Italobrasiliano

10 Luglio Lug 2014 1602 10 luglio 2014

Dias 12 e 13: semifinali

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Oggi, 10 luglio, Belo Horizonte ha due facce. Una è quella triste dei brasiliani, costretti a fare i conti con quella che su tutti i giornali locali è stata definita una «umiliazione» e una «vessazione» senza precedenti. L'altra è quella sorridente e un po' arrogante degli argentini. Ce ne sono tanti nella capitale mineira, perché a pochi chilometri da qui, a Vespasiano, ha sede il ritiro dell'Albiceleste.

©Getty Images.

Dopo essermi goduto il lunedì di riposo approfittandone per girare un po' nel centro storico della città, ho visto entrambe le semifinali. Quella tra Brasile e Germania dal vivo, e ho avuto il piacere di raccontarla su Lettera43.it. Prima, durante e dopo la goleada tedesca. Quella dell'Argentina, invece, l'ho seguita in tv, comodamente seduto sul divano accanto al mio fratello brasiliano Dudu, che non vedevo da 10 anni. Qui, lui, era uno dei pochi a non gufare argentina. Non per nobiltà d'animo, sia chiaro, ma perché non aveva alcuna intenzione di rischiare di perdere la finalina per il terzo posto contro i cugini tanto odiati.

©Getty Images.

Non è stata una gran partita, bisogna dirlo. Probabilmente c'era l'esigenza inconscia di riequilibrare la media gol dopo il 7-1 del giorno prima, così è arrivato il primo 0-0 della storia delle semifinali in un Mondiale. L'ho detto più volte e lo ribadisco anche qua: questa Olanda non mi piace. Credevo fosse impossibile, e invece è pure peggio di quella di Van Marwijk del 2010. Vero, i risultati parlano di una finale persa ai supplementari e di un'altra mancata ai rigori, ma il calcio totale dell'Arancia Meccanica è un ricordo sempre più sbiadito. In 10 dietro la linea del pallone, ad aspettare l'avversario per colpirlo in contropiede. Rispettabile, per carità, ma molto poco Oranje.

©Getty Images.

Non che l'Argentina sia molto migliore. Prova sempre a fare la partita, sì, ma è lenta nella costruzione della manovra e non trova mai gli spazi giusti. Messi sta giocando un Mondiale a intermittenza, ma quando si accende dà sempre l'impressione di poterla risolvere da solo. Ieri ci ha provato con due assist sprecati da Palacio e Maxi Rodriguez. Ai rigori, ancora una volta, Van Gaal è stato decisivo. Stavolta Krul non è entrato, ma il suo spirito era comunque presente. Pesava come un macigno sulle spalle del povero Cillessen, costretto suo malgrado a fare i conti con il ricordo ancora troppo fresco delle prodezze del suo vice contro la Costa Rica. Come se non bastasse, si è pure dovuto sorbire lo stalking del suo collega, che prima dei tiri dal dischetto non l'ha lasciato in pace un attimo. Cillessen cercava un posto per riflettere da solo, e Krul lo inseguiva ovunque andasse, per dirgli chissà quali parole magiche. Non ne ha preso uno, nemmeno quello che Maxi Rodriguez gli ha sparato praticamente in faccia, seppure a 200 chilometri all'ora.

©Getty Images.

La psicologia è un'arma a doppio taglio, e i suoi effetti talvolta si compensano. Tutto ciò che di buono Van Gaal ha fatto a Krul, ha avuto l'effetto opposto in Cillessen. Provate a mettervi nei panni di questo ragazzo di 25 anni, con la faccia triste, obbligato a decidere una semifinale nel suo primo Mondiale dopo essere stato sostituito e sfiduciato appena quattro giorni prima. L'epilogo era praticamente scontato. È da ieri che non smetto di pensarci: il portiere è il giocatore più solo in campo, se anche il suo allenatore lo abbandona, il suo compito diventa quasi impossibile. Povero Cillessen.

P.S. Ieri sono stato a Inhotim, un parco straordinario, a un'ora e mezza da Belo Horizonte. È un giardino botanico pieno di piante tropicali e, allo stesso tempo, un museo di arte contemporanea. Consiglio di visitarlo.