Individuo/società43

9 Febbraio Feb 2018 1712 09 febbraio 2018

SE IL TRICOLORE DIVENTA UN SUDARIO DELL'ILLUSIONE

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La versione italiana del tramonto dell’Occidente

Quando diciamo di vivere in una società complessa, intendiamo che siamo immersi in un quadro di azioni potenziali sempre più elevato di quelle che possiamo concretamente attuare come esseri sociali e come sistemi psichici. Una specifica comunicazione o un pensiero possono legarsi solo ad un numero limitato di altri pensieri e comunicazioni e ciò crea angoscia perché, oltre i nostri vincoli naturali, intuiamo chiaramente il ribollire di eventi e contingenze incontrollabili intorno a noi. Non è rassicurante vivere in un mondo come il nostro. Infatti non facciamo figli e non ci rappresentiamo il futuro se non nella dualità Rischio/Pericolo, impedendo all’unico vero motore di significato che siamo stati capaci di sviluppare su vasta scala – l’economia – di mascherare i suoi paradossi di base, legati sostanzialmente all’impossibilità di fare fronte alle ipotesi integrative delle diverse condizioni sociali ed alla inconciliabilità tra benessere apparente (espresso dal reddito pro-capite o dal PIL dei paesi industrializzati) e la degradazione dell’ambiente naturale e della qualità della vita a livello planetario.

Le troppe guerre tra poveri

La guerra tra poveri che si è scatenata per le vie di Macerata dimostra la formazione di status sociali ibridi tra precarietà, politicizzazione dell’angoscia e drammatici passaggi all’azione dettati da personalità incapaci di contenere le frustrazioni fabbricate dall’età dell’incertezza. Si formano nuove zone grigie nel rapporto individuo/società, non regolamentate dai princìpi che avevano portato alla creazione di una protezione sociale integrata. La crescente condizione di precarietà fa si che una connotazione razziale o razzista sia spesso associata alla condizione di immigrato, anche e paradossalmente da coloro che si trovano in una situazione molto simile e questo fattore di scomposta a-socialità rende ancora più problematica la possibilità di concepire legami e solidarietà all’interno di situazioni dove una istintualità deflagrante è solita farsi, sempre più spesso, cifra comunicativa tra diversi. L’immigrato cerca in contesti di abbondanza di risorse una integrazione primaria (non morire sotto le bombe, di fame e per disastri ambientali), mentre il disagiato occidentale vi cerca la preziosa integrazione secondaria che ha a che fare con la seconda nascita (spesso mai conclusa), quella sociale, fatta per lo più di riconoscimento. Quando le due opposte ricerche di integrazione si confrontano in un clima sociale di scarse opportunità, ne scaturisce un conflitto logorante ed anomalo, fatto di conquiste sociali ridiscusse e di riesumazioni di pratiche ideologiche pseudo-identificanti incubate dal disagio sociale.

La continua riesumazione identificante del passato politico

Come lo scioglimento dei ghiacci ci restituisce vittime di battaglie combattute secoli fa, la crisi economica riporta in superficie fantasmi disgregativi che pensavamo definitivamente seppelliti dalla c.d. età dei diritti, ridando vigore a modalità difensive di costruire l’altro che fanno da sfondo alla sconclusionata definizione di un sé, che dall’evocazione della Patria, fino ad un cameratismo palestrato, rivelava solo la determinazione ad investire emotivamente su un narcisismo stantio. Al di fuori del grave fatto in questione, i migranti dei barconi verrebbero anche a ricordarci che prima di una economia in crisi, dovremmo essere un popolo di cristiani, ignorando però che il comandamento di Fede in contesti di secolarizzazione dolce, di ateismo pratico e di neutralizzazione sociale dei contenuti di valore espressi dalla Religione, si muta in una sorta di radiazione di fondo che non produce chiare strategie di azione solidale muovendo da determinate premesse sociali (quasi il 90% degli Italiani è battezzato e si dice credente).

La debolezza strutturale - e la contemporanea necessità - dei Valori nella società complessa

Ora, l’accoglienza, il dono, la pace sono tutti valori che segnalando ciò che è comune, si possono accettare senza problemi. Che la pace sia un valore si mostra indiscutibile, tuttavia, proprio la natura specifica dei valori, cioè segnalare ciò che è comune a tutti, viene poi pagata a livello di determinazione delle azioni con una minima capacità di orientarle: l’astrazione che connota i valori impedisce loro di dettare delle regole specifiche – magari sanzionabili - all’azione individuale, anche perché la soggettivazione delle scelte religiose e morali ha in gran parte sciolto la natura di vincolo collettivo anticamente esercitata dal valore. Allora, il vincolo che il Valore è capace di dettare all’azione personale si mostra socialmente assai debole e da qui deriva la discrepanza tra ciò che uno dice di voler essere e ciò che poi si dimostra capace di fare. L’universalità del valore si scontra dunque con l’organizzazione iper-individualistica della personalità al tempo presente, determinando scelte e contro-scelte che vedono fronteggiarsi chi pensa in un modo e chi in modo opposto. Qui non gioca un ruolo la natura divisiva del Valore (la Pace e l’integrazione resteranno sempre da scegliere), ma la loro ricezione sociale in contesti di frammentato ed esasperato individualismo. Smettiamo di patologizzare fatti come quello di Macerata: dietro la ricerca di modelli autentici di convivenza emerge l’esigenza di nuovi modelli di umanità che non riusciamo ancora ad esprimere dopo aver rimosso quelli dettati dalla tradizione. Credo quia absurdum: la richiesta di umanità della Fede cristiana va sostenuta con convinzione tanto maggiore quanto minore è la sua funzionalità al mantenimento dello squilibrio sociale esistente.

Rossano Buccioni

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