Individuo/società43

12 Aprile Apr 2018 1701 12 aprile 2018

ESIBIRE UN FRAMMENTO RUBATO AL DOLORE

  • ...

Il set sociopatico della tragedia turistizzata

Negli ultimi weekend, alcuni turisti sono stati notati curiosare a Rigopiano, dove una valanga condusse al tragico epilogo una vicenda fatta di illeciti ambientali, disservizi e trascuratezze dei pubblici poteri che rapì all’affetto dei loro cari decine di persone. E’ irresistibile la tentazione di recarsi in luoghi associati a tragedie, come appunto Rigopiano o Amatrice e, nel caso volessimo interpretare queste strane destinazioni turistiche nella prospettiva della scelta morale, non resta che rilevare come, con la moltiplicazione delle possibilità di scelta e di azione che fa dell’individuo il solo giudice della qualità dei suoi vissuti, la morale abbia cessato di essere il fondamento della prescrizione obbligante e dell’integrazione sociale, non tanto perché la crisi dei valori sia riuscita ad azzerare l’umano discernimento, ma perché l’ambito della direzione morale è stato depotenziato nel suo significato stringente di vincolo e adattato per rendere concreta la reciproca coesistenza di mondi valoriali diversi, tutti legittimi nel senso di tutti egualmente relativi.

Morale debole e Turismo Nero

Il termine Dark Tourism, è stato coniato in relazione ad attrazioni turistiche macabre, come luoghi dove sono stati consumati delitti o atrocità, in cui domina un senso irrisolto di morte e dolore. Seguendo una delle tante teorie dello sviluppo morale, nell’individuo adulto l’obbligo etico di aiutare qualcuno in difficoltà – o di sentirne empaticamente il dolore – nasce spontaneamente dentro principi interiorizzati versati alla relazione di cura. Occorrono certamente delle condizioni culturali di sfondo affinché l’empatia muti i principi morali in cognizioni pro-sociali, capaci cioè di caricarsi di effetto empatico per motivare le persone ad un atteggiamento responsabile. Qui si tratta di capire come mutano le motivazioni psico-sociali dell’azione, dell’inazione (indifferenza) oppure della disinvoltura con cui un ambito di esperienza chiamato “turismo” riesce a colonizzare modalità di lettura della relazione con certi eventi, luoghi e protagonisti saliti, loro malgrado, agli onori della cronaca. In ogni caso si tratta di forme più o meno “turistizzate” di esperienza che stanno a testimoniare come la sofferenza empatica – l’effetto emozionale suscitato direttamente dalla vicenda della vittima o dallo stesso luogo dove si è consumato il suo destino – spesso non sia più la motivazione primaria che spinge ad una certa azione, consentendo di non sottrarsi alla responsabilità e quasi obbligando ad intervenire in caso di necessità, magari adottando un atteggiamento rispettoso del dramma nel cui teatro qualche sprovveduto va a cercare inopinatamente posto.

Il turismo del disastro

Una forma di turismo nero, è il turismo del disastro – tristemente nota nelle zone terremotate del Centro Italia – sempre motivata dalla voglia di vivere emozioni in prima persona. In linea generale, sarà capitato a molti notare come il traffico rallenti quando si verifica un incidente sul lato opposto della strada che percorriamo, perché le persone sembrano approfittare di una fonte emotiva che zampilla improvvisamente nella routine che riescono a controllare agevolmente. In base alle teorie dello sviluppo morale, nell’individuo adulto l’obbligo etico di aiutare qualcuno in difficoltà – o di condividerne il dolore – nasce spontaneamente entro principi interiorizzati di presa in carico dell’altro. Le dinamiche di contagio esperienziale e la noia della routine fanno parlare di Ignoranza pluralistica quando siamo di fronte ad un processo che coinvolge le persone in gruppo impegnate in una dinamica di osservazione-replica dell’atteggiamento altrui. L’ignoranza pluralistica è un meccanismo di conformità che nega le proprie convinzioni personali e allinea i comportamenti individuali ad una strategia di facile interpretazione della realtà, magari condita di elementi ludici, banalizzanti e semi-ricreativi.

Fenomeni inediti come indicatore anaffettivo?

Spesso si sostiene che l’eccesso di stimoli emozionalmente significativi e la mancanza del loro consolidamento riflessivo, portino sostanzialmente ad una difesa dell’immagine che abbiamo di noi stessi, costruita tramite un graduale indifferentismo psichico destinato a fare da scudo alla concomitante crescita di interesse per la nostra individualità e per il narcisismo che ne deriva, fatto di teatralità e di esasperante desiderio di approvazione. Forse è questa la radice di certe deroghe al cordoglio ed al rispetto che centinaia di persone vanno ad inscenare sui luoghi di tragedie più o meno recenti. Infatti, la sofferenza empatica – l’effetto suscitato direttamente dalla vicenda della vittima o dallo stesso luogo dove si è consumato il suo destino – dovrebbe essere la motivazione primaria che spinge ad adottare un atteggiamento rispettoso di un luogo che si fonde col dramma che vi prese forma. Allora si può affermare che il turismo nero sia una forma inedita di viaggio, concepito come desiderio di incontrare la morte - simbolizzata da un luogo concreto - dentro motivazioni turistiche estreme, assai diverse da quelle che di solito innescano il bisogno di intraprendere un viaggio.

L’inferno degli annoiati e l’eden della novità

Nell’universo della noia e della ripetizione, per molti la psico-sociopatia diventa il modo normale di vivere un mondo complesso dove si può solo seguire il proprio pensiero e sentire il peso del proprio dolore. Se questa è la condizione del nostro tempo, non stupisce il fenomeno del turismo nero, che non sta solo ad indicare lo scostamento dalle condizioni morali di normale lettura delle altrui difficoltà, ma che è anche da considerare come quel turismo la cui domanda richiede principalmente siti e luoghi legati in qualche modo alla banalizzazione della morte violenta e della sofferenza che facciamo molta fatica ad interpretare culturalmente. Se il disagio sociale è troppo pervasivo per permetterci di perimetrare tutte le sue forme, potrà anche capitare che un turista viaggi per far parte di una simulazione organizzata della morte dove si cerca di ammansirne l’orrore, riproposto spesso in maniera semi-ludica o innocentizzata. Della sofferenza altrui, spesso ci dimentichiamo e il dark tourism sta a dimostrare come la percezione che il turista ha di un luogo anonimo - dove si è consumata una tragedia – possa (opportunamente o meno) mutarsi in un set emotivo dove esibire la personale ricerca di sensazioni forti. Gli studi sul dark tourism lo interpretano come una miscela tra la manifestazione di un forte interesse sociale per il tema perturbante della morte ed una specie di deviazione culturale di massa dovuta alla ossessiva ricerca di nuovi stimoli capaci di dare nerbo alla carta di identità adrenalinica che esibiamo nel quotidiano. Se vi sono luoghi che commemorano un tragico evento, magari esaltati dalla fascinazione artistica e dalla museificazione come raffinata tecnica della memoria (Pompei, il Vajont, ecc.), ve ne sono altri (Avetrana, Isola del Giglio, Cogne, Novi Ligure, ecc.), che diventano luoghi dove la tragedia non fa meditare sulla commedia umana, ma sulla noia che ormai silenziosamente la svuota.

Rossano Buccioni

Correlati