Italobrasiliano

2 Luglio Lug 2014 2354 02 luglio 2014

Dias 5 e 6: da Rio a San Paolo

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Ho cambiato città. Rio de Janeiro e San Paolo sono vicinissime, nemmeno un'ora di aereo, eppure sono profondamente diverse. Certo, il mio passaggio è stato il più morbido possibile, perché nel mio ultimo giorno carioca mi sono immerso nel centro storico, sicuramente la parte più europea della città. E San Paolo, d'altra parte, è molto europea.

Il Palazzo Tiradentes, sede del parlamento dello Stato di Rio de Janeiro.

Il Palazzo Tiradentes, un tempo sede del parlamento federale, ora di quello dello Stato di Rio, è pieno di richiami al Vecchio Continente, e in particolare a quattro tradizioni diverse: quella latina, quella greca, quella francese e quella italiana. Di brasiliano, tra un fascio littorio (tranquilli, Mussolini non c'entra niete), una Marianna e una Pallade Atena, ci sono solo le foglie di caffè, che adornano le ghirlande di marmo delle balconato e quelle di pietra sugli stipiti delle porte. È un omaggio alla più grande ricchezza del Paese, il prodotto che, con i proventi della sua esportazione, ha permesso la nascita della Republica do café com leite e la costruzione di un parlamento in cui non esistono i pianisti (avresto dovuto vedere la faccia della mia giovane guida brasiliana e dei turisti belgi che erano con me quando ho spiegato questa usanza tutta italiana).

Il Teatro Municipale di Rio de Janeiro.

Quando il Brasile si è separato dal Portogallo, Rio ha cercato in tutti i modi di cancellare le tracce dell'ex madre patria. E ha provato ad assomigliare sempre di più a Parigi. C'è anche una piazza che porta il nome della capitale francese e si ispira dichiaratamente ai giardini di Versailles, mentre il Teatro municipale sa molto di Opera. Lì davanti ho visto gli interminabili 120 minuti di Argentina-Svizzera, risolti da una magia di Lionel Messi e da un sinistro preciso di Angel Di Maria. Inutile dire che gran parte dei brasiliani presenti speravano in un risultato diverso.

L'abbraccio tra Lionel Messi e Angel Di Maria nella vittoria sulla Svizzera © Getty Images.

Se Rio era contraddistinta dal colore della sabbia, San Paolo è dominata dal verde. Gli alberi sono ai lati delle strade, i rampicanti sulle pareti delle case. Allo Stadio Municipale Machado de Carvalho, o più semplicemente al Pacaembu, ho visitato il museo del calcio. Ed è stato molto più divertente di quanto mi aspettassi. L'ironia brasiliana è unica: per loro il calcio è una cosa terribilmente seria, credo di averlo già scritto, eppure ci ridono sopra. Per ogni Mondiale hanno messo in fila le ragioni della sconfitta e quelle della vittoria. E queste ultime, quasi sempre, avevano lo stesso nome e cognome: Mario Jorge Lobo Zagallo. Lui di Mondiali ne ha vinti due da giocatore, uno da primo ct, uno da assistente di Carlos Alberto Parreira. Prima del 2002, quando fu Felipe Scolari a guidare la Seleção al quinto titolo, non c'era stata vittoria senza Zagallo.

Uruguay 1930: per il Brasile era impossibile vincere. Zagallo non era ancora nato.

Tra i motivi delle sconfitte, colpisce l'assenza di ketchup nelle pizze uruguaiane nel 1930 o le disgraziate origini di Diego Maradona, che «sfortunatamente non è nato nel Mato Grosso del Sud». Come se non bastasse si sono inventati un finto documentario che spiega come tutti i 19 Mondiali disputati finora siano stati vinti dal Brasile. Dal 1930 al 2010, cancellando le tracce del Maracanazo. Ho scoperto che se non fosse stato per un paulista di origini scozzesi di nome Charles Miller, e per i suoi genitori che decisero di mandarlo a studiare in Inghilterra da cui tornò con un pallone e un libro di regole, l'Italia avrebbe più titoli del Brasile. Ho palleggiato con Neymar grazie alla realtà virtuale e ho tirato un rigore sopra l'incrocio dei pali (quasi come Roberto Baggio nel '94). Strepitoso.

E mentre andavo verso il centro della città, molto più antico e un po' più povero della zona residenziale in cui avevo passato la notte e la mattina, non potevo fare a meno di pensare che forse questo Mondiale se lo meritano davvero. Non perché la loro squadra sia migliore delle altre, ma per come affrontano il calcio. Il joga bonito, francamente, appare solo il ricordo di un'epoca sempre più lontana, ma il loro modo di vivere, mangiare, respirare futebol è unico al mondo.