La provinciale

14 Dicembre Dic 2015 1458 14 dicembre 2015

La real-soap di Barbara

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In principio era stato il camper di Stranamore: Alberto Castagna col berretto di lana blu e montone che suonava al campanello delle destinatariei e le coglieva in flagranza di molletta trai capelli e tuta degagé. (Se si vuole andare ancora più indietro ci sarebbe anche Scene da un matrimonio di mengacciana memoria, ma lì certo mancavano i calzini a vista e le ciabatte e i capelli sfibrati, l’effetto sbirciatina nel tinello domestico era garantita al massimo da un bigodino, una vestaglia di raso, un brufolo sul viso prima della colata di cerone finale, tutt’un’altra cosa, insomma.) Lo squarcio nel muro della fruizione privata del sentimento. Il primo sigillo era stato rotto: finalmente potevamo vedere anche noi la vera reazione di Maya davanti a Lorenzo che si scusava tantissimo per quelle corna con Stefania e la implorava di tornare insieme. È iniziato tutto lì, dicevo. La messa in piazza affettiva di noi. Prima del GF, prima di Fb, prima della pagina Instagram di Kim Kardashian. L’altro giorno mentre sfogliavo le solite riviste sono incappata nella foto di Carmen Russo e Enzo Paolo Turco e la dicitura in basso Sposi in diretta tv, improvvisamente mi sono resa conto di sapere già che trasmissione fosse, era ovvio: non poteva essere che il salotto di Barbara D’urso, lei e nessun’altra come gran cerimoniera di quest’ultimo avvincente capitolo di una saga iniziata col sogno di Carmen di restare incinta e annessa trafila clinica. Anche lì c’era stato una specie di crescendo narrativo puntata dopo puntata: dall’intervista alla ginecologa che assicurava che sì c’erano buone speranze nonostante l’età, alla prima ecografia del nascituro, fino alla nascita di Maria – si chiama così, ovvio, è anche una storia a trazione nazional popolare infondo - con nonni emozionati al capezzale e, l’immancabile apoteosi finale, primo piano sulla crocetta d’oro massiccio in dono dalla madrina Valeria Marini per il battesimo. C’era proprio tutto, a parte foto di un presumibilissimo pellegrinaggio con voto di fertilità a Santiago o la filologicamente più corretta Pietralcina, tutti gli elementi del pathos partecipato e live: in quei mesi, con Barbara poggiata a mezza terga sullo sgabello e scene sullo schermo, era stato come vivere insieme a loro. Un palpitare e sperare all’unisono che tutto andasse bene, un sincerarsi che Carmen avesse assunto la sua razione giornaliera di acido folico e Enzo Paolo non le facesse sollevare scatole pesanti. Quello in cui Barbara ci stava traghettando era piuttosto chiaro: eravamo alle frontiere della real-soap. A vigere qui è lo stesso principio del cinema pulp dove a grondare al posto dei rivoli di sangue sono, appunto, fiumi di sentimenti, sentimenti che sgocciolano in diretta tv, con tanto di luci perfette di un sapiente direttore della fotografia - un principio di ruga può distrarre dal diritto alla commozione collettiva. Anni fa rimasi impressionata dall’ultima performance artistica di Marina Abromovich (se ne stava seduta su una sedia per un monte ore al dì, perfettamente impassibile ed in silenzio, mentre davanti a lei i visitatori la fissavano). Ricordo esattamente cosa pensai: Ecco ci siamo, mi dissi, il bio-socialismo si è compiuto, un sincretismo finale dell’io e il voi: una sorta di prendetene e fruitene tutti questo è il mio corpo. È evidente che sbagliavo. Più di Beautiful, più di un insipido reality qualsiasi, più di un’artista balcanica, il salotto della D’urso (inteso come entità a sé stante, guai a chi lo consideri uno spin-off del parrucchino di Sandro Meyer) è il vero demiurgo di questa collettivizzazione della vita degli altri, l’evoluzione ultima e aggressivissima, la più ingegneristica, forse pure il punto di non ritorno. Alleluja.

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