Krisis

7 Marzo Mar 2013 1643 07 marzo 2013

Tiziano Terzani e i nuovi managers

  • ...

Un giorno ero alla ricerca di documenti su internet di Tiziano Terzani, suoi pensieri sull’economia e ho trovato un articolo bellissimo. Un’intervista del Professore Francesco Bertolini a Tiziano Terzani, dal titolo: “ Il manager e l’arcobaleno”. Ho immediatamente contattato il Professore Bertolini e mi sono fatto autorizzare a pubblicarla nei miei libri " Psicheconomia" e " Visioni e illusioni di una nuova economia globale". Qui di seguito potete leggere la sua intervista. Meravigliosa.

Pochi sanno che Tiziano Terzani prima di diventare giornalista e scrittore è stato per alcuni anni manager ­ all’Olivetti; cos’era l’azienda ai tempi di un insolito Terzani manager?

Tiziano Terzani

E’ vero, per cinque anni ho fatto il manager all’Olivetti; vi ero entrato come giovane laureato con lode alla normale di Pisa. Avevo scelto l’Olivetti, perché a quel tempo un giovane come me, che veniva da una famiglia povera e che voleva impegnarsi socialmente aveva la scelta tra l’Olivetti e il Partito  comunista. Io scelsi l’Olivetti perché rappresentava la modernità. Perché era moderna l’Olivetti di Adriano? Cosa c’era di grandioso e che oggi non riesco più a vedere in questo sistema economico, esclusivamente fondato sul concetto di crescita? Certo, anche allora bisognava produrre macchine da scrivere e venderle, ma il processo non era fine a se stesso o funzionale alla crescita; era funzionale a qualcos’altro, un qualcosa che Adriano Olivetti chiamava comunità, che, attraverso l’azienda cresceva in cultura, in comunicazione in senso di fratellanza; era cioè un progetto culturale e sociale e questo secondo me era un grande aspetto positivo  dell’economia.  Tu mi dirai che quel progetto è fallito, vista anche la fine dell’Olivetti. Sì, è vero; però sai, se non c’è  la  rivoluzione dovunque non  ci può  essere  la rivoluzione,per cui anche  un’isola come  l’Olivetti  in un  mare  che  spingeva  in altre direzioni non ha resistito, ma la indicazione di tendenza era positivissima  e l’Olivetti  ha dato tanto in quegli anni: il clima che si respirava nella  fabbrica,  il rapporto  tra manager  e operai,  la biblioteca, la cultura. L’esperienza industriale dell’Olivetti ha prodotto tanto sul territorio, per cui  è  importante ricordare  quel  tentativo e  non  è detto  che esperienze come  quella non possano  tornare.

E oggi?

Oggi questa orribile  globalizzazione  fa si che il successo debba essere   misurato    allo   stesso   modo dovunque, dall’America  al  Giappone al Bangladesh; questa concezione del successo   crea le  incomprensioni  che   tutti   vediamo   e,  secondo  me, crea questa catastrofe verso la quale stiamo andando, perché o noi ci rendiamo conto che è necessario mutare oppure qualcosa  da  fuori  ci  imporrà questa scelta, probabilmente la natura, violentata e saccheggiata, e purtroppo non ascoltata, o qualcos’altro.La cosa più terribile per un uomo della mia età è sentirsi cassandra e accorgersi di aver ragione.È così ovvio che stiamo andando verso l’abisso. E la guerra è una scorciatoia, ma ci saremmo andati comunque, ecologicamente,  socialmente. Da tutti in punti  di vista. Tutti corrono, ma verso dove, alla ricerca di cosa? Perché? Molti sentono che questo correre non ci si addice e che ci fa perdere tanti vecchi piaceri.  Ma chi ha ormai il coraggio di dire: “Fermi! Cambiamo strada.”? Eppure se ci fossimo persi in una foresta o nel deserto faremmo  di tutto  per  trovare una via d’uscita! Perché non far lo stesso con questo benedetto modello fondato sulla crescita,  che  ci  rende più  ricchi, più  sani,  più  belli,  ma  in  fondo sempre meno felici? E’ quasi rincuorante che la depressione sia diventata un male  tanto diffuso; significa   che   dentro  la gente resta  un  desiderio di  umanità,  nonostante l’abisso verso cui ci stiamo indirizzando.

