi una domanda di neo-autenticità, come reazione all’indifferenza civile elevata a rapporto obbligato con le molteplici situazioni in cui incontriamo gli altri e gli altri incontrano noi. La consapevolezza che la civiltà che abbiamo costruito non sia più a misura d’uomo e che i ritmi da essa imposti siano insostenibili, fa si che si manifestino fenomeni dettati dalla riscoperta e dall’affermazione del criterio della sostenibilità in tutte le sue declinazioni (ambiente, salute, rapporti sociali), fenomeno che chiama in causa anche le pratiche alimentari in cui si concretizzano nuove responsabilità. Il paradigma della sostenibilità diviene il nuovo mantra, unitamente a quello della resilienza; si tratta di strategie interpretative che godono di indubbia fortuna e che aprono anche sul versante degli stili alimentari, la possibilità di ripensare, secondo nuove chiavi di lettura, il rapporto con il cibo. Tuttavia, i tratti emergenti di questo nuovo approccio mostrano, anche nell’alimentazione, uno scioglimento dei legami culturali costruiti sulla nutrizione come momento comunitario (ora divenuto personale), come conferma domestica di ritmi naturali stagionali (cibi ora disponibili tutto l’anno), con una lettura della qualità del cibo che transita attraverso l’analisi scientifica e non attende alla conferma della tradizione culinaria, mutando le vecchie rappresentazioni della scarsità e dell’abbondanza in altrettanti quadri medici del rapporto con se stessi. La novità culturalmente rilevante nel pronunciamento della UE, consiste nella forzata ibridazione di culture alimentari diverse, mediata dal pronunciamento scientifico di commestibilità ed agevolata da motivi di sostenibilità ambientale costituiti dal forte impatto dell’allevamento di animali da carne e dal basso impatto di una eventuale Entomofagia di massa. Giocano un ruolo certamente anche altri fattori culturali, come ad es. la sottrazione delle specie animali allo stato di mere fabbriche di carne in base ad una progressiva attribuzione di diritti ai c.d. “animali non umani”, per il cui statuto cresce attenzione e si moltiplicano iniziative di tutela.

Riduzionismo alimentare e disgusto

Inoltre, l’esigenza di semplificare le procedure di preparazione del cibo (per guadagnare il tempo che oggi manca sempre) costringe al riduzionismo alimentare, cioè considerare commestibile un alimento a partire dal suo valore nutrizionale rompendo l’equilibrio culturale tra qualità e quantità del mangiare che da Gargantua e Pantagruel fino ai quadri di Botero identificava nelle rotondità, nella pinguetudine e nella lascivia conviviale un universo di piaceri e di riconoscibilità sociale di prestigio e di ricchezza. Se riduco l’alimentarmi ad ingestione selezionata di proteine, potrò tranquillamente prescindere dalla mia cultura alimentare, sottraendola dal dinamismo storico precarietà/abbondanza e dai vincoli intersoggettivi di accesso al cibo (la stagionalità, la tradizione, la tipicità, i piatti delle diverse età della vita, il gusto dell’eccesso o i cedimenti alla gola). Cancellando tutti i connotati conviviali (cum-vitto – cum-panis, ecc.) legati all’alimentazione come sigillo dei legami comunitari, dalla Sacra Bibbia fino alla spettacolarizzazione-erotizzazione del cibo operata nella cultura mediatica contemporanea, si opera sull’universo alimentare una selezione scientifica che dalle preoccupazioni dietetiche concentrate nel codici lecito/illecito e sano/insalubre, prosegue verso la demolizione di diversi elementi del quadro culturale depositati nella venerabile tradizione culinaria occidentale (italiana in specie), imponendo un nuovo dualismo tra ciò che è commestibile e ciò che non lo è, dentro una specie di regime allarmistico permanente che ripropone, anche nel rapporto con il cibo, gli effetti della drammatica compromissione degli equilibri ambientali riferibili alla scelleratezza del nostro modello di sviluppo economico, con il tragico passaggio da una economia di mercato ad una società di mercato. Questa società fa crollare molti tabù, tra cui quelli alimentari legati a delizia e disgusto ed alle classificazioni culturalmente obbliganti del commestibile/non commestibile. Stabilire cosa mangiare pone noi onnivori nella situazione di dover decidere ciò che è commestibile e con quali conseguenze socio-culturali. Sul piano alimentare l’essere onnivoro equivale per l’uomo a rafforzare il suo essere “generico” dal lato della dotazione istintuale-naturale di base. Diciamo che gli insetti commestibili non fanno male, ma altro discorso è che siano buoni da mangiare. Se cavallette e termiti sono considerate una ghiottoneria in molti paesi africani, continuano a fare normalmente ribrezzo in Occidente perché fra delizia e disgusto c’è un sottile discrimine difeso culturalmente dal linguaggio e dalle muraglie del senso comune. Rivolgersi dal lato alimentare a certe specie animali come a certe condotte morali, in Occidente ha sempre voluto dire disprezzo e perdita della dignità umana, con l’abbrutimento delle competenze alimentari che sigillano – al pari di altre se non di più - la perdita del proprio ruolo nell’umano consorzio. Il disgusto (termine che deriva dall’accezione alimentare del concetto di gusto) è il terrore di ingerire ciò che potrebbe rivelarsi non solo pericoloso, ma umanamente non assimilabile. Alcune azioni o vissuti hanno la capacità di disgustare sul piano della morale naturale individui appartenenti a qualsiasi società umana. Le forme di disgusto alimentare sono invece piuttosto specifiche, traendo origine dallo sviluppo culturale proprio di norme ed abitudini. Non stupisce come le scelte intorno a ciò che si può considerare commestibile in molte culture diventino strumenti di interpretazione globale del mondo, con ciò che è buono da mangiare che diviene anche auspicabile da pensare. Il riduzionismo alimentare (è proteico dunque lo mangio) è la cifra di una forte difficoltà a proseguire nella sua completezza l’umana rappresentazione della realtà che ci propone l’attuale società iper-differenziata a complessità strutturale.

Rossano Buccioni

Correlati