Italobrasiliano

13 Luglio Lug 2014 1645 13 luglio 2014

Dia 16: Amici miei

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Sabato 12 luglio.

La sveglia suona alle 6 del mattino. È troppo presto per alzarsi, ma non si tratta solo di sonno. Mi sono svegliato con un mal di testa che fa provincia. Colpa della birra e del vino bevuti con grande generosità la sera scorsa, per accompagnare la mia cena di addio a Belo Horizonte. Ho cucinato io, una carbonara. Non esiste missione più semplice, per un italiano, che cucinare degli spaghetti a degli ospiti stranieri. Potrai anche scuocerli, farli troppo salati, sbagliare qualcosa nel condimento, ma saranno sempre superiori a quelli che sono abituati a mangiare nel loro Paese. Per me è un po' diverso. Quasi tutti i miei commensali sono già stati in Italia e hanno assaggiato la pasta migliore che possa esistere: quella di mia mamma. Ci ho provato comunque, e a giudicare dai loro volti e dai piatti vuoti, credo di esserci pure riuscito.

Dopo tutto cucinare la pasta non è così complicato. Si lascia bollire l'acqua, si butta il sale, si assaggia l'acqua per vedere se è poco, si butta la pasta nella pentola e si fissa il timer sul tempo di cottura indicato nella busta. Come questi semplici passi diventino una vera e propria sfida invincibile oltre le Alpi resta uno dei più grandi misteri del mondo intero. Al pari del Triangolo delle Bermuda e di come i capibara possano vivere a pochi chilometri dal centro di una metropoli come Belo Horizonte.

Il mal di testa, dunque, un classico del dopo sbornia. Mi ero coricato in forma, poco dopo la mezzanotte, mi sono svegliato uno straccio. Come se non fosse già abbastanza difficile dover lasciare Cacà, Valeria, Dudù, Lorena, João Pedro, Bruna, Gustavo e Rafael. Gli ultimi tre non ve li avevo ancora presentati per il semplice fatto che sono arrivati la sera stessa della cena d'addio. Bruna è la sorella di Dudù, figlia di Valiera e Cacà. Anche lei è stata in Italia, tre mesi. Prevalentemente a Napoli, ma ha passato qualche giorno a casa mia a Cagliari. La sento come una sorella. Gustavo è suo marito, che non avevo mai conosciuto di persona, e Rafael è il loro splendido figlio, che fra poco (il 6 agosto) compirà un anno. Gustavo fa uno dei lavori più importanti del mondo: è ingegnere ambientale e si occupa dei programmi di riforestamento in Brasile. Pianta alberi dove l'urbanizzazione selvaggia li taglia. E allunga la vita del Pianeta.

In aeroporto, alle 7 del mattino, siamo andati in quattro. Io, Dudù, Valeria e Cacà. E in tre abbiamo pianto. La colpa è di Dudù, che mi ha abbracciato promettendomi che ci saremmo rivisti tra due anni, con la voce rotta dalle lacrime. Così ho iniziato a piangere anche io, mi sono voltato, e piangeva anche Cacà. Valeria era l'unica che riusciva a trattenere le lacrime. Unica donna forte in mezzo a tre uomini adulti e fragili. Sono salito sull'aereo in condizioni fisiche ed emotive difficili, e il risultato è stato l'unico che potesse nascere dalla combinazione alcol+mal d'aria.

Belo Horizonte e Rio de Janeiro distano un'ora di volo, così ci ho messo relativamente poco ad arrivare a Botafogo per riabbracciare Tereza e Leo. Quel barboncino di nove anni è fantastico. Ha sentito il mio odore ed è impazzito. Mi ha ricoperto di attenzioni e ha passato tutto il tempo con me. Mi sa che gli sono mancato. Il cielo di Rio era grigio, ricoperto da nubi, e questo non ha aiutato il mio umore. Avevo ancora due giorni e mezzo da passare in Brasile, ma già cominciavo a sentire saudade. Forse anche per questo non ho provato la gioia che mi sarei aspettato nel vedere la meravigliosa Scala Selaron, un'opera senza eguali al mondo che un grande artista cileno ha dedicato al suo Paese d'adozione, il Brasile, dove è stato ucciso nel 2013, col cadavere carbonizzato lasciato sul suo capolavoro da un ex socio. Sono 214 gradini (almeno quelli che ho contato io) che portano dal barrio di Lapa a quello di Santa Teresa.

Lapa è qualcosa di bellissimo. I muri dipinti parlano e raccontano storie, come gli archi del vecchio acquedotto. Fino a qualche anno fa, lì sopra, passava un tram che collegava il barrio di Santa Teresa al centro. Poi un treno è deragliato, precipitando per oltre 17 metri e uccidendo sei persone. Da quel giorno il tram ha smesso di viaggiare. A Lapa c'è tutta la contraddizione di Rio de Janeiro. C'è la bellezza dell'arte e la bruttezza della miseria, la vita piena di gioia dei turisti e quella triste dei senza tetto che dormono sotto gli archi o si avvicinano ai passanti chiedendo qualche real per una cachaça, perché la Borsa famiglia di Dilma Rousseff non basta.

Il quartiere è pieno di locali di ogni genere, e qui si trova anche il Rio Scenarium, celebrato come uno dei 10 migliori bar del mondo. Me ne hanno parlato benissimo, ma non ci sono stato. Mi sono accontentato di qualcosa di molto più spartano, ma con un bel televisore, per vedere Brasile-Olanda con Mario, un marchigiano di 40enne che sette anni fa ha lasciato il lavoro di rappresentante della Mizuno per venire a vivere in Brasile. Si è innamorato, sposato, ha una figlia bellissima di quattro anni. Fa la guida turistica di tanto in tanto, tiene i conti di un gruppo musicale che ha vinto un grande concorso e ha pubblicato il suo primo disco, ha comprato una fazenda che noleggia per feste e matrimoni. Insomma, si dà da fare per arrivare alla fine del mese. Mi ha detto che guadagna molto meno di quello che prendeva in Italia, ma è felice molto di più di quanto non lo fosse nel suo Paese. Certo, il Brasile ha i suoi bei problemi, viverci non è così semplice come sembra dalle cartoline che ritraggono Copacabana, ma tutto sommato si sta bene.

Tra qualche ora si giocherà la finale della Coppa del Mondo, e la gente tornerà alla sua tranquilla quotidianità. Io prenderò un aereo per tornare in Italia, felice di poter rivedere la mia fidanzata e i miei due gatti. Ma sono sicuro che questo posto mi mancherà. E che ci tornerò il prima possibile.