Abbiamo accennato al concetto di successo economico, e alla sua interpretazione, ormai indistinta in ogni parte del mondo. Quali dovrebbero essere, secondo Terzani, i criteri per misurare il successo in un’attività economica?

L’economia è un paradosso di per sé, perché l’economia è fondata su una serie di criteri e di valori che escludono il più importante di tutti: la vita. Tutto lo sforzo economico moderno è fondato sul concetto che lo sviluppo è crescita, crescita, crescita. E’ un meccanismo tutto inteso a crescere, come se l’uomo, anche fisicamente, avesse l’obiettivo continuo della crescita aumentando con questo la sua umanità. Non viene  mai considerato, dalle teorie  economiche il numero delle persone felici. Ho viaggiato  tutta  la vita nei paesi  poveri  del  mondo.  Spesso, prima di un viaggio si consultano le schede paese   della    World    Bank, dell’Asian  Development   Bank ecc, che ti dicono il numero di frigoriferi,  di automobili, di cellulari pro  capite   nel  paese,   ma  non  ti dicono mai quanta gente è felice. Uno dei criteri fondamentali che manca all’equazione economica è la felicità e non dico la felicità che tu misuri occidentalmente col numero di telefonini procapite o con i depositi bancari, ma la felicità percepita all’interno  della cultura di cui parliamo; Gengis  Khan, per esempio, era felice quando poteva massacrare  3000 persone, rapire la moglie   del   capo,  mettersela  sul dorso  del   cavallo  mentre  lui  lo faceva sgozzare. Questa forse era la felicità di Gengis Khan nel dodicesimo secolo; forse oggi la felicità per un Mongolo è diversa, la felicità per un Vietnamita è diversa, la felicità per un fiorentino come me è diversa.  Perché tutta questa banalità che si dice relativa al fatto  che in India sono poverissimi eppure sorridono.  Perché non hanno ancora tutti questi sogni che noi abbiamo; il desiderio è talmente contenuto che la felicità è a portata  di mano.  Noi viviamo in una società che crea continuamente desideri ancor prima dei prodotti che esaudiscono questi desideri per cui siamo in permanente infelicità. Ho una figlia che è direttore commerciale di una grande azienda del lusso, e ogni volta che la incontro le chiedo come possa lavorare per un’industria il cui senso di  fondo   è  creare   dei   bisogni prima ancora dei prodotti. Questa creazione del bisogno è un automatico meccanismo di infelicità: io me ne rendo conto vivendo nei paesi poveri.

Alcune imprese stanno cercando di misurare, non dico la felicità, ma perlomeno altri aspetti che possono essere ricondotti all’attività svolta dall’impresa stessa. Si stanno diffondendo, anche se in misura molto marginale, bilanci ambientali e sociali, che cercano di identificare e quantificare, dove possibile, gli impatti dell’attività d’impresa sulla collettività e l'ambiente. Ritieni questa una strada da perseguire, oppure, le correnti sotterranee sono talmente forti da impedire qualunque tentativo di andare in altre direzioni?

Sicuramente sono da apprezzare quei manager e imprenditori che cercano di capire l’impatto della propria attività  nel contesto in cui operano,  ma la grande  tragedia  di tutto  quello di cui parliamo è legata  al  fatto  che  se    non  vediamo tutte le cose  legate  l’una  all’altra non   riusciremo   mai  a  risolvere niente;  questi anni  di solitudine (ndr: Terzani vive ormai da alcuni anni  sull’Himalaya, da dove è sceso dopo l’11 settembre per ritornare  a testimoniare gli eventi  che  stanno   cambiando  il mondo)  mi hanno molto aiutato  a pensare a questo. Onestamente, questo non vuole aggiungere un’ulteriore difficoltà al processo  di miglioramento ma è per  rendersi conto  che  è  inutile provare  dalla parte  sbagliata,  contro  quelle che  tu  chiami  correnti sotterranee, che in realtà non sono sotterranee, ma sono ben visibili e molto forti da contrastare. Dobbiamo lentamente cambiare noi, perché se un’azienda è brava, si preoccupa dell’ambiente e redige quello che tu chiami il bilancio sociale, ma opera in  un  contesto che  proprio  non  condivide nessuno  di  questi valori  non  ce  la fa, verrà schiacciata. Per cui quello che è importantissimo è lentamente far prendere coscienza  a tutti;  anche  il consumatore  deve  lentamente prende­ re coscienza    dell’azienda che  fa uno sforzo per venirgli  incontro  e che  lo tratta  con  più  umanità e allora questi valori    possono diventare dominanti nella società e allora poi lo saranno  anche  nell’economia  e potranno assumere una caratteristica portante.

Sembra che oggi non sia possibile pensare a modelli diversi di sviluppo. Come dici nei tuoi libri questo è molto occidentale.



Già, usiamo la religione come esempio; Vivekananda, il grande mistico indiano, viaggiava alla fine dell’Ottocento negli Stati   Uniti per far conoscere l’induismo. A San  Francisco, alla fine  di una conferenza, una signora americana si alzò e gli chiese: “Non pensa che il mondo sarebbe più bello se ci fosse una sola religione per tutti gli uomini?” “No” - rispose Vivekananda - “forse sarebbe ancora più bello se ci fossero tante religioni quanti sono gli uomini”. Ora, anche senza auspicare sei miliardi di modelli   di  sviluppo, possiamo pensare che non ve ne sia uno assoluto.  E’vero che l’integrazione dei sistemi fa si che ci sia un rapporto di osmosi e di concorrenza per cui un’azienda completamente fuori da questa logica non ce la fa perché il mercato regola tutto.  Però su questo dobbiamo veramente riflettere; non c’è un solo modo di pensare alla religione, alla vita  e  non   può   quindi esserci un solo modello  economico Nel mondo  di oggi esistono  milioni e milioni di persone, guarda caso aggregate nel mondo  musulmano, ma non necessariamente, potrebbero  essere  aggregate in altre forme sociali, che non vogliono essere come noi: non vogliono sognare come noi,  non vogliono pensare come noi, persone per cui la vita è un’altra  cosa che per noi, con aspirazioni e preoccupazioni diverse  da quella  di diventare ricchi. Dobbiamo, con molta modestia, pensare che, forse, hanno anche loro, in quel loro modo di pensare,  qualcosa  di interessante, senza dire migliore  o peggiore,  ma accettiamo che  sia così, che  possa esistere un pensiero diverso.

Uno degli effetti della globalizzazione è la grande mobilità del lavoro e dei capitali, che si indirizzano  nei paesi che  garantiscono la  maggior convenienza economica.

Si parla spesso delle multinazionali che sfruttano i lavoratori del sud del mondo, a  volte è  semplicemente la costruzione di tante  piccole industrie che cementificano risaie secolari, trasformando migliaia di contadini in operai per produrre scarpe da ginnastica o radioline, fino al giorno in cui è più conveniente portare  quelle lavorazioni altrove e le fabbriche chiudono, gli operai restano senza lavoro e non essendoci più i campi  per far crescere  il riso la gente muore di fame. E’ questa la globalizzazione? Non è forse una forma di violenza?

Anche la cooperazione internazionale sembra aver fallito, sembra che ormai sia diventata autoreferenziale, e più che un aiuto ai paesi del sud del mondo, sembra essere un aiuto ai consulenti e ai funzionari che ne fanno parte.

Noi mandiamo delegazioni a insegnare agli altri cosa devon fare, convinti  che questi abbiano  gli stessi nostri desideri. Sarebbe bello se pagassimo per venire a vedere le conseguenze a lungo  termine del nostro modello di sviluppo, perché potrebbero difendersene o quantomeno aggiustare  il tiro. Io racconto sempre un episodio del 1949, quando la prima delegazione tibetana arrivò a Londra, con pelli di pecora fatte a mantello e fu portata nella metropolitana di Londra dove, rimasti terrorizzati dalla frenesia e dalla gente che correva,  leggendo il giornale scendendo le scale chiesero ai funzionari  inglesi:  diteci  la verità, cosa possiamo fare per voi. Io trovo questo ancora vero oggi, purtroppo anche i tibetani sono diventati ormai devoti alla globalizzazione e guardano la CNN.

