Individuo/società43

11 Marzo Mar 2018 1014 11 marzo 2018

L'ETERNA PARTITA TRA AMORE E MORTE

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“Muor giovane colui ch’al cielo è caro”

(Menandro frammento 125)

La morte improvvisa del giovane atleta, come nel caso di Davide Astori, ha sempre creato sin dall’antichità, senso di sgomento ed impotenza, al punto da evocare una causa straordinaria o sovrannaturale per giustificarla. Il funerale del difensore della Fiorentina nella Basilica di Santa Croce, con il lutto che montava la guardia ad una straordinaria rappresentazione collettiva, ha visto succedersi - seguendo un copione ben scritto - tutte le maschere delle saga calcistica nazionale. Le ritualità della tribù calcistica erano costrette ad inscenare una recita forzata, col nodo in gola, intimate a sospendere seriamente consolidate trame di costume, a volgere in un abbraccio collettivo ataviche rivalità che si rinnovano in ogni appuntamento domenicale. Alla fine il momento culminante, l’acme di commozione, ma anche di muto sgomento quando la bara, uscendo dalla Basilica, incontrava il tripudio organizzato della tifoseria.

Potenze che si presuppongono ignorandosi

Due universi entrano in fragoroso contrasto per pochi minuti: uno è quello di Eros/Amore, qui nella fattispecie sportiva, con il suo disordinato crepitio, i fumogeni che si alzano in cielo, il rincorrersi di proclami di vittoria urlati, l’incitamento che va oltre l’urlo incendiario, i vessilli societari che inneggiano ad una identità riaffermata anche davanti alla tragedia. Nella passione, le sciarpe ed i gagliardetti tolti al sudore dell’ordinario cimento agonistico, incontrano le lacrime di un patimento diverso che non prevede sfottò, coreografia né velenoso apprezzamento, perché alla fine, l’avversario inesorabile ci dice che agonistico ed agonia hanno la stessa radice. L’altro è quello di Thanatos/Morte, con il sorvegliato scoramento imposto anche agli improvvidi, i gesti sincopati del personale addetto che ossequiano un nemico potente e misterioso, capace di volgere in realtà ogni tragica fantasia, con le lacrime che sono l’inchiostro del furtivo decoro, subìto pazientemente anche dalla tifoseria perchè imposto da un evento estremo. Di fronte alla turba incandescente del tifo c’era la seriosa cura del dettaglio per non risultare improvvidi, pronunciando col cuore il saluto estremo e la disposizione ad offrire - tutti insieme - il pianto per un pronunciamento definitivo che nega l’eroe alle cronache dei suoi estasiati omaggi.

Illusione sportiva ed implacabile evidenza

Il lucido legno incontra l’orda vitale del tifo giusto per scansarla, moltiplicando l’urlo la sua intensità a misura della suprema indifferenza che consegna chi muore ad un universo estraneo e obliquo, con i tifosi inermi di fronte al mutarsi del tempo in eternità e con il lutto che mette sotto tutela i discorsi e tara le relazioni. La bara, ritirandosi anonima negli spazi suoi propri, indifferente al ribollire del tifo, assente ad ogni incitamento perchè partecipe di un ordine altero e immane, non spegne il ricordo di colui che, sottratto alla regola emotiva dei viventi, già è costretto a guardare i suoi cari dal lato emozionalmente rovesciato della memoria, ricordandoci in modo sbrigativo quanto implacabile sia l’obbligo di esser degni della nostra vita, nel lavoro, nel dovere o nello sport. Il lutto è questione delicata nel caso di uno sportivo; se l’intimità familiare è il luogo della sofferta elaborazione della perdita, questa sarà anche vissuta come momento di smarrimento collettivo. Nel caso dello sportivo amato e padre di famiglia, si profila una doppia elaborazione, quella pubblica e quella intima.

La difficile elaborazione della perdita nella cultura liquida

Spesso vi è un lutto non risolto, con un blocco del normale processo di cordoglio dentro l’emergere di quadri depressivi inseguendo “il nostro nel defunto” che nessuno ci potrà restituire. Se si verifica un indefinito prolungamento del senso della perdita si vive una sorta di lutto “cronicizzato”. Questa evoluzione è tipica di casi in cui mancano dimostrazioni di solidarietà da parte di familiari, amici o, in generale, validi supporti sociali, sempre più scarsi nell’era della individualizzazione spettacolarizzata che attraversiamo. Una morte improvvisa o inaspettata può generare un lutto esageratamente vissuto perché associamo a chi muore chiavi di accesso alla nostra stessa realtà personale. Le reazioni dolorose sono molto intense e le strategie di rassicurazione risultano inefficaci, specie se un livello pubblico interseca quello intimo/privato. Al contrario, il lutto rimosso o ritardato si ha quando costruiamo una dinamica di negazione della perdita, venendo a mancare anche minime sembianze della inevitabile fase di cordoglio. Ma, in qualche modo, quella non tarderà a reclamare il suo costo emotivo.

Elaborare il lutto nell’epoca del disincanto affettivo

Se è di tutta evidenza che la sofferenza e il dolore esistono e fanno parte della normalità, occorre intendersi sulla capacità di ripristinare questa normalità quando è squassata dalla perdita. Se il dolore non è vissuto in vista di un suo significato compensativo/restitutivo o di uno statuto propriamente evolutivo (ergersi nella saggezza e nella forza al di sopra delle miserie della personale condizione) sempre dentro un orizzonte valoriale di impianto quasi sacrale, la sua immediata spietatezza sottrae la possibilità di investimento personale nel mondo dell’azione orientata ad un qualsiasi scopo. Senza un teatro culturalmente significativo in cui inscenare la sventura personale fornendogli la chiave di lettura giusta per essere riscattata in una dimensione superiore di significato, assistiamo sovente all’impossibile lotta di un singolo individuo di fronte ad un desino che su di lui si prende ogni tipo di vantaggio e non tollera nessun tipo di mediazione. Se l’inconscio ha sempre una matrice sociale e se è il luogo dove il sedimento collettivo modula e recupera le latenze di quello individuale, sciogliendo il vincolo empatico del legame e mutando l’altro nel distaccato termometro delle nostre capacità, i due obiettivi che rendono necessaria ogni elaborazione del lutto, ossia ripristinare una economia psichica nonostante il dolore e non farsi paralizzare dalla fiera determinazione del suo accanimento, si mostreranno deficitari nella garanzia di senso sul lungo periodo dato che se “l’avvenire dura a lungo”, come diceva Louis Althusser, la morte è la traduttrice preferita dall’eternità.

Rossano Buccioni

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