Krisis

5 Aprile Apr 2013 2135 05 aprile 2013

Delta del Niger: Sempre più nero il futuro dei bambini

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Per ogni dollaro speso per la pace se ne spendono più di duemila per la guerra.



Ogni minuto si investono 25 milioni di dollari nelle industrie che producono armi da guerra  e nello stesso minuto e in ogni minuto di ogni ora, di tutti i giorni, 40 bambini muoiono di fame, 6 bambini finiscono nel giro della prostituzione e 60833 mila dollari entrano nelle casse di chi li vende agli sfruttatori, sempre nello stesso minuto in Nigeria vengono prodotti 2778 barili di petrolio e 58 litri di questo da più di 50 anni si riversano nell’ambiente e nel delta del Niger danneggiando le comunità. La regione del Delta del Niger ha il triste primato di essere uno dei luoghi con un’altissima densità della popolazione, con una delle più basse aspettative di vita, con i più alti tassi di corruzione e con i più alti tassi di mortalità infantile nel mondo. Audrey Gaughran, responsabile del settore Imprese e diritti umani di Amnesty International scrive che “ Le persone che vivono nel Delta del Niger sono costrette a bere, cucinare e lavarsi con acqua inquinata e a mangiare pesce contaminato del petrolio e da altre tossine, se sono abbastanza fortunate da riuscire ancora a pescarlo. La terra che coltivano si sta distruggendo. Dopo le fuoriuscite di greggio, l’aria puzza di petrolio, gas e altri agenti inquinanti. La popolazione denuncia problemi di respirazione e lesioni cutanee… Il governo nigeriano è consapevole della minaccia per i diritti umani costituita dall’inquinamento petrolifero, ma non ha preso misure per garantire che quei diritti non venissero colpiti… Lo stesso governo cerca disperatamente di porre termine al conflitto nel Delta del Niger, ma la povertà e i conflitti che continuano a devastare la regione non vedranno fine sino a quando le cause di fondo, tra cui decenni di danni ambientali e l’impunità per le violazioni dei diritti umani e ambientali, non saranno affrontate e risolte e il governo nigeriano non avrà sufficiente volontà politica e mezzi per confrontarsi con le attività delle compagnie petrolifere che causano massicce violazioni dei diritti umani”. L’8 luglio del 2002 circa seicento donne di Ugborodo entrarono nel terminal petrolifero di Escravos, il più grande terminal di Chevron Texaco in Nigeria, che esporta più di 300000 barili di greggio al giorno. Hanno preso l’iniziativa senza l’aiuto degli uomini perché troppo impegnati a farsi guerra tra di loro. Infatti dal 1999 Ugborodo vive di conflitti interni e i due clan rivali non pongono fine alle devastazioni reciproche. Le donne chiedevano posti di lavoro per i giovani della comunità, case e strade asfaltate. L’occupazione si è conclusa in seguito alla firma di un accordo che prevedeva l’impegno, da parte dell’azienda petrolifera, di fornire elettricità e acqua potabile al villaggio di Ugborodo, di costruire una scuola, un centro di comunità, case nuove per i due anziani dei due clan e borse di studio per i giovani. Ugborodo è descritta da Marina Forti “come un villaggio del delta fatto di baracche di legno, qualche spaccio in cui si vende un po’  di tutto e un paio di bar. Non c’è acqua corrente, la luce elettrica è affidata a un generatore che funziona a singhiozzo con il diesel dato dalla compagnia: ma quando finisce bisogna comprarlo da rivenditori che vengono dal capoluogo, Warri, perché a Ugborodo non c’è un distributore di carburante: così gli abitanti finiscono per pagarlo molto più del prezzo ufficiale, anche se vivono accanto al maggior terminal petrolifero della regione. E poi il villaggio sta sprofondando lentamente: i vecchi dicono che ha cominciato ad abbassarsi proprio quando la Chevron ha allargato il fiume tagliando una parte del bosco di mangrovie una volta usato come cimitero, e le sponde sono rimaste esposte all’erosione dell’acqua.”
Nella zona lungo il delta si può facilmente comprendere che tre dei quattro elementi della natura la terra, l’aria e l’acqua sono inquinati. La pesca e l’agricoltura sono compromesse e non ci sono ricadute in termini positivi sulla popolazione e sul territorio di queste zone  dal 1958 la Nigeria, primo produttore di petrolio africano, ha guadagnato circa 600 miliardi di dollari ma non si sa dove siano finiti, o meglio si sa, ma si sono concentrati nelle mani di pochissimi e tutte le altre mani, nere come il petrolio, hanno cominciato a reagire a questa frustrazione insanguinandosi a vicenda, diventando sempre più sporche e ancor più difficili da lavare perché in mancanza di fonti di acqua pulita. Infatti, quando piove, dal cielo cade un’acqua sporca che contiene, a seconda della direzione del vento e del volume della produzione, ogni specie di sostanze chimiche. Chi abita questi luoghi sistematicamente attinge l’acqua potabile da pozzi poco profondi e delle volte deve allontanare prima, con le mani, lo strato di idrocarburi che copre la superficie. Secondo un’inchiesta del quotidiano “The Guardian”,  in Nigeria tra il 1970 ed il 2000 ci sono state 7000 maree nere e non può sembrare molto diverso da questo colore il futuro dei bambini di queste zone.
Il 1 comma dell’articolo 32 della convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989 dichiara che “ Gli Stati parti riconoscono il diritto del fanciullo ad essere protetto contro lo sfruttamento economico e qualsiasi tipo di lavoro rischioso o che interferisca con la sua educazione o che sia nocivo per la sua salute o per il suo sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale e sociale.”.  Ma non tanto il lavoro, non tanto l’educazione quanto lo sfruttamento economico del suolo e gli effetti nocivi di questo sulla salute dei bambini e sul loro sviluppo rende gli stessi schiavi e vittime della loro stessa terra, della loro stessa aria, della stessa acqua dalla quale sono venuti al mondo. Sono nati neri, non tanto per il colore della pelle ma tanto più per il colore dell’acqua che colora in modo inequivocabile tutti gli elementi interni ed esterni ad essa, il fuoco, invece continua a bruciare in maniera sempre più significativa, alimentato dalla stessa acqua, distruggendo tutto ciò che trova, non solo le foreste ma anche i prodotti organici del mare, i pesci, le alghe e così via, brucia anche le anime pure e invisibili dei bambini e le trasforma in calore in grado di convertire l’energia negativa in energia da utilizzare per gli stessi scopi di cui prima alimentando un ciclo energetico inteso a sfruttare tutto lo sfruttabile, non tanto a livello economico quanto a livello più propriamente vitale. Essa  brucia e si autodistrugge come la cellula tumorale, perpetuando in se e nell’intero organismo (territoriale)  una marea di distruzione che non lascia che vuoti, non produce altra materia, non la trasforma, si perde tra le onde, risucchiato qua e là, ricoperto dallo stesso vuoto che non è altro che un buco nero partorito dalla stessa fiamma nata dall’ odio, dalla rabbia e dalla collera verso sé stessa.

Antonio Simeone

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