Ma sarebbe bello!

Abbiamo parlato di modello economico e di criteri per misurare il successo. Un ragionamento di questo tipo ci porta inevitabilmente sul tema del valore; io uso spesso l’idea del tramonto, il cui valore è difficile da quantificare, ma che può aiutare a forzare l’economia verso nuovi criteri, strani per gli economisti, ma fondamentali per il nostro futuro.

Già, il valore che si attribuisce alle cose. L’economia ha un grave difetto: è tutta fondata per gli economisti, non è fatta per la gente, e oltre  a questo ha l’aggravante di non essere una scienza, in quanto, come si è visto e si continua a vedere, non vi sono previsioni fatte dagli economisti che si siano avverate. Per quanto riguarda l’esempio che fai tu, il problema del tramonto è il problema della bellezza in generale. La classicità indiana ce lo spiega molto bene:  “non c’è niente fuori che  non  c’è dentro e non c’è niente dentro che non c’è fuori”, in altre parole se tu non hai la bellezza  dentro, il tramonto non lo vedrai mai bello. E come si fa avere la bellezza dentro? E’ un processo di lunga portata ma è fon­ damentale; se non  la educhi questa bellezza  dentro non riuscirai.

Ma uno che  fa l’imprenditore o il manager  come fa a pensare al tramonto e alla bellezza?

Io per gli imprenditori nutro grande e sincera simpatia.  Anche l’imprenditore deve pensare che tutto quello che fa è legato a tutto, non può vedere la sua azienda senza considerare il contesto del mondo. Questo tavolino è qui perché migliaia di fatti sono avvenuti consequenzialmente; è una storiella indiana che dice che questo tavolino è qui perché il seme è cresciuto, l’albero è stato tagliato, messo assieme con  dei  chiodi   ottenuti con del  ferro  proveniente da una miniera   …  ;  era  sufficiente  che quel giorno quel    minatore non avesse preso quel  ferro che questo tavolo non sarebbe stato qui. E questo è fondamentale.

Pensiamo a un giovane manager; quando entra in un’azienda deve sapere  che abdica alla sua umanità nell’attimo stesso  in cui accetta  la logica  implicita   in  quel   sistema economico che porta lui ad essere un infelice  continuo, perché deve sempre crescere,  vendere sempre di più. Provo spesso compassione, nel senso latino del termine, per i manager: fanno una vita orribile. Hanno l’illusione di un grandissimo potere: un manager di una multinazionale da un ufficio con un   click  o  una   telefonata  può spostare   immense  quantità  di denaro,   decidendo  il  futuro   di molte  persone. Il giorno dopo può essere rimosso perché la sua decisione è stata giudicata sbagliata; è quindi una vita estremamente aleatoria, come il sistema  economico di cui è strumento  esecutivo.

Chiudiamo con un messaggio ai manager.

Anche un manager  deve  vedere che  quello  che  lui  fa  è  legato  a tutto  il resto del  mondo e forse, in questo modo può avere più soddisfazione,   sentirsi   meno   separato dalla realtà quotidiana. Questo tavolo, come abbiamo già detto   è qui perché migliaia di fatti sono avvenuti consequenzialmente. Questa è la vera globalizzazione: tutti apparteniamo allo stesso gruppo, questa strana razza umana, siamo tutti su questa piccola palla che abbiamo bucato, bruciato, tagliato.  Allora anche un manager se comincia a vedere le cose in questa dimensione non solo ha un più bel senso della propria vita, ma anche del proprio fare, del proprio essere. E poi deve cominciare a pensare più creativamente. Io li vedo, si vestono tutti uguali, hanno comportamenti tutti uguali: questa povera  gente è costretta  a comportamenti che impediscono loro l’esercizio della più bella cosa che anche un manager dovrebbe avere: la fantasia. Un grande manager è qualcuno capace di inventare qualcosa di nuovo, non di ripro­durre  qualcosa di stantio, magari semplicemente ridipinto.

Anche i manager devono riscoprire i mille colori dell'arcobaleno.

Antonio Simeone

Correlati