Krisis

3 Dicembre Dic 2014 1820 03 dicembre 2014

Il ribasso del petrolio fa una strage di vinti. E la Cina riesce a ribaltare la partita.

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Il prezzo del petrolio scende e la Cina acquista. L’obiettivo?

Quello di accumulare riserve strategiche in modo tale da poter superare la propria dipendenza dai fornitori esteri. Si tratta di una strategia iniziata diversi anni fa e che comporta ripercussioni a livello mondiale. Non occorre andare molto lontano per tracciarne la storia. Infatti già nel Gennaio 2010 si possono ritrovare alcune importanti e strategiche operazioni di acquisto. Pechino cominciò ad acquistare più petrolio di quanto non ne necessitasse per il suo fabbisogno mensile. Al tempo, i margini nel mercato dei futures erano tali che comprando 'oro nero' a 80 dollari al barile era possibile ricavare 5 dollari di profitti per barile semplicemente lasciandolo in mare per tre mesi. La Cina non si è lasciata scappare l’occasione e nel 2012 aveva già raggiunto una capacità di stoccaggio di 12 settimane, in linea con la media OCSE di 60-90 giorni. Secondo le statistiche, entro il 2020 la Cina dovrebbe riuscirà a mettere da parte un quantitativo sufficiente a tagliare 100 giorni di importazioni, che ai ritmi attuali corrisponde a circa 600 milioni di barili di greggio. Al momento, il Dragone importa ed estrae più petrolio grezzo di quanto non ne raffini, fattore che, in assenza di dati ufficiali, ha comunque permesso all'IEA (International Energy Agency) di tirare un bilancio approssimativo. Questa è un’occasione d'oro per acquisire più scorte di petrolio strategiche a costi inferiori,' ha dichiarato Gordon Kwan, il capo di Hong Kong di olio regionale e della ricerca di gas a Nomura Holdings Inc., in una e-mail lo scorso 28 novembre. La Cina ha aumentato le importazioni dell’8,3 per cento, ovvero 460.000 barili al giorno, nei primi nove mesi di quest'anno, il passo più veloce dal 2010. L’Agenzia internazionale per l’energia di Parigi ritiene pertanto che il Paese possa superare gli Stati Uniti e diventare il più grande consumatore di petrolio al mondo nel giro di due decenni. La Cina sta comprando più petrolio nonostante la sua espansione economica stia rallentando. Il prodotto interno lordo infatti crescerà del 7,4 per cento quest'anno, il ritmo più debole dal 1990, e toccherà il 7 per cento nel 2015, secondo la mediana di ben 56 economisti interpellati da Bloomberg. Se per il momento il greggio domina le scorte cinesi, lo scorso anno si era pensato di introdurre prodotti petroliferi per rispondere all'interruzione di approvvigionamenti sul breve termine. Ma le prospettive per il futuro non possono ancora essere delineate con certezza. Prevale però il timore che la Cina possa non riuscire a trovare sufficiente spazio per continuare le operazioni di stoccaggio con la velocità mantenuta sino a oggi. E allora? Quale la soluzione? La svolta potrebbe venire dal mare. Secondo quanto riportato il mese scorso dalla 'Reuters', Unipec, sussidiaria del colosso statale cinese Sinopec, avrebbe ingaggiato la petroliera più grande del mondo: TI Europe, lunga 380 metri e con una capacità di 3,2 milioni di barili, è una tra le poche ULCC (Ultra Large Crude Carrieres) ancora in servizio. Fu costruita dieci anni fa insieme ad altre tre per l'operatore Tankers International LLC; due sono ormai adibite a tempo pieno ad operazioni di stoccaggio. Stando ad alcune fonti dell'agenzia britannica, Unipec avrebbe pensato di trasferire e conservare petrolio europeo a bordo dell'ULCC in acque singaporiane. Una manovra che conferma il ruolo leader delle società statali cinesi a livello mondiale, già suggerito dallo sbarco di Unipec e PetroChina in hub prestigiosi quali Londra e Singapore.Da luglio diversi operatori petroliferi di fama internazionale, come BP Chevron e il gigante svizzero del trading di commodities Mercuria, stanno accumulando riserve in Sud Africa o in petroliere al largo delle coste asiatiche. Tuttavia il piano di azione intrapreso dalla Cina a lungo termine potrebbe avere degli effetti negativi. Il binomio “domanda debole-provviste in abbondanza” rischia di provocare una netta flessione dei prezzi sui mercati internazionali. E le notizie attuali non permettono di tirare un sospiro di sollievo. La corsa al ribasso del petrolio sta mettendo fuori gioco diversi stai: l’Iran, la Russia e il Venezuela potrebbero assistere ad un taglio radicale delle loro entrate. Secondo un recente sondaggio condotto da Bloomberg, che ha raccolto il parere di 32 economisti, le probabilità che l'economia russa vada in recessione sono aumentate del 75%. Putin farà di tutto per evitarlo, ma la Russia ricava circa la metà delle entrate proprio dal petrolio e dal gas. E gli affari con la Cina sono ancora lontani. Secondo una stima di Bloomberg il Pil russo crescerà, nel 2015, di appena lo 0,1%, rispetto all'ultima previsione dello 0,8%. E con un'inflazione intorno al 9,3% e le sanzioni economiche, a Mosca sono poche le possibilità di godersi le feste natalizie. In uno scenario di vinti come quello attuale quindi la Cina emerge facendo la cosa più semplice: proprio come le importazioni cinesi di oro aumentano quando il prezzo scende, così avviene con le altre commodities. Invece di vendere freneticamente, la Cina accumula tutte le riserve possibili. E’ dunque l’occasione della Cina? Per ora sembra un buon punto di partenza.

Antonio Simeone