Krisis

8 Ottobre Ott 2013 2304 08 ottobre 2013

News dal mondo dei Venture Capital in Italia

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Leggere, come io lo intendo,  vuol dire riflettere.



È quello che mi è successo con il libro di Paolo Cellini (Internet Economics), Professore di Marketing Strategico alla Luiss Guido Carli, membro del Venture Capital italiano Innogest e con una lunga serie di incarichi dirigenziali in grandi imprese italiane e non. Il libro non è banale e non è di semplice lettura. Ma è un libro chiaro ed esaustivo, per lo più analitico. Ed è proprio il concetto di analisi che viene fuori quando cerchi una relazione quasi strutturale tra l’autore e la sua opera. Sebbene, travolto anche io dall’ondata euforica ( moda )delle startup, avessi perso di obiettività, l’ho quasi ritrovata.  Ho riconosciuto che mi ero concentrato sulle mie emozioni e quelle del mio team, il mio essere startupper mancava, quindi, di un elemento essenziale: la capacità analitica. Avevo, lungo il mio viaggio, fatto di incontri, di brainstorming, di pitch e tanto altro perso l’obiettivo finale. : “ A chi è rivolto il mio prodotto”?  Non ero pronto ad una risposta breve e concisa. Avevo imparato a vendere il prodotto, a dargli vita attraverso le emozioni ma sarebbe riuscito a vivere senza il mio appoggio o quello del mio team? Il libro mi ha dato la risposta. E la soluzione, beh, vi tocca leggere tutta l’intervista. Così magari la troviamo insieme.

1)Perché Internet Economics?



Il progetto nasce dal tentativo di mettere ordine ad una vastissima letteratura sui temi dell’innovazione. Cercare di capire cosa vi sia di specifico sul web e se esista una specificità di internet sia come piattaforma tecnologica che come struttura. Ho mantenuto qui l’eredità di  buona parte della letteratura esistente e ho cercato di rispondere a diverse domande quali:” Cos’è internet?”



“ E come è interpretabile?”,”Come si inquadra internet rispetto alle già esistenti teorie delle piattaforme?”



Ho utilizzato un modello a layers, simile ad un cubo di Rubik, con il quale ho dato le coordinate per tutta la letteratura esistente in modo coerente. Il disegno del libro è stato quello di dare specificità, dimensionamento e struttura ordinata per mappare i vari contributi teorici e non. A breve uscirà anche una versione inglese con alcuni aggiornamenti.



2) Nel suo  libro affronta la questione di come la nascita delle start-up sia stata agevolata dalla riduzione dei costi generata da internet. Sono forse le start-up la nuova risorsa dell’economia o si rischia di  generare aspettative non supportate da realtà?



Parlando di start-up legate al digitale vi è una crescita esponenziale che non ha precedenti. Basti pensare allo smartphone. Prima il telefono era uno strumento monouso, adesso invece  è completamente integrato. Il mercato del digitale è enorme, non solo per le app mobile, ma per tutto il sistema che ruota  intorno agli smartphone. Non sono solo le start-up  ad aumentare, bensì è proprio la domanda a crescere perché tende ad essere globale. Grazie al cloud, le start-up digitali costano meno e si sono dotate di una maggiore flessibilità esterna. Diverse start-up italiane stanno andando alla conquista di nuovi mercati, ma attenzione, le start-up non sono un’invenzione del presente : aldilà della moda italiana, negli Usa se ne parla già da dieci, quindici anni. In Italia, a differenza degli Usa, ciò che manca è una finanza in grado di sostenere le start-up. Non si può parlare di start-up senza una finanza dedicata, molto rischiosa. Nel 2012 il peso dei Venture Capital italiani in base agli investimenti di tutti i Venture Capital europei si aggira intorno all’ 1,5% e 3% a seconda delle statistiche. La cifra si aggira intorno ai 100 milioni di euro, inferiore  rispetto ai 700 milioni di euro della Germania. Il fenomeno è in ascesa ma le cifre sono davvero irrisorie rispetto ai paesi più importanti della Ue.Il problema del’Italia sono anche i finanziamenti che solitamente sono frazionati a livello regionale e che seguono delle logiche a volte non meramente economiche. L’Italia è sotto dimensionata ed è in grave ritardo rispetto  all’Israele o alla Francia che dedicano ingenti risorse finanziarie agli investimenti nelle start-up.



3) Secondo un’analisi del “Wall Street Journal” la strategia di investimento della maggior parte dei Venture Capital è basata su una preliminare ricerca della risonanza mediatica della futura start-up, con particolare attenzione ai social network. Vista la sua pregressa esperienza in tre fondi di Venture Capital, può dire di aver condiviso questa strategia d’azione? Non crede che l’eccessiva quantità di informazioni presenti su Internet possa determinare, al contrario, un investimento disinformato, o quantomeno, non adeguatamente informato?



Il problema dei Venture Capital è che arrivano solitamente cinquecento proposte di investimento annuali e si investe solo sull’1% di queste. La capacità di selezione che non è solo mediatica, dipende da tanti fattori, dalle prospettive di mercato, a volte totalmente incerte, ecc… Il team ha un’importanza fondamentale, deve essere composto da persone capaci e del settore. il Venture Capital, non può sapere  tutto, internet è una realtà molto complessa. Il team è fondamentale, conoscenza del mercato da parte del VC, contenuto del  portafoglio: tale fattore può essere un’ opportunità o un’ostruzione, è influenzato dagli exit, dalla concorrenza, dalla difendibilità dell’idea tessa, dal prezzo con il quale viene offerta questa azienda. Un Venture Capitalist sa che la maggior parte delle aziende non andrà bene segue la tipica regola del 10x. Una o due avranno un ritorno degli investimenti che giustificano anche l’investimento su tutte le altre. Come ad esempio i brani musicali solo uno o due hanno successo, tutti gli altri li metti in un album.



4) Cosa si aspetta un venture capitalist da un giovane startupper ?



Quello che colpisce ad un Venture Capitalist, lo ripeto, è un team di esperti della materia perché il VC è un generalista , poi un altro aspetto importante, è l’idea. Un’idea originale. Bisogna avere specifiche competenze. Qui in Italia si crede che le start-up siano una cosa nuova ma internet e i Ventur Capital esistono dagli anni ’90. È un gap tutto italiano. Per lo startupper, è dura la realtà, la competizione è globale, deve conoscere molto bene la lingua inglese. Poi deve sempre convivere con il fatto che la sua idea possa essere copiata in tempi velocissimi. Lo startupper deve essere anzitutto flessibile, analitico e attento, estremamente reattivo a tutto  quello che succede nel mondo. Flessibile perché deve poter riposizionarsi immediatamente rispetto al cambiamento,analitico per definire accuratamente quali sono i propri clienti. Questa parte manca davvero spesso. Deve porsi la domanda: “ A chi vendo questa cosa?” Deve essere dotato, inoltre, di un minimo di conoscenza di quello che è un’azienda. Alcuni startupper non vengono dal settore dell’economia e per questi ultimi fare un’azienda è davvero arduo. Devono  essere dotati di tanta passione. La start-up non è una passeggiata, non è neanche aprire un negozio, è molto ,ma molto più difficile. Gli startupper non navigano nell’oro e le start-up non sono un modo per creare occupazione in maniera diretta. Diventare imprenditori ad oggi è complesso, diversamente da come ci si diventava ai tempi dei nostri genitori. Chi è imprenditore oggi, deve competere direttamente nel mercato globale ed estremamente tecnologico, avere, dunque, anche una formazione elevata. Come si fa a creare occupazione? Bisognerebbe creare tante start-up, un ecosistema, come succede a Londra o nella Silicon Valley. Se sono poche, il sistema non si autoalimenta. Bisogna arrivare ad una massa critica, oltre la quale il meccanismo diventa virtuoso. Dove il personale si trasferisca e si generi da una start-up all’altra. Questo mi auguro per l’Italia perché altrimenti si rischia che ci siano tante piccole aziende che stenteranno a crescere.



Antonio Simeone

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