La provinciale

9 Dicembre Dic 2015 1420 09 dicembre 2015

Il cuore (troppo) grande di Mark

  • ...

Anche in quella scena lì. In quella scena di quel film di cui non ricordo il titolo. Renato Pozzetto faceva il super ricco ossessionato all’idea di restare sul lastrico, l’analista per superare la fobia gli consigliava di vivere qualche giorno da povero. Finiva che funzionava anche troppo bene. Il danarosofinto clochard trovava l’amore in Ornella Muti e capiva che la felicità non stava nel denaro; seguiva la Liberazione finale: rivoli di banconote finivano a mollo da una chiatta in mezzo ai navigli. Persino allora, dico, che sapevo benissimo si trattava solo di un film a vedere le centomila fluttuare nell’aria avevo provato nel cuore un fondo di tristezza, un senso di perdita incolmabile. E adesso tutto il mondo parla della lettera di Mark Zuckerberg e consorte per la nascita della piccola Max. Poteva fare come fanno i milionari qualsiasi: dare cene di raccolta fondi per costruire pozzi in Burundi, aprire nuove ali di biblioteche comunali e intitolarle a suo nome. Si è impegnato a donare il 99% delle azioni di Fb. Tutti felici. Tutti contenti. Quelle grandeur. Che munificenza. Che encomiabile generosità. Se ci fossi qui un Michele Guardì lo sentiremmo intonare: Lodi. Lodi. Lodi. Si dirà: è felice, è l’empito di gioia per la primogenita, le vuole lasciare in dote un mondo migliore – è comprensibile, per dire, anche quando sono nata io che pure ero la primogenita, mia nonna aprì un libretto di risparmio alle poste di lire cinquecento. Ma appunto, ecco che mi torna in mente la scena con Pozzetto. E allora mi devo arrendere: Io, la disinvoltura con i non nati ricchi riescono a separarsi del proprio patrimonio, non la capisco. L’esperimento vita sobria come palingenesi, come catarsi aspirazionale quando sei stato allevato da un plotone di domestici in livrea, quello sì: vuoi provare il brivido di mangiare il tonno direttamente dalla scatoletta, vuoi partire in India a ritrovare l’anima perduta avvolto nella canapa e indumenti in tessuti biodegradabili – che ostentazione, che noia tutto quel cachemire! Il censo acquisito per nascita come condizione da cui sfuggire, questo, dico, nel mio orizzonte piccolo-borghese è prassi contemplabile. Mi riesce difficile il procedimento contrario. Persino quando vado a messa e dal pulpito il prete dice quella cosa della cruna e del cammello, io cattolica che sogna la scalata economica, ammetto di avere qualche problema. Mio fratello di solito è lì col sopracciglio alzato che mi chiede polemico: e questo come lo spieghi? Io mi arrampico sugli specchi dico che Gesù non vuole davvero vedermi indigente, parla di povertà metaforica. Quando ero piccola sentivo mia madre rimproverare mio padre per i soliti acquisti inutili, pensavo fosse perché voleva avere lei il monopolio della gestione delle finanze domestiche. Poi, un giorno, quando sono diventata abbastanza grande da avere un fidanzatino da mandare al Pam a fare la spesa, ho capito: se P. era così sciocco da impiegare il nostro budget in orsetti gommosi ne restava di meno per il mio lucidalabbra alla vaniglia (era ancora il tempo delle paghette settimanali). Ora appunto, fossi in Priscilla starei lì a giurare di farlo dormire sul divano per il resto dei suoi giorni, farei una lista di tutte le cose che non posso più permettermi: andata e ritorno con un jet privato da una costa all’altra per fare colazione due volte in un giorno, spendere l’importo pari al PIL delle Filippine in un pomeriggio da Hermes, fare licenziare tutto il personale di Hermes e assumerne di nuovo e più alla mano; cose che, adesso grazie a tanta oblatività, mi sarebbero precluse. Farei una lista, e gli direi di ripensare a quell’ala nuova della biblioteca.

Correlati