Krisis

14 Maggio Mag 2013 1659 14 maggio 2013

L'utopia della Twitter Revolution

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Teheran, 20 Giugno 2009: Neda Agha – Soltan, venticinquenne iraniana, viene uccisa da un colpo di fucile mentre osservava da un marciapiede le dimostrazioni della “ Green Revolution”. È stata sparata da un cecchino inviato dal governo di Ahmadinejad. Il video filmato con uno smartphone viene prima caricato su Youtube e seguitamente trasmesso su Twitter. La morte di Neda, ancora oggi, è uno dei simboli della repressione violenta dei manifestanti da parte delle autorità iraniane.



Tunisia,  Dicembre 2010: il governo di ben Ali ha bloccato quasi completamente gli accessi ad internet ma non ha avuto il coraggio di sospendere Facebook. Due milioni di iscritti avrebbero creato delle insurrezioni di fronte a una censura così sfacciata.



Facebook, Luglio 2011: 750 milioni di iscritti in tutto il mondo.  In Cina sono 420 milioni, più dei cittadini americani.



Egitto, Dicembre 2012: #Jan25, #Mubarak, #Egypt. Twitter diventa promotore di un processo di democratizzazione. Su Twitter , i contestatori raccontano attimo per attimo l’andamento della rivoluzione egiziana.



Non bisogna sottovalutare questi dati ma il dato di fatto è che gli organizzatori delle proteste in Tunisia ed Egitto si sono affidati quasi completamente ai volantini e al vecchio passaparola.
Fattivamente i social network, per lo più, Facebook, Twitter e Youtube quando si legano diventano meramente dei mezzi di comunicazione di massa, un po’ come la televisione. Si è passati, dunque, dal fare informazione, una nuova informazione, più che fare rivoluzione.



Secondo i dati pubblicati da Google nel suo rapporto annuale, nel 2010 i tre termini più ricercati sono stati, in ordine, Chatroulette (sito di video chat inventato da un adolescente russo), iPad e Justin Bieber.



La rete è il veicolo della democrazia? Ma anche i regimi si promuovono sui social network… Al Qaeda propaga le proprie idee a livello globale e si serve per reclutare aderenti in tutto il mondo.



Scrive Valentina Pasquali, giornalista freelance, che lavora a Washington DC:” Le democrazie occidentali, a partire proprio dagli Stati Uniti, non sono estranee al concetto di censura diretta e indiretta. Basti pensare a Wikileaks, un altro prodotto dell’epoca dei nuovi media, che, con la pubblicazione di centinaia di migliaia di documenti diplomatici secretati, ha attirato l’ira del governo americano e ha finito per essere ostracizzato, improvvisamente cacciato persino dai server di Amazon, sotto pressione politica da Washington. I nuovi media non sono dunque solo un’arma di costruzione di massa portatrice di libertà e democrazia. Sono anche l’ultima frontiera, di per sé neutra, nella lotta tra forme di governo, valori politici e potenze economiche. Quanto alle rivoluzioni, quelle continueranno a essere combattute da esseri umani in carne e ossa, che, disperati per la mancanza di un lavoro e di un futuro, sono disposti anche a sacrificare la propria vita. Non va dimenticato che la rivoluzione in Tunisia, che è all’origine della Primavera Araba, non è cominciata con un tweet o con una pagina di Facebook, ma con il suicidio di Muhammad Bouazizi, un venditore ambulante ventiseienne che si è dato fuoco per protestare l’ennesima confisca – da parte di un poliziotto corrotto in cerca di una bustarella – del proprio misero banchetto di frutta e verdura.







Antonio Simeone



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