La stanza 101. Lo sguardo di uno psicoanalista sul contemporaneo.

13 Gennaio Gen 2016 0952 13 gennaio 2016

Opposti integralisimi di periferia

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Il mio studio si trova a Vignola ( Modena), a due chilometri dal luogo nel quale è avvenuto un evento piuttosto odioso, le conseguenze del quale saranno visibili per molto tempo nelle vie della città, e che ha scaraventato il mio paese sulle cronache nazionali per un giorno. Alcuni ragazzi di origine non italiana hanno intimidito un gruppo di adolescenti locali, arma finta alla mano, chiedendo loro se fossero di religione musulmana oppure no. L’eco mediatica del fatto ha portato il mio paese agli ‘onori ‘delle cronache nazionali, descritto su quotidiani e telegiornali che vanno in onda a mezzogiorno come una sorta di ‘culla’ dell’isis nel cuore dell’Emilia gonfia di nebbia. Nei titoli delle testate nazionali siamo passati dal ‘bullimso islamico’ sino alla ‘finta esecuzione ’, per giungere poi alla confessione dei balordi i quali, forse accortisi del clamore sollevato, si sono presentati in caserma ammettendo una ‘goliardata’, e consegnando l’arma finta.

Calma.

Questo episodio, grave senza se e senza ma, non può essere ascritto ad alcun‘estremismo religioso’, mancando le caratteristiche semi deliranti dell’immedesimazione totale e alienante del terrorista alla sua ‘missione’ violenta. Tuttavia alcune riflessioni a ruota libera sul legame sociale, sulle reazioni scomposte, sull’agire di alcuni individui violenti, è d’uopo.

Perché uomini desiderosi di dare sfogo alle loro tendenze perverse, o, in subordine, alle loro fregole da spacconi di infimo ordine, utilizzano l’abito del fondamentalista? Perché prendere a prestito la minaccia religiosa, ben certi di incutere un maggior timore rispetto a qualsiasi altra arma simbolica potevano imbracciare?

E perché parte della popolazione locale, al di la della piu’ che legittima reazione di rabbia e richiesta di giustizia, sembra anch’essa avere necessità di aggrapparsi al significante religioso per potersi raggruppare, rinsaldando le fila logore della comunità, compattandosi verso un pericolo che ritiene imminente? Una minaccia confessionale che, in questo caso, sembra non esserci?

Azioni violente, il mio paese ne ha conosciute.

E Dio non c’entrava

Il Natale del 2009 venne scosso da un evento riportato anch’esso dalle cronache nazionali: un sacerdote, molto conosciuto in paese e titolare di diverse parrocchie, uccise nottetempo il padrone della casa nella quale era ospite con un oggetto contundente, avventandosi poi sulla consorte della vittima con la medesima furia. La donna venne salvata dall’intervento del figlio il quale, svegliato dalla colluttazione, fermò fisicamente il sacerdote colpendolo e riuscendo a chiamare le forze dell’ordine dopo averlo atterrato. L’incredulità e lo sgomento che hanno attraversato i paesi del circondario sono stati pari alla veemenza con la quale i gangli vitali del tessuto sociale sino a quel momento dormienti ( i media, i cittadini, le associazioni, gli amici di sempre ) si sono attivati alla ricerca di una qualsivoglia patologia mentale che potesse giustificare l’assassinio, tentando così di attribuirlo ad un momento di sospensione della capacità di intendere e di volere del reo. Sui giornali sono stati da più parti usati termini quali ‘semi-infermità mentale’, ‘stato dissociativo temporaneo’, invocati quasi come entità trascendenti e rassicuranti. Non c’era mercatino, bar o stazione nella quale non si dissertasse sulle evidenti turbe mentali del parroco, da tutti frequentato nelle diverse occasioni rituali del paese, e sul quale chiunque pareva aver scorto, col senno di poi, i segnali inequivocabili della follia sfociata in omicidio. ‘Io lo avevo capito che non stava bene..’ , ‘quando veniva a benedire, era strano’ , ‘ e quella sera che camminava da solo sul ponte…?’. Questi erano i refrain che risuonavano nelle improvvisate discussioni cliniche alle quali tutti prendevano parte. Si è auspicato che gli esperti incaricati dal tribunale accertassero un passaggio all’atto di origine psicotica, vale a dire un'azione violenta e subitanea, indirizzata ad un presunto persecutore identificato, in un atmosfera paranoica, in base a flebili indizi i quali, in uno stato delirante, fanno segno inequivocabile di persecuzione. Ma la competente perizia portata a termine da fior di clinici, ha dato alla città la risposta più indigesta: il sacerdote è stato ritenuto capace di intendere e di volere. Nessuna turba mentale a giustificazione del suo gesto. Le entità diagnostiche tanto invocate non si sono materializzate.

Nessuno, dico nessuno, pensò per un solo momento di imputare alla fede cattolica del parroco il suo gesto. Semplicemente divenne un ‘ non cristiano’.

I fedeli si allontanarono, increduli.

La religione venne lasciata al suo posto. L’azione dell’uomo venne scorporata, e lui ritenuto personalmente colpevole.

Se non è Dio, allora è un pazzo


Cosa voleva dunque l’opinione pubblica? La richiesta insistente della ‘garanzia di follia’ è mossa dalle angosce dell'uomo contemporaneo, cresciuto nel mito dell'eterna giovinezza garantita dall'avvento della chimica, in un mercato che spaccia la morte, le malattie e la vecchiaia come eventi procrastinabili sine die. Ciò che può uccidere, oggi, è controllabile. Con le analisi del colesterolo, con la mappatura genetica, con gli screening di massa. Lo sono le polveri sottili, gli uragani, le onde elettromagnetiche, ma non la mano dell’uomo. Si è chiesto vanamente alla psicologia e alla psichiatria di convalidare il tranquillizzante senso comune che vuole il kakon (la violenza, l’omicidio ) quasi sempre delocalizzato nell’altro (il diverso che in quel momento si trova ad occupare la transitoria posizione del 'barbaro' inteso alla greca). Ma se la violenza omicida proviene da un nostro simile, deve per forza essere viziata da una ‘patologia’ che ha reso folle un uomo sino a quel momento ‘normale’, facendola così rientrare nell’alveo delle variabili sulle quali è possibile esercitare un controllo, umano o chimico. Uccidere senza un ‘vizio’ di mente non può appartenere al senso comune senza spaventare. Si deve individuare una torsione dell'animo, una turba della psiche. Insomma, qualcosa che ci permetta di non scorgere nell’omicida quella normalità che fa parte di noi. L’esito del collegio peritale ha inferto un colpo mortale a questo tentativo, costringendo la comunità a fare i conti con un’inaccettabile ed inelaborabile realtà: ci si uccide tra simili, in modo abbastanza naturale e non prevedibile. Per denaro, per invidia. L’inquadramento ‘normale-anormale’ è una strada piuttosto sdrucciolevole e lunga, sulla quale ci avventuriamo nel tentativo di porre dei paletti che ci possano rassicurare. Mancando i quali, accade quello che J. Little ha mirabilmente descritto ne ‘Le Benevole’: ‘ non c’è altra ragione plausibile che non sia la volontà di ammazzare’. Dunque, nulla tiene. Siamo tutti esposti, tutti vulnerabili. Tutti possiamo uscire di casa e non ritornare perché la natura beluina del nostro simile ci ha teso un agguato sulla via del ritorno.

Pochi mesi dopo, in una cittadina della provincia di Modena, Novi, HB, 54 anni, aveva promesso N. (20 anni, all’epoca dei fatti) come sposa a un suo connazionale. SB, la moglie, ha pagato con la vita l’aver difeso la scelta della figlia che si opponeva a questo matrimonio. S. B. è stata uccisa con sei colpi di mattone dal marito nell’orto di casa, mentre N. è sopravvissuta alle sprangate inflitte dal fratello di 19 anni . Gli abitanti del luogo sono rimasti alquanto scossi da quell’evento accaduto a pochi metri dalle loro case, ma nessuno si è levato in piedi a chiedere la semi infermità mentale di padre e figlio. Erano descritti, nei medesimi tribunali improvvisati che peroravano la causa della ‘momentanea follia’ del parroco, come assassini, lucidi e consapevoli. Colpevoli soprattutto di abitare piccoli universi blindati e non integrati, nuclei irriducibili coperti da serrature a doppia mandata. Locali e migranti, mondi confinanti ma invisibili l’uno all’altro, all’interno della stessa polis. Per loro, nessuna pietà o giustificazione clinica. Criminale la loro religione, bestiali i loro usi e costumi, killers senza alcuna tara mentale.

Il loro Dio, in qualche modo , c’entrava.

La ferocia mostrata da H.B non è dissimile da quella messa in atto dal curato concittadino. Ma nessun luogo comune di follia o sospensione momentanea della capacità di intendere e di volere è stato frequentato questa volta. Nessuno degli ‘esperti’ o dei vari opinionisti ha voluto prendere in considerazione l’ipotesi psicopatologica citando, ad esempio, le parole degli operatori del centro Dévereux, in Francia: ‘ i soggetti piú a rischio di patologie psichiche, di scoppi di violenza, ma anche di derive integraliste o fondamentaliste, sono soprattutto coloro che hanno perso il controllo dei propri attachements: persone su cui la migrazione, o forse una qualche altra esperienza anteriore, ha costituito un trauma che non ha permesso loro di mantenere attivo qualche aspetto della propria identità. Spesso isolati, rimasti soli, tagliati via dai loro legami culturali, chiedono di essere ricomposti e sfociano nella patologia’.

Non era Dio, ma l’Altro in questione, questa volta.
Nel caso di HB l’identità era legata ad un’immagine da mantenere non riferita alla comunità di Novi, bensì alla famiglia di origine, quindi un laccio ben più solido e complesso, come testimoniato dalla deposizioni che indicano in una sorta di ‘direttiva’ familiare, proveniente dal Pakistan, il comando ultimativo a uccidere. Un’immagine di uomo padrