La stanza 101. Lo sguardo di uno psicoanalista sul contemporaneo.

23 Dicembre Dic 2015 2202 23 dicembre 2015

Licio Gelli. Eversione e perversione

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Licio Gelli nel 1988.

Con Licio Gelli non scompare semplicemente un ‘burattinaio’ della storia politica italiana come alcuni commentatori lo stanno dipingendo dopo la sua dipartita. L’umbratilità del commerciante di materassi aretino e la sua naturale riluttanza all’esposizione mediatica, ne fanno l’incarnazione perfetta di una figura clinica poco indagata a causa del suo strutturale bisogno di non apparire: il perverso. L’ombra di Gelli e della sua loggia si proietta e si protende lungo gran parte dell’arco temporale della storia repubblicana del paese, inafferrabile ma sempre presente all’appuntamento con gli snodi essenziali della vita sociale e politica. Una traccia rarefatta, e per questo più incisiva, che ha operato nei gangli vitali dello Stato. Una presenza costante, ma lontana dai riflettori. Un cammino radente la parete di quel lungo cono d’ombra che fu la strategia della tensione, la massoneria deviata. Un tempo nel quale lo Stato biforcò le sue strade, imboccando vie infedeli e criminose che sfociarono nella stagione delle stragi, minando le sue stesse basi democratiche al fine di suscitare un allarme generalizzato e un clima di paura tale da giustificarne una risposta autoritaria. Si chiamava ‘Piano di rinascita democratica’. I suoi uomini, al pari del silente esercito della struttura ‘Gladio’ operavano nell’ombra. Sconosciuti ai media, conosciuti dalle forze dell’ordine. Essere conosciuti, formula che garantiva una protezione che ha tutelato costoro dal cadere nelle maglie della legge, se non per poco tempo. Essere conosciuti dice di quel segreto ipocrita che solo chi sta a cavallo tra la legge e la non legge conosce e custodisce.

Lo Stato Italiano ha sempre 'trattato' con i mondi fuori legge nell’opera di edificazione pima e mantenimento poi di uno status quo democraticamente regolato. Dallo sbarco alleato in Sicilia, passando per gli anni di piombo culminati con la morte di Moro attraversando i canali sotterranei del patto Stato Mafia, sino ai legami strutturati con il mondo delle curve e con la 'terra di mezzo' di Roma capitale. E’ in questa lunga linea grigia che Licio Gelli e altri come lui hanno prestato la loro opera silente. Pontieri con universi sociali paralleli e speculari ai mondi che conosciamo quanto l'antimateria lo è per la materia, i quali obbediscono a leggi diverse dalla 'Lex' democratica, sostenendosi su codici ed usanze quasi sempre non scritte, ma non per questo di minor efficacia simbolica. La Legge, quella emanata da un'assemblea democraticamente eletta per mantenersi tale, non può permettere che questi si stacchino e vivano una vita completamente autonoma. Deve pertanto permettere loro di esistere, garantendo un patto di non intromissione. Un accordo grazie al quale le leggi che si lambiscono e si fondono nelle zone carsiche, si dividono di nuovo una volta in superficie. E' la logica della perversione descritta da Lacan. Una legge diversa, antitetica ma proveniente dalla medesima radice della legge che osserviamo e rispettiamo. Sottende ma destituisce le regole che organizzano i mores in superficie, dalla quale è divisa da un solco di ufficialità. Qua abita ed opera il perverso, un uomo che lavora sabotando la legge nell’ombra per il perseguimento di un fine antitetico allo Stato democratico, essendone al contempo alle dipendenze. Soldato opaco che annulla la propria volontà in nome di un Altro al quale giura fedeltà assoluta (in questo caso porre un freno all’avanzata del Comunismo e porre le basi per l’instaurazione di uno stato autoritario), il volere del quale diventa legge da far rispettare al prezzo di qualsiasi remora morale (libertatem silendo servo era il motto di Gladio).

Gelli, come un novello rabbino Löw, ha manovrato i tanti infedeli servi della Repubblica, moderni Golem di argilla, pronti ad essere richiamati in servizio alla bisogna, per poi tornare dormienti. Questa la vera natura che accomuna l'ex capo della P2 con i soldati fedeli ed invisibili che stanno dietro le quinte delle adunanze forcaiole oggi, delle stragi di stato nel tempo che fu. I veri perversi lasciano la scena della ribalta a masanielli da operetta, sacrificabili all’opinione pubblica, quali i 'capi del movimento dei forconi'. Le battaglie cavalcate da questo movimento spaziano dalla lotta alla disoccupazione alla critica verso il sistema creditizio delle banche, sino ai licenziamenti di aziende locali passando per la protesta no tav. Ho assistito di persona ad una delle adunanze di questo movimento nel profondo nord: mentre volenterosi locali distribuivano volantini che spronavano ad aderire alla protesta, dietro ai fuochi accesi per strada si potevano scorgere le defilate ombre nere di attempati agitatori di popolo, poco propensi a bussare ai finestrini e infastiditi da chi girava con la reflex per immortalare l’evento. Molti di essi da tempo conosciuti alla forze dell'ordine come appartenenti ad organizzazioni di estrema destra, altri veri e propri fossili dello squadrismo veneto che già era anziano ai miei tempi universitari padovani. Le cronache riportano che dietro alle gemelle forche siciliane, coperti dalla medesima ombra, si muovevano vecchi arnesi ben conosciuti nell’isola: picciotti e soldataglia occasionale delle mafie, caporali del malcontento post crisi da incanalare in serbatoi di populismo, spesso agli ordini di qualche vetusto 'mammasantissima'. Nulla si è saputo degli uomini ombra che mai hanno rilasciato un'intervista ad un qualche quotidiano, e nemmeno si sono prodotti in comparsate televisive. Sono tornati nella dimensione di 'conosciuti da tempo alle forze dell'ordine'. Alcuni dei capi di queste adunanze, invece, sono andati incontro ad una morte mediatica precoce, dopo un breve transito sotto la luce dei riflettori in procinto di compiere il grande passo della auto consacrazione a leader maximi. Ecco dunque che il servo fedele, che osa disobbedire ai dettami del suo creatore, venendo meno all'unica funziona assegnatali, quella di guardiano dell'ordine sociale, viene polverizzato per aver dato segni di autonomia.

Questo è il destino della manodopera utilizzata dagli apparati dello Stato deviati per compiere le stragi: in primo momento se ne serve, ma quando il loro compito è finito, e chi manovra dietro le quinte ha ottenuto quello che voleva, cioè il mantenimento dello status quo, allora diventano superflui, e in mille modi vengono messi a tacere. Il film ‘Romanzo di una strage’ non è che mi abbia entusiasmato. Purtuttavia, nell’ignoranza quotidiana e nella falsificazione sistematica della storia, almeno un discreto documentario per i giovani e meno giovani. Nessun vero colpevole, un unico sicuro innocente (Pinelli), gangli dello stato furbescamente descritti come un po’ tonti. 
Ma una cosa resta, ben detta: la differenza netta tra Freda e Ventura (esagitati fascistelli, bramosi di sangue, a viso scoperto sempre, anche quando vanno ad acquistare i timer per la bomba) e gli apparati deviati dello stato. Gli agenti che agiscono nell’ombra, uno dei quali sa dire ‘io sono un animale che non lascia traccia’ a un Ventura che si sente braccato. Ecco, questa è la vera perversione umbratile. Una ricerca di scopo fuori scena, un confondersi per struttura, un non essere.

Un altro film (‘Three Days of the Condor’), questo si magistrale e inarrivabile, ben descrive nel dialogo tra il giornalista e gli uomini della provvidenza, la via senza luce percorsa da Licio Gelli: ’Higgins: Il problema è economico. Oggi è il petrolio, tra dieci o quindici anni il cibo, plutonio, e forse anche prima. Che cosa pensi che la popolazione pretenderà da noi allora?

Joe: Chiediglielo
Higgins: Non adesso, allora! Devi chiederglielo quando la roba manca, quando d’inverno si gela e il petrolio è finito, chiediglielo quando le macchine si fermano, quando milioni di persone che hanno avuto sempre tutto cominciano ad avere fame. E vuoi sapere di più? La gente se ne frega che noi glielo chiediamo, vuole solo che noi provvediamo.

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