Krisis

21 Gennaio Gen 2013 1234 21 gennaio 2013

L'economia dell' Amore

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Può nascere un'economia dell'Amore?

A questo proposito è da  ricordare che già Adam Smith si soffermava spesso sulla parola “bene comune” che tanto si avvicina a quella dell’amore. Per l’economista scozzese, infatti, l’emulazione del ricco e del potente da parte degli altri cittadini che si trovano al di sotto di loro, è il principale meccanismo, indiretto e in intenzionale, che porta al bene comune . Per essa il ragazzo, figlio del “ poor man’s son” lavora notte e giorno per acquisire talenti superiori ai suoi concorrenti . Per Smith  è proprio questa la principale passione che muove i popoli verso l’opulenza ed il benessere, che però si ritrova a dover affidarsi ad una “deception” un auto inganno, della quale le persone sono vittime in maniera inconscente, perché l’idea che il ricco sia più felice perché possiede “ maggiori mezzi per la felicità” e che diventando più ricco significa diventare più felice, per Smith, è un’idea totalmente falsa. Egli infatti ricorre spesso ad un antico proverbio: “ The eye is larger than the belly”, l’occhio è più grande della pancia, che significa che la capacità di godere dei beni ha dei limiti fisiologici, e l’uomo ricco può consumare “poco più del povero” Altresì continua a esprimere il rammarico del ricco quando diventa anziano, la sua solitudine e la delusione, perché preoccupato per i suoi beni, malesseri invece risparmiati al povero che “ prende solo il lato della strada”, ovvero, ha minori preoccupazioni perché ha la proprietà di poche quantità di beni. Così parlando della “ mano invisibile”, la spinta ad essere felici ci porta ad impegnarci per guadagnare e arricchirci, illudendoci che la ricchezza ci farà più felici; grazie a questa deception, questo auto inganno, le persone cooperano inconsapevolmente al bene comune, perché si crea sviluppo economico nonostante “ il naturale egoismo e rapacità” di chi si impegna per arricchirsi. Così Smith afferma: “ Per quanto concerne la vera felicità della vita umana, i poveri non sono affatto inferiori a coloro che sembrano tanto sopra di loro. Questo significa che il ricco, comprando e consumando prodotti per se stesso, senza volerlo, contribuisce alla creazione di un bene comune, cooperando ad una equa distribuzione di felicità per tutti. Smith parla di “ provvidenza”  che ha fatto in modo che le persone, pur agendo in maniera egoista contribuiscono, senza volerlo, al bene comune. Il prof. Luigino Bruni, ispirandosi alla  tripartizione dell’amore in eros, philia e agape della lettera enciclica di Benedetto XVI, Deus Caritas Est, richiama ad un’analogia tra le tre forme dell’amore richiamate e ad un discorso prettamente economico.
 Secondo lui: “La più rilevante, proprio perché meno ovvia, è l’analogia tra eros e contratto, il principale strumento ( e l’immagine stessa) del mercato. Platone ( Simposio), fa nascere – e non a caso – eros dall’unione di indigenza ( Penta) e espediente ( Paras). L’amore erotico nasce da una povertà, da una indigenza, che si vuole colmare attraverso l’altro; e il corteggiamento ricorre ad espedienti per raggiungere lo scopo, per soddisfare il desiderio. Analogamente per il contratto: la relazione contrattuale nasce quando ho una povertà, mi manca qualcosa che certo in te ( e tu in me), e il processo di contrattazione ( basato sulla seduzione – persuasione, come ben affermava Adam Smith) è molto vicino al corteggiamento amoroso, come è evidente nei mercati non anonimi e personalizzati di tutto il mondo.” Per quanto riguarda invece la philia, l’economia conosce anche: “ la relazionalità della philia, soprattutto come mutualità: l’intero movimento cooperativo e l’associazionismo, di ieri e oggi, si è concepito attorno ai principi fondativi della mutualità e dell’amicizia; ma anche le imprese più normali ( o “ capitalistiche”) non potrebbero crescere e durare se in certi contesti e momenti della dinamica organizzativa i componenti dei gruppi di lavoro, degli uffici o dei dipartimenti non sperimentassero forme di amicizia che li spinge ad andare oltre ciò che prevede il contratto, a perdonare o a dire grazie.”
Per quanto riguarda l’agape , l’agape è stata, ed è ancora, nella scienza economica, la grande assente. Infatti, “ l’economia moderna si caratterizza per una forte tendenza a vedere esclusivamente le prime due forme dell’amore in azione nell’ambito economico ( contratto e amicizia)… La prima assenza è la dimensione della prossimità, la seconda è quella della reciprocità, che caratterizza l’agape in quanto fondata sul comando dell’amore scambievole.” E conclude: “ Che triste sarebbe la vita civile – e il mestiere dell’economista – se dovessimo accettare l’idea di un ambito irrimediabilmente destinato a perdere contatto con l’agape, con la gratuità! Sarebbe come immaginare una vita dove le sole due forme di amore fossero l’eros e la philia: chi darebbe loro quella leggerezza e bellezza che fa dell’amore l’esperienza umana più alta e quasi divina?”
Ad oggi,  a quanto sembra, un’economia dell’amore non si è compiuta perché manca un elemento, il più immateriale di tutti, l’anima. Il sistema economico globale ha, infatti, un cuore, rappresentato da tutti gli attori economici, ha una struttura, l’insieme dei mezzi di produzione, ha un cervello, che sottintende alle facoltà cognitive e non dei vari attori, ma manca di un elemento definito da tanti filosofi come essenziale e necessario alla vita dell’uomo. Qualcosa di estremamente intangibile e inappropriabile, di un valore immenso, tanto da non poter essere acquistato da nessuno. È così tanto legato all’uomo da non poter essere scisso onde perdere qualsiasi utilità materiale e non. Ecco perché Pier Luigi Celli, pensa alla possibilità di “ ridare un’anima all’impresa; e alle sue strutture e ai suoi meccanismi il gusto di lavorare anche per interessi più ampi di quelli interni, necessariamente economici… é abbastanza ovvio che non si può imporre all’impresa di fare anima per il paese; non è il suo scopo istituzionale. Ma di tentare, sì. È infatti la capacità di esprimere un’anima che accresce l’identità dell’impresa e la sua possibilità di successo. E il successo delle imprese è il lievito del cambiamento per l’intreccio civile e sociale che le comprende.” Riusciremo a dare un poco di anima a questa dannata economia?

Antonio Simeone

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