Individuo/società43

10 Maggio Mag 2018 1824 10 maggio 2018

LA TUTELA OCCUPAZIONALE DELL'IDENTITA' PERSONALE

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Lavoro liquido

Nella condizione Post-Moderna il lavoro costruito socialmente come Occupational Identity, continua a mantenere una dimensione intrinseca di promozione del sé e di garanzia delle relazioni sociali coinvolgenti individui e gruppi. Una delle linee evolutive che attraversa il lavoro ridefinendolo costantemente sia come variabile dipendente che come variabile indipendente e quella data dalla “Mobilita Sociale”. In linea generale la mobilità sociale può essere definita come il processo mediante il quale gli individui si muovono fra diverse posizioni sociali all’interno della società. La scalata o la retrocessione all’interno del novero delle diverse posizioni sociali, identifica nel lavoro il principale motore di ascesa o di precipitazione sociale, seguendo in questa duplice prospettiva i dinamismi di status/ruolo che nell’attuale società appaiono estremamente complessi perché sembrano venire a mancare le garanzie della tutela connesse con la valutazione socio-culturale della professione come garanzia della riconoscibilità dell’azione e dunque dell’incontestabilità dell’io.

Identità lavorativa

L’attenzione alla dimensione dell’identità lavorativa è giustificata, da un lato, dalla considerazione che essa nella nostra società, assieme al lavoro, è diventata una delle vie d’accesso fondamentali alla piena cittadinanza. Ma, dall’altro lato, possiamo rilevare come il peso dell’identità lavorativa sia, nella nostra cultura, elemento d’importanza critica nella costruzione identitaria personale. Viviamo in contesti sociali ed organizzativi caratterizzati da fenomeni sociali complessi e contraddittori. Le organizzazioni sono orientate dalla risposta a forti pressioni, ma come ben sappiamo, le loro risposte non sono scontate, non sono cioè riconducibili a logiche lineari, quindi razionalmente dominabili. Le persone sono sollecitate alla flessibilità, ma aumentano al contempo le spinte a produrre secondo logiche ossessivamente documentali: si pensi alle gabbie delle certificazioni o al proliferare di normative da intendere come “filiere dell’attestazione”, proprio quando si inneggia alla deregulation. Se si moltiplicano le possibilità riconosciute di accesso a svariate categorie di beni e servizi, si standardizzano i prodotti a livello globale seguendo una gigantesca affermazione inerziale della forza propulsiva di cui sono simbolo. Dalle contraddizioni ai paradossi vissuti sulla loro pelle da milioni di lavoratori: si chiede disponibilità ad essere flessibili e nel contempo si pretende personale del tutto prevedibile. Il dipendente non è categoria occupabile alla moda perché si ricercano autonomi professionisti, nel senso di soggetti sperimentali dal lato imprenditivo; tuttavia queste modalità organizzative mascherano il desiderio vero che resta quello di ottenere perfetti esecutori, con la foglia di fico del protagonismo economicistico che deve mascherare una certa intolleranza per la vera autonomia individuale che dilegua presto perchè interamente assorbita dalla vicenda organizzativa.

Identità nel lavoro e tenuta del progetto di vita

Il tema dell’identità lavorativa è un punto nevralgico al cuore delle problematiche definizioni delle traiettorie di vita nell’epoca tardo-moderna perché se l’economia produce il budget fondamentale dei significati socialmente spendibili nella edificazione relazionale del sé e se essa monopolizza il futuro sotto-forma di “lavoro” come progetto di determinazione autonoma dell’io, venendo a mancare il valore/occupazione si determina una struttura sociale senz’anima attiva che anticipa la piena inconsistenza dell’umano a fronte dell’autonomia dell’apparato economico-finanziario e che si mostra orientata a logiche che accrescono paradossalmente l’efficacia del funzionamento di sistema proprio penalizzando il progetto di vita delle persone. Questi problemi riguardano sia le identità individuali sia le identità collettive. Il mondo della tarda modernità in cui viviamo invita ciascuno a determinare liberamente, cioè a re-inventare da un lato la propria identità, rompendo i vincoli delle tradizioni, ma dall’altro ci scopre limitati nella costante costruzione delle nostre caratteristiche personali. Le nuove identità che si legano all’aumento della mobilità sociale, incontrano ostacoli inattesi. Le maggiori difficolta interpretative si legano specificamente ai processi di mobilità sociale all’interno dei quali il lavoro, a fronte di un incremento generale del suo valore simbolico, vede contemporaneamente una costante ridefinizione verso il basso del suo valore sociale ed una continua migrazione tra le tante articolazioni che il sé realizza con il mondo sociale. Assistiamo ad una vera e propria mobilitazione del lavoro dentro la sfera di definizione dell’autoefficacia personale: vi si coinvolgono la posizione sociale dell’individuo, la sua identificazione/individuazione dentro uno status/ruolo e la sua capacità di mantenersi parte attiva all’interno dei processi di socializzazione che lo riguardano. Cosa sono le posizioni sociali tra le quali gli individui si muovono e qual’è il modo per attribuire a ciascun individuo una determinata posizione sociale? Abbiamo qui a che fare con la collocazione di un individuo o di un gruppo sociale in una rete di relazioni sociali che appare indipendente dal soggetto che la occupa in un dato momento. In pochi decenni l’universo delle relazioni sociali è fortemente mutato e si è differenziato con l’individuo che non appare più capace di controllarlo a partire dalla carta di identità occupazionale su cui si reggeva il capitale personale di competenze sociali.

L’ascensore sociale

La società come sistema razionale di relazioni spaziali tra corpi individuali e collettivi che si attraggono e respingono tra loro, appare uno sbiadito sogno razionalista. Oggi sono le dinamiche caotiche a suggerire il farsi e disfarsi del nostro spazio sociale di vita, di pensiero e, ovviamente, di lavoro. Queste novità epocali hanno fortemente influenzato i movimenti degli individui fra le diverse posizioni sociali. Quali tipologie fondamentali di movimento possiamo distinguere? La mobilita sociale concerne il passaggio di un soggetto individuale o collettivo da uno strato sociale ad un altro, sia in senso ascendente che discendente. Il lavoro è la pulsantiera di questo ascensore. Ogni attraversamento di livelli di stratificazione esercita una diretta funzione di stabilizzazione nell’auto-percezione funzionale del sé. In situazioni di crisi economica - in cui si verificano rapide cadute della capacità di scalare posizioni sociali tramite il lavoro – è fin troppo evidente la scissione traumatica tra il livello di attività svolta e la sua capacità di certificare socialmente la validità del progetto di relazionamento sociale dell’individuo. Le conseguenze – spesso tragiche - sulla continuità psico-biologica individuale, nutrita da un senso di autoefficacia costruito relazionalmente sul lavoro e sulla simbolica che attorno ad esso si organizza, sono ormai cronaca quotidiana.

Rossano Buccioni

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