Italobrasiliano

28 Giugno Giu 2014 0234 28 giugno 2014

Dia 1: Garotas (e garotos) de Ipanema

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Avete presente tutte le storie che vi raccontano i vostri amici quando tornano da Rio de Janeiro? Beh, in buona parte sono vere. Per dirne una, non è un caso che il tanga alla brasiliana si chiami così. A Ipanema o Copacabana se ne vedono tanti. Non ce l'hanno tutte, ma molte sì. Non aspettatevi però di trovarvi davanti a fisici da modelle: di Giselle Bundchen ce ne sono poche in Brasile, e la cellulite vince nettamente sul gluteo tonico. Eppure l'orgoglio e la nochalance con cui queste donne, giovani e meno giovani, magre e meno magre, mostrano le loro curve dà un senso di liberazione dagli stereotipi sui canoni di bellezza.

Punto due: i palloni. Ce ne sono un sacco, più o meno uno ogni cinque passi. La maggior parte di questi viene presa a calci da ragazzi e ragazze in gruppi di cinque o sei. Non cercano di fare gol, ma palleggiano senza toccare mai terra. E lo fanno piuttosto bene, quasi tutti. Il calcio qui è davvero una religione, e il joga bonito è il suo primo precetto. Provate a pensare cosa deve essere durante un Mondiale.

Immagino che Rio de Janeiro, una città dove in inverno ci sono 30 gradi, sia costantemente piena di turisti da ogni parte del pianeta. La differenza è che durante la Coppa non devi chiedere a una persona da dove viene, basta guardare la maglietta che indossa. Oggi (mentre scrivo in Italia è già il 28 giugno, ma qui è ancora il 27) credo di averle viste tutte. Colombiani e uruguagi, che domani si giocano al Maracanà l'accesso ai quarti di finale, in quell'ottavo dove poteva esserci l'Italia (scusate, ma ancora non riesco a fare a meno di pensarci). Ma anche cileni, brasiliani naturalmente, argentini, costaricensi, francesi, olandesi, messicani. Persino algerini e statunitensi (sì, proprio quelli a cui non interessavano i mondiali di calcio americani).

C'è chi omaggia il Fenomeno, chi invece mostra di preferire il pragmatismo di Zagallo alle magie di Zico e ai gol di Pelé. Chi rende omaggio agli assenti come Radamel Falcao e Landon Donovan. Chi indossa la maglia di Messi e chiede un'offerta per una foto con la Pulce, e chi invece venera ancora la divinità di Diego Armando Maradona.

Poi ci sono gli italiani, con gli sguardi un po' più delusi. Ne ho incontrati due in un locale in cui sono finito per stanchezza e disperazione dopo aver camminato avanti e indietro per una decina di chilometri alla ricerca di un ristorante segnalatomi da un amico (che evidentemente mi aveva dato male le indicazioni). Mi sono avvicinato, li ho salutati, e ho chiesto come stessero. Uno di loro, quello con la parlantina più spigliata e un ciuffo di capelli sulla fronte, mi ha risposto: «Ma, insomma, se c'era l'Italia stavamo meglio». Ho fatto un selfie con loro.

Già, l'Italia non c'è, latita anche a Ipanema, dove le maglie azzurre non si vedono e nemmeno i tricolori. Ma tra le bandiera appese ne ho scorta una che non manca mai. Non esiste un solo luogo del mondo, un solo evento di rilievo, in cui non se ne veda almeno una. È la bandiera di un popolo che non fa i Mondiali e probabilmente non li farà mai, perché non ha uno Stato. Ma, lasciatemelo dire con un pizzico di sciovinismo, ha un cuore grande così.

Lo stesso cuore che hanno due adolescenti che ho incontrato sulla spiaggia. Un ragazzo e una ragazza, forse una coppia. Giravano con un foglio di carta A4 scritto e una scritta in blu «Free Hugs». Gli ho fatto una foto, e poi li ho abbracciati. Tutti e due contemporaneamente. Erano felici. E io pure.

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