Italobrasiliano

28 Giugno Giu 2014 2151 28 giugno 2014

Dia 2: Maracanazo sfiorato

  • ...

Sabato 28 giugno 2014. Al Maracanà, alle 17 locali, si gioca Colombia-Uruguay, ma le prime bandiere a entrare nello stadio sono quelle brasiliane. La Seleçao è impegnata a Belo Horizonte, a 436 chilometri da Rio de Janeiro. Ma nel tempio del calcio mondiale, quattro grandi schermi mostrano la partita a chi è riuscito a mettere le mani su un biglietto per l'ottavo di finale in cui ci sarebbe potuta essere l'Italia.

Il delirio al Maracanã, promesso dalla fortunata canzone di Emis Killa che fa da colonna sonora alle partite trasmesse su Sky, non tarda a presentarsi, vestendo la maglia di David Luiz, professione difensore ma eroe del primo gol brasiliano contro il Cile. E poco importa se le immagini, più tardi, riveleranno che a toccare la palla per ultimo, in realtà, è stato Gonzalo Jara, terzino sinistro della Roja sudamericana.
Lo stadio ammutolisce, però, soltanto 14 minuti più tardi, quando Alexis Sanchez supera Julio Cesar con un rasoterra angolatissimo e sigla l'1-1.

Non gioca bene la Seleção, che fa tenere palla agli avversari e prova ad affidarsi alle giocate di un Neymar spento. A Rio, dentro lo stadio e fuori, i sorrisi si trasformano in ghigni di tensione. Poi un supereroe libera tutti. Hulk la tocca malissimo, col ginocchio, ma la palla entra. Il 2-1, arrivato così, è un segno del destino. Le maglie verdeoro saltano dentro al Maracanã, qualcuno si volta per abbracciare il suo vicino di sedia, e non capisce quello che sta succedendo. Il boato si è spento all'improvviso, nessuno urla più. Sullo schermo l'arbitro inglese Howard Webb tiene il braccio alzato. Ha fermato il gioco, il gol non vale, Hulk l'ha toccata col braccio, anche se non lo vuole ammettere.

Il fantasma del Maracanazo consumato a distanza, e con largo anticipo rispetto alla finale del 13 luglio, sembra prender forma sempre più concreta. Ci si mettono pure 10 tifosi dell'Uruguay vestiti a tema, con una lettera per ogni maglietta: M-A-R-A-C-A-N-A-Z-O. Per smaterializzarlo serve un ghostbuster, uno come Julio Cesar, che cancella il sinistro a botta sicura di Charles Aránguiz con una prodezza. Neymar e Hulk spaventano bravo, mentre lo stadio si comincia a riempire di colombiani e uruguaiani che, un po' a sorpresa, tifano Brasile.

E visto che nessuno ha voglia di aspettare due ore senza calcio prima di fare il tifo per le loro squadre, a Belo Horizonte si va ai supplementari, perché la partita non vuole finire, e Pinilla prende pure una traversa per il Cile. Rigori. Ormai è ufficiale: cantano solo uruguaiani e colombiani, perché mentre al Minerão si avvicinano i titoli di coda, al Maracanã le squadre provano il terreno. I brasiliani presenti tengono il fiato sospeso, mentre Luiz Gustavo prega a centrocampo. Sbagliano Pinilla, Willian, Sanchez, Hulk. Non sbaglia Neymar, che sopporta il peso di un'intera nazione sulle spalle. Fallisce ancora Jara, che dopo l'autogol centra il palo. Ma il vero eroe è Julio Cesar, che ne para due su cinque e piange davanti alle telecamere.

Il Maracanã esplode come se la partita si fosse giocata qui. Perché la voglia di vedere la Seleção cancellare il ricordo del 1950 è troppo forte. Più di un gioco che ancora non convince. Il calcio, per i brasiliani, è una cosa terribilmente seria, tanto da causare ondate di suicidi in caso di sconfitta. Nessuno vuole che sia così anche stavolta, nessuno vuole un nuovo Maracanazo, ma l'ansia da prestazione rischia di giocare brutti scherzi.

Correlati