Individuo/società43

2 Aprile Apr 2018 2018 02 aprile 2018

LA SATURAZIONE TECNOLOGICA DEGLI SPAZI DI ESPERIENZA

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Il monito di Papa Francesco contro la selfie mania

Papa Francesco spesso viene immortalato in centinaia di selfies scattati nelle più svariate occasioni. Il papa non perde occasione per mettere in guardia dai rischi dell’omologazione alle pressioni conformizzanti dell’ateismo pratico e della secolarizzazione dolce della nostra cultura. Ricevendo un gruppo di giovani impegnati in corsi di economia e destinati a lavorare nei settori della finanza internazionale, Francesco ribadiva che è essenziale mantenere nella vita professionale la libertà dalla schiavitù in cui il denaro rinchiude coloro che gli rendono un culto. “Abbiate la forza e il coraggio di non obbedire ciecamente alla mano invisibile del mercato”, disse il Papa. Nel suo viaggio apostolico in Cile e Perù del Gennaio scorso, Francesco esprimeva il convincimento che l’esperienza degli apostoli si sia connotata per un duplice aspetto, quello personale e quello comunitario, aggiungendo che non esiste il “selfie vocazionale” perchè la vocazione esige che la foto la scatti un altro, dall’alto. Cercando di usare i new media in un modo confacente alla sua missione, la Chiesa affida significati forti e permanenti alle logiche di mezzi che basano la loro fortuna sull’aleatorietà dei contenuti cui prestano supporto tecnologico, con l’effetto di procurare una immediata mutazione del messaggio intercettato. Il web diviene anche il teatro dove si consuma un cannibalismo simbolico tra ambiti di forza sociale diversa (si pensi solo all’uso spregiudicato dei simboli religiosi in certe pubblicità). Il selfie sembra un ricorrente obiettivo polemico del papa. Perché? Nonostante io compaia nel selfie, il selfie non coincide con la mia presenza, non mi associa completamente ad una situazione perché resto in bilico tra l’adesione volontaria ad un luogo che mi esprime e la parallela possibilità di arrangiare la mia espressione in un momento o luogo diversi. Si dilata l’effetto snapchat, costruendo una dissolvenza sistematica degli scenari sociali significativi nei quali definisco il mio rapporto con il mondo. Il selfie è vero perché è la macchina ed il suo funzionamento che stabiliscono la verità dell’accadere e non si può stabilire con esattezza se sono io che muovo l’apparato o è l’apparato che necessita di me per produrmi secondo le sue leggi. Il soggetto nel selfie appare solo in via transitoria e non mostra l’essenza del suo stare al mondo. Il selfie predispone il soggetto all’accettazione della reversibilità delle situazioni: vi posso modificare insistentemente la mia identità sociale – impression management – facendo seguito all’impulso che la tecnologia mi garantisce nel cercare di mostrarmi diverso da ciò che sono. Il selfie è allora un allenamento mentale alla contingenza strutturale dei nostri vissuti e della nostra attribuzione di senso alle situazioni che possono essere movimentate e ridiscusse. L’incapacità di essenza del selfie va misurata con la comunicazione naturale che è quella faccia a faccia. Se nel selfie il soggetto viene disincarnato, con un corpo reale sostituito da un corpo virtuale fatto di immagini parziali contestualizzate, il mio corpo diventerà la somma dei miei vestiti, del mio trucco ecc., o potrà coincidere con un suo carattere specifico. Senza faccia a faccia, cioè senza controllo interattivo nel comunicare, il mio corpo sarà inserito in un contesto dove solo la tecnologia ne consente l’utilizzo, avendo abolito l’io che vi si esprime come termometro culturale. Dallo statuto di persona il mio corpo si avvicina alla immagine-cosa che può essere falsificata e manipolata o profilata (come la vicenda attuale di facebook dimostra). L’effetto moltiplicatore fa si che il corpo come immagine virtuale si separi dal corpo reale per assumere una propria vita autonoma, in un contesto in cui le regole di ingaggio sono assai diverse da quelle che consentono ad una vita di stare sulla scena del mondo. Se nella relazione concreta la comunicazione del corpo può dar vita a fraintendimenti o atti ostili, nel selfie il corpo si separa dal soggetto e da vita ad una rappresentazione del tutto diversa delle sue potenzialità, sottoposte come sono ad un guinzaglio elettronico piegato alle regole dell’autonomic computing. Il Magistero ecclesiale che vive di esperienze nutrite di memoria, dentro una Fede che prevede gesti ritualizzati per attualizzare l’accadere della Verità, con il ricordo che è fonte di presenza ed un Dio che è pregato di ricordarsi di tutti i fratelli - ovunque dispersi…-, non può non accorgersi del forte potenziale disseminativo della fascinazione virtuale e del rischio della dispersione nei labirinti delle immagini di quel che resta dell’umano nella società contemporanea. Il Papa ci ricorda che non possiamo mutare in un led la scintilla divina che è in noi.

Rossano Buccioni

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