Krisis

10 Giugno Giu 2013 1504 10 giugno 2013

Un viaggio alla scoperta dell’innovazione

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I viaggi danno una grande apertura mentale: si esce dal cerchio dei pregiudizi del proprio Paese e non si è disposti a farsi carico di quelli stranieri. Charles-Louis de Montesquieu.







Non voglio scrivere i soliti aggettivi: determinata, dinamica, solare e così via. A volte noi giornalisti esageriamo e lo facciamo perché alle persone comuni piace credere nei geni o negli eroi. Emanuela Perinetti è una ragazza normale e mi ha colpito per questo. Quale ragazza “normale” è disposta a lasciare le comodità e le certezze del proprio paese, la sua famiglia, gli amici,insomma qualsiasi cosa, per una semplice parola. Innovazione? L’ho conosciuta in Luiss lo scorso anno, volevo che lavorasse insieme al mio team sul progetto catchawork.com ma aveva in mente di partire e così, ha preso la sua strada, direzione Corea. Dopo un anno ci siamo risentiti e questo è quanto ci siamo detti. Una breve intervista – la definirei più una lezione- di cosa ci riserva il futuro.



1)”Che cosa intendi per innovazione? Pensi che possa essere inteso come una realtà universale o debba piuttosto relativizzarsi sulla base delle caratteristiche proprie di ciascun sistema economico?”

L’innovazione è difficile non solo da definire, ma spesso anche da identificare. Camaleontica per natura, si manifesta nelle forme più diverse: innovazioni di prodotto, di processo, innovazioni tecnologiche e/o sociali, incrementali o radicali. Il fattor comune è quella presenza di un elemento di novità che impatta su un determinato status quo, alterandolo più o meno in profondità. E ogni ecosistema preso al tempo t, è rappresentazione di un dato status quo che può risultare modificato al tempo t+1 se si è verificato il fenomeno innovativo. In cosa consista questo fenomeno dipende in gran parte dalle caratteristiche dell’ecosistema di riferimento, dunque dalle condizioni di partenza più che da quelle di arrivo. Per questo così come non ho mai creduto in un’unica ricetta di felicità (Whatever works, per citare Woody Allen, uno dei miei registi preferiti), non credo in un’unica formula universale di innovazione replicabile in ogni contesto economico-sociale. L’innovazione, camaleontica e liquida, non può essere analizzata a mio avviso prescindendo dal recipiente in cui si riversa…

2)”E’ possibile individuare una strategia innovativa globale che si possa applicare indipendentemente dalle caratteristiche proprie di ciascun sistema economico e sociologico?”

È una fortuna che si stia iniziando a pensare all’innovazione in modo strategico. La sua importanza nel mondo connesso in cui viviamo oggi è talmente centrale che non ci si può permettere di affidarla al caso o all’improvvisazione. Ma anche qui, credo che ogni strategia debba essere pensata, disegnata ed implementata sempre tenendo in considerazione le caratteristiche del contesto su cui ne ricadranno le conseguenze. Sono convinta che l’innovazione si caratterizzerà per una natura sempre più sistemica e integrata: avrà sempre più lo scopo di rendere la società (il contesto di riferimento) più smart e sostenibile nel suo complesso, integrando piano tecnologico, sociale, economico e ambientale. Ciascuno di questi livelli e il modo in cui essi andranno ad integrarsi, varia naturalmente molto da contesto a contesto. Per fortuna le nuove tecnologie della comunicazione e dell’informazione rendono poi le innovazioni trasferibili e esportabili oltre i confini dell’ecosistema specifico in cui maturano, verso quegli ecosistemi che condividono simili caratteristiche e fabbisogni. Ci tengo a porre l’accento sui bisogni perché nel pensare ad una strategia innovativa (e perché questa risulti efficace) credo sia importante non perdere mai di vista l’obiettivo finale: la soddisfazione di un bisogno presente in quella determinata società, in quel dato contesto e momento storico. La storia dell’innovazione è piena di esempi di soluzioni a problemi di fatto non esistenti. Si può parlare di innovazioni in senso proprio quando queste mancano di essere soluzioni a problemi di cui si ricercava la “cura”? Per concludere sulla strategia innovativa penso che il sociologo Zygmut Baumann con il suo concetto di glocalismo abbia colto perfettamente l’esigenza d’innovazione dei tempi moderni. Prodotti, servizi processi innovativi destinati ad un mercato globale ma declinati diversamente in base alle leggi, alla cultura e ai fabbisogni locali.

3)“ A Seoul si respira aria di futuro”. Queste sono state le tue prime impressioni sul trasferimento nella Corea del Sud. L’Italia, al contrario, è stata da sempre un paese legato alla tradizione e al passato, in cui le novità sono spesso ostacolate da diffidenza e pregiudizi. In quali aspetti differisce il sistema economico della Corea del Sud? Da cosa dipende secondo te l’anacronismo del nostro paese e al contrario la proiezione verso il progresso di altri, quali la Corea del Sud, il Giappone, e gli USA?”

L’aria di futuro che ho potuto respirare in Corea del Sud non soffia perché ha spazzato via il passato. La Corea è un Paese fortemente ancorato alle sue tradizioni e geloso di esse. Ciò non ha impedito però al Paese di muovere passi importanti verso lo sviluppo. Credo che lo stesso possa valere anche per l’Italia. Le tradizioni sono parte di una ”italianità” che non va perduta e che anzi può rappresentare un importante vantaggio competitivo, ciò che può differenziare il nostro Paese in uno scenario in cui la competizione è a livello globale. Naturalmente è importante che ciò non freni la propensione all’innovazione e a pensare “out of the box”. Poi vorrei sfatare questo, a mio avviso, falso mito che vede il nostro come un Paese anacronistico: le tante nuove imprese che stanno nascendo contribuendo alla creazione di un ecosistema innovativo, i numerosi giovani che dichiarano di voler fare gli imprenditori piuttosto che trovare il “posto fisso”, dimostrano che gli italiani (o almeno le nuove generazioni) hanno raccolto la sfida dell’innovazione. Adesso però viene il difficile, perché questa sfida occorre vincerla. I Paesi come la Corea, il Giappone (escludo gli USA dei quali non so abbastanza), hanno compreso che un fattore critico per il loro successo era la cultura dell’efficienza e hanno puntato su quella. Oggi le risorse sono scarse: budget, tempo, persino l’aria buona che respiriamo non è più abbastanza per tutti. Ma questa poca aria può avere il profumo di futuro se il suo utilizzo è ottimizzato, se la metro arriva sempre perfettamente in orario, se i processi di produzione sono fluidi, se la burocrazia è snella, se ciascuno lavora al massimo delle sue potenzialità per le ore richieste e necessarie, se pochissimi sono interessati soltanto a conservare i propri privilegi anche quando questo va a scapito della società in cui vive e a cui sente di appartenere e dovere qualcosa.

4) Quali scelte operative dovrebbero adottare le istituzioni italiane per aprire la strada all’innovazione? Pensi ci siano le premesse perché anche l’Italia possa qualificarsi come “start-up nation”?

Sebbene ci sia qualche critico (vedi Kim, K.S., 2012), è opinione diffusa che l’espansione scolastica coreana abbia giocato un ruolo determinante nello stimolo alla crescita economica. La causalità tra politica scolastica con i forti investimenti che sono stati fatti dal governo coreano in questo campo e la politica dello sviluppo chiaramente non è ovvia, ma è molto probabile che i due aspetti siano fortemente correlati. La Corea del Sud ha recentemente assistito ad miracolo economico e osservare gli strepitosi risultati degli alunni e degli studenti coreani nelle indagini internazionali, impone una riflessione sul problema all’educazione comparata e solleva un interrogativo: i sistemi scolastici e più in generale l’educazione, contribuiscono veramente al benessere di una società e al suo sviluppo? Difficile trovare una risposta che metta tutti d’accordo. Sicuramente credo si debba sfatare quel sempre più diffuso senso comune per cui non ha senso fare investimenti pubblici e personali nell’educazione o nella ricerca perché “tanto lo studio non serve”. Steve Jobs ha abbandonato l’università e ha costruito un impero partendo da un garage. E da lì tutti a chiedere a papà un garage per Natale. Non mi sorprenderei nel vedere ragazzi camminare avanti e indietro sotto qualche albero nell’attesa che cada loro una mela in testa. Non voglio dire che non tutti siamo Newton o Steve Jobs e che a noi normodotati siamo condannati a studiare e lavorare sodo senza ottenere grandi risultati. Voglio solo sottolineare il fatto che esistono altri celebri casi di successo con una storia diversa: Kevin Systrom, fondatore di Instagram si è laureato a Stanford, e anche Jack Dorsey (Twitter) ha frequentato l’università. Questo solo per dire che, così come non esiste un’unica ricetta di innovazione, non esiste neanche un unico profilo di innovatore ed un’unica strada per riuscire ad esserlo. Anche per questo ritengo inutili le generalizzazioni di quanti sostengono che serva meno formazione perché questa spesso inibisce lo spirito innovativo. Credo che serva anzi una formazione più al passo con i tempi: orientata all’innovazione, al pensiero critico, alla creazione di impresa, alle nuove tecnologie. In altre parole l’educazione è ancora utile, ed è utile che sia quella giusta! Ma perché diventi tale è necessario compiere uno sforzo in termini di investimenti in ricerca e sviluppo. E credo che questa sia una delle scelte più lungimiranti che il nostro Paese possa compiere, insieme a quella che riguarda le infrastrutture e le nuove tecnologia (non ci dimentichiamo chenello studioannuale di Cisco sullo stato dellabanda larga nel mondo, laSud Corea emerge come la regina del broad band con il 100% di penetrazione). Scelte rese ancor più urgenti ma allo stesso tempo più difficili in un momento non proprio roseo come quello che stiamo attraversando e non attuabili senza una condizione necessaria: ovvero una maggiore attenzione e sensibilità da parte della classe politica ai temi dell’innovazione tecnologica e sociale. I rapporti tra politici e innovatori sono spesso turbolenti, perché si tende a pensare che essi abbiano interessi contrastanti: conservare lo status quo i primi, modificarlo radicalmente i secondi. Questo è il vero pericolo anacronismo in cui il nostro Paese non deve rimanere imbrigliato. Ragionare per compartimenti stagni e pensare che ogni classe, ogni casta abbia il proprio particulare interesse.. Oggi l’interesse comune di tutti noi dovrebbe essere il rilancio e la crescita del nostro Belpaese, perché se la torta cresce, cresce per tutti! E se l’innovazione, la creazione di un ecosistema dinamico start-ups può contribuire a compiere questo miracolo, allora la classe politica dovrebbe divenire anch’essa innovatrice sociale e promuovere la crescita di queste realtà per assicurare un futuro sostenibile al Paese e alle nuove generazioni. La Corea in tal senso è un caso estremo, ma sicuramente di successo. Nella capitale Seoul, Won-Soon Park, prima di essere il sindaco è un innovatore sociale! Attivo da sempre nella città di Seoul per promuovere innovazione con le sue fondazioni “The Hope Institute” e “The Beautiful Foundation”, il suo progetto è quell di far diventare la capitale coreana una “sharing & caring city”. Anche per questo stanno fiorendo incubatori a sostegno di giovani imprenditori e, caso unico, si è legiferato in materia di innovazione sociale con il  Leveraging Social Enterprise Act che qualifica se un business è sociale o meno e offre supporto a quanti rientrano nella nozione e casistica identificata. Più in generale l’intera politica di Park segue la traiettoria tracciata dall’innovazione sociale. Oggi, come il sindaco stesso ha scritto in un recente contributo per la Social Innovation Stanford Review, “il governo, i mercati e la società civile hanno una comune esigenza, quella di collaborare. Nessuno può avere sufficienti risorse materiali e immateriali a sufficienza per farcela da solo ad affrontare i complessi problemi economico-sociali che affliggono il mondo”. . È una descrizione perfetta d quella cultura del networking che secondo me ancora manca in Italia e che costituisce la pre-condizione per lo sviluppo di qualsiasi ecosistema innovative. Cooperazione e coopetizione sono oggi la chiave, la competizione è una soluzione anacronistica a meno che non si sia disposti a riscoprirne il vero significato: “cum-petere”, cercare insieme soluzioni nuove a problemi che sono gli stessi da tempo. Anche questa è aria di futuro! Un’aria che potrebbe respirarsi in Italia qualora questo si imponesse come il paradigma culturale Non so se simili provvedimenti possano poi effettivamente rendere l’Italia una start-up nation e non ritengo comunque che questo debba essere l’obiettivo principale. Questa è la storia di Israele diventato in breve tempo un punto di riferimento per i cacciatori di innovazione perché ha saputo presentare se stesso proprio come “start-up nation”: un paese all’avanguardia in cui le idee corrono e si sviluppano velocemente e a cui oggi tutti guardano come a un territorio ricco di opportunità. L’Italia deve trovare la sua strada. In un articolo sul mio blog sottolineavo tempo fa, commentando l’invito di Pierluigi Celli a rientrare nel nostro Paese per “fare squadra”, che l’Italia ha senz’altro le carte in regola per innescare un meccanismo analogo ma non identico a quello israeliano, presentandosi come un ecosistema che va incontro al le esigenze del futuro perché valorizza il capitale umano nel team, nel network, non solo nel singolo individuo. Non partiamo da zero, la nostra stessa cultura ci pone in una situazione di vantaggio: come italiani siamo da sempre famosi per essere ospitali, inclini alle relazioni sociali, solidali… C’è un’Italia diffusa, gli italiani all’estero, l’87% dei quali si dice disposto a cooperare per il bene del Paese. Tutti potenziali fattori di successo su cui puntare per iniziare a costruire l’immagine di un Paese che ha tanti bisogni sociali e che per questo si sforza di produrre innovazione sociale proprio grazie alla cooperazione. Un qualcosa che altrove non sarebbe così facile, negli USA ad esempio, dove la competizione è più feroce. Un qualcosa da avviare adesso, cioè in un momento storico in cui si è capito che l’individualismo sfrenato, il correre da soli cercando la salvezza soltanto per sé, può causare molti danni. “Oggi da soli non si è più in grado di governare tutte le variabili, servono i gruppi per raggiungere gli obiettivi” (cit. P.Celli).

5)Credi nel futuro delle “start-up”? Pensi che possano rappresentare una valida sfida all’innovazione culturale e tecnologica dell’Italia?

Se ci credo? Per tutto quello che ho detto prima: si, si e ancora si! Anzi sono convinta che più siamo a crederci, più le cose possono cambiare in questo Paese che ha un disperato bisogno di persone di tutte le età che credano che sia possibile invertire la tendenza. Crediamoci dunque e innoviamo. E come ho letto in un piccolo libriccino che mi ha ispirata: se qualcuno ci ostacola, facciamolo senza chiedergli il permesso!

Concludo con una sua frase: “Spring is a state of mind & so is innovation”. Ci scriverei un libro con questo titolo e voi?

di Antonio Simeone

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