Italobrasiliano

5 Luglio Lug 2014 1703 05 luglio 2014

Dias 7 e 8: perdersi a San Paolo e ritrovarsi a Belo Horizonte

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L'ho visto, il bell'orizzonte. O almeno un suo pezzetto. Sono salito sulla Serra do Curral e ho capito perché la capitale del Minas Gerais si chiama così. Costruita tutta su colline, un continuo sali e scendi, un po' come la mia Cagliari o come San Francisco. Solo senza il mare. Belo Horizonte è un grosso pezzo di storia del Brasile. Nel 1897 è stata costruita dove prima sorgeva Curral del Rei, fu eletta capitale al posto di Ouro Preto, la città in cui ebbero origine i primi motti di indipendenza.

Ci sono arrivato nel pomeriggio del 4 di luglio, un'ora e mezza prima dell'inizio di Brasile-Colombia. Il mio volo, in teoria, partiva alle 17.50, esattamente nel bel mezzo della partita. Mi sono fatto infilare in lista d'attesa e sono riuscito a partire in anticipo. Mi sono perso la Germania che batteva la Francia, ma sono riuscito a vedere il Brasile con la mia famiglia mineira. Carlos e Valeria mi hanno accolto come un loro figlio, come fanno ogni volta che mi vedono. È la prima volta che ci incontriamo in Brasile, finora è sempre stato in Italia. Eduardo, che per un anno esatto è stato mio fratello e ha diviso la mia stessa stanza a Cagliari, è a Piumhi, 267 chilometri da qui. Bruna, sua sorella, in un'altra città a 180 chilometri dalla capitale. Ieri non c'erano ed eravamo in tre a tifare Brasile. Fino al fischio finale.

Dani Alves e David Rodriguez consolano James Rodriguez © Getty Images.

Perché dopo la vittoria sofferta, ma non troppo, sulla Colombia, ci siamo ritrovati in strada tra migliaia di persone. I locali aperti erano pochi, la zona del Fan Fest era chiusa. Il Comune ha ordinato una giornata di lutto cittadino per la tragedia del viadotto crollato che ha ucciso due persone il giorno prima. Per questo, mi ha spiegato Cacà, «c'è meno gente di quanta ce ne sarebbe stata in una giornata normale». E vi assicuro che in alcune strade era difficile camminare per via della folla. C'è un'aria di festa e attesa a Belo Horizonte. Martedì il Brasile verrà qui, per giocarsi l'accesso alla finalissima contro la Germania. Nessuno avrebbe potuto accettare di vedere la Colombia al Mineirão, quindi si festeggia per lo scampato pericolo. Ma la gente per strada non sa ancora che il Mondiale di Neymar è finito. Lo scoprirà tornando a casa, accendendo la tv o collegandosi a internet, e sarà un duro colpo.

Marcelo chiede l'intervento dei medici dopo l'infortunio di Neymar © Getty Images.

Il mio ultimo giorno a San Paolo, invece, è stato particolare. La mattina sono uscito di casa con l'intenzione di visitare il Museo dell'Immigrazione, per scoprire qualcosa di più sulle origini di questo popolo così speciale e composito. Ero curioso di sapere qualcosa di più delle centinaia di migliaia di italiani che abitano la capitale paulista, la città più grande del Brasile, quella che, si dice, è totalmente dedita al lavoro e alla produttività. Un po' come Milano da noi. Anche il Brasile ha i suoi stereotipi: così scopro che i carioca sono come i nostri napoletani, i paulisti come i milanesi, i pernambucani e i baiani come sardi e siciliani. Ammesso di voler credere nei luoghi comuni. Fatto sta che al Museo dell'Immigrazione non sono mai arrivato. Mi sono perso dopo pochi metri, incapace di trovare una fermata della metro che era a pochi metri da me. Invece di entrare nella piazza della Repubblica, l'ho costeggiata e ho proseguito dritto, ho accesso Google Maps sull'iphone, solo per perdermi un po' di più tra viadotti, sottopassaggi, diramazioni e strade che cambiano nome. Mi sono ritrovato in mezzo a una strada pedonale in pieno centro, ho passeggiato un po', sono tornato indietro. E devo dire che, a volte, perdersi non è poi così sgradevole.

Il pomeriggio l'ho passato al Parque do Ibirapuera, il più grande spazio verde della città, immerso tra laghetti, cigni neri, alberi enormi e ragazzi e ragazze in pattini e skate. Ho visitato una mostra sulla civiltà maya, ricca di oggetti di artigianato di altissimo valore archeologico. Poi, in serata, sono andato a correre la mia prima gara di kart. Preferirei sorvolare sui risultati, e non per modestia. L'unica consolazione che ho è che avendo dimenticato il passaporto a casa mi sono registrato a nome del mio amico Alvaro, che si è ben guardato dal salire sul kart. Il mio ultimo posto, il mio record negativo sul giro, le cinque volte che sono stato doppiato dal vincitore della gara: tutto è registrato a nome suo. Di me non ci sarà traccia nella storia della pista che ha ospitato Rubens Barrichello, Felipe Massa, Alex Zanardi, Juan Pablo Montoya. E tanti altri campioni dell'automobilismo. Guidare un kart non è facile come pensavo, non hanno servosterzo e le braccia fanno un male cane, i contatti con gli altri sono una parte integrante della corsa. Io li ho evitati, così come i testa coda e i salti sui cordoli. In compenso sono andato così piano che avrei potuto perdere anche contro una tartaruga.

Oggi comincia un nuovo giorno, a Belo Horizonte. Sto per uscire di casa. Farò due passi con Carlos e Valeria e poi, all'1 andremo a mangiare in un locale di cucina tipica mineira. Lì vedrò giocare l'Argentina contro il Belgio. Ancora una volta sarò solo contro tutti. Io per Messi, i brasiliani per Hazard. O forse no, perché a pochi chilometri da Belo Horizonte, a Vespasiano, nel centro dell'Atletico Mineiro, si allena l'Albiceleste. Così la città è piena di argentini, mi hanno detto. Io non ne ho visto ancora uno, ma ieri era la festa del Brasile, e saranno rimasti in albergo, immagino.