Individuo/società43

22 Marzo Mar 2018 1611 22 marzo 2018

LA FLEBO DELLA COMMEDIA E IL BISTURI DELLA TRAGEDIA

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La partita senza testimoni tra comico e tragico

Spesso negli ospedali dove muoiono persone sole, abbandonate o molto in la con gli anni, ci si dimentica di avvisare eventuali parenti, congiunti o amici dell’avvenuto decesso. Altre volte ancora nessuno reclama una salma ai suoi affetti o al cordoglio amico. Poi succede che una persona deceduta sia temporaneamente “parcheggiata” in aree dove altri malati transitano per recarsi ai laboratori, ai reparti o per usufruire di servizi igienici. Due dimensioni allora vengono promiscuamente in contatto sotto forma di equivoco, disservizio routinario o noncuranza riprovevole quanto incomprimibile. L’ospedalizzazione del morente spesso non consente il rispetto delle condizioni di separatezza tra mondo dei vivi e mondo dei morti necessarie per il mantenimento di un quadro simbolico adatto a sostenere l’elaborazione del lutto. Per Elizabeth Cobbs, Primario di Geriatria alla George Washington University, qualora la morte sia prevista, i familiari devono sapere a chi rivolgersi potendo ottenere consulenza legale e informazioni sull’organizzazione dei servizi di sepoltura oppure affrontare con un’équipe ad hoc la delicata questione della donazione di organi. La legge prevede il mantenimento di una comunicazione aperta tra i medici, il malato ed i suoi familiari all’interno della mutazione concettuale del morire che da evento, si muta in processo. La giustificazione addotta dal personale sanitario per il venir meno dei criteri di cui sopra, spesso sa di beffa perché mostra la serializzazione della morte ospedaliera che fa venir meno diversi obblighi verso il morente. I malati che spirano da soli in un letto d’ospedale, subiscono la violenza di una cultura che si vergogna della malattia e della morte cercando di specializzare degli spazi e formare delle professionalità creando una sorta di cordone sanitario tra un tabù sociale e la nostra quotidianità, dimenticando che gli ultimi momenti della vita di una persona possono avere un effetto permanente sui familiari e sugli amici, incoraggiati a mantenere un contatto fisico ed emozionale con il malato. Ciò che in questi casi viene messo in discussione, è il diritto dei congiunti ad un’adeguata elaborazione del lutto dato che, con chi muore, se ne va anche una parte di chi resta. Pur non essendo più persona, chi muore non cessa di proiettare oltre la vita ciò che è stato: una irripetibile esperienza di specificità. La vita umana è tanto fragile quanto ostinata nel tessere affettività ed allora alle persone cui non si è comunicata tempestivamente la scomparsa di un congiunto, si sono sottratti molteplici spazi emotivi di elaborazione affettiva della perdita e di definizione ulteriore della propria identità a fronte del venir meno di una parte cospicua della propria storia familiare. La comunicazione tempestiva permette di adempiere agli obblighi stabiliti dalla perdita che sono definitivi ed unici nel modo di essere vissuti. Prendersi cura del defunto è anche un prendersi cura di ciò che ci legava a lui ed un equivoco – anche involontario – affida alla commedia ciò che, al contrario, si connota come seria accettazione della tragedia. Erich Fromm sosteneva che la nostra è una società necrofila. La violazione del rispetto dovuto ai morti è uno dei segnali più evidenti di questa tendenza, il cui tratto di civiltà evidenzia un amore per le cose superiore a quello per le persone. Mentre la cosa risulta manipolabile, le persone si oppongono alla trasformazione in altro da sé; tuttavia, dovendo possedere molti oggetti, la persona ne incorpora le logiche costitutive ed invece di porsi in relazione aperta con i propri simili, preferisce entrare in una relazione simbiotica con le cose. Se il cadavere è lo statuto di persona che sfiora quello di cosa e se le cose si possono manipolare, non stupiscono i tanti casi di scarso rispetto per i morti, perché rispettare significa sempre mantenersi dentro un quadro definito di valori. Che qualcosa di contingente – l’allarme per l’ordigno – consenta di far passare in secondo piano ciò che è definitivo – la morte di un uomo -, ci pone in una situazione di disagio verso l’accaduto, rendendoci partecipi di una significativa inversione di valori che tutti subiamo, pur dentro un’omissione giustificabile. Se il culto dei morti non è riducibile a quello del cadavere, è evidente che quello dei defunti è un diritto arduo che non trova più ragioni nell’ambito empirico dell’efficienza o della scelta razionale, ma nella messa alla prova della nostra capacità di percepire una dimensione ulteriore. Chi per mestiere ha a che fare col morire ci suggerisce un’impressione di routine che contrasta con l’unicità del cordoglio e con la qualità puramente personale del vissuto di lutto. Ci scoraggia notare come l’equivoco sia la foglia di fico della scarsa sollecitudine e il disservizio non risparmi neppure gli obblighi verso la dignità del moriente dato che, in certi eventi, forma sarà sempre sostanza.

Rossano Buccioni

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