La moda del lento

28 Gennaio Gen 2013 1723 28 gennaio 2013

Pane, amore e tradizione

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"Il vino è la poesia della terra."

Mario Soldati (1906 – 1999).

E' una di quelle piovose serate invernali, in cui sulla nostra Milano sembra essersi abbattuto un anatema.

Passeggiando per il centro, o meglio facendo uno slalom tra le pozzanghere, scorgere un luogo caldo e familiare come la Taverna Moriggi diventa un' autentica visione, paragonabile a quella di un' oasi nel deserto.

La taverna, costruita nei primi del '900, è gestita dal proprietario Roberto Liopi il quale ci racconta la sua storia, a cominciare da quando suo padre Gino acquistò l'osteria nel 1963.

Tutto guarda a quegli anni passati-il soffitto a cassettoni, le panche di legno, gli archi in stile gotico- in cui, tra una partita a canasta e un bicchiere di vino, giovani studenti, operatori di borsa, avvocati, notai e pubblicitari, qui si riunivano per assaporare, come da tradizione, affettati e formaggi.

Oggi, mentre il fantasma di Mario Soldati (per anni habituè della trattoria) osserva il via vai di una variegata clientela, è possibile fermarsi per provare una delle specialità milanesi (ma con un pizzico di fortuna anche senesi) offerte da un menù volutamente ristretto, in un' atmosfera che ci ricorda il piacere della tavola nella sua accezione più autentica.

Dopo una cena ristoratrice e qualche calice di troppo, il digestivo è stato sostituito da un sentimento di nostalgia insediatosi tra l'ossobuco e il caffè; nostalgia per un passato che pare essere sempre più lontano, quel passato che la cosiddetta "generazione 2000" ha forse mitizzato ma di cui avverte costantemente la necessità di un ritorno.

Viene allora spontaneo domandarsi: non sarebbe quanto di più auspicabile che in risposta alla schizofrenia della Milano modaiola, quella dei privè e del dress code, vengano riscoperte realtà genuine come quella delle osterie (di cui la taverna Moriggi offre uno splendido esempio) e altri luoghi strappati al tempo ladro?

E questa volta,con buona pace di Manzoni, l'ardua sentenza non spetta ai posteri, bensì a noi, giovani contemporanei, figli di un' epoca che rinneghiamo e insieme legittimiamo, assuefatti dal paradosso di correre sul TAV del progresso ma con lo sguardo irrimediabilmente puntato sullo specchietto retrovisore.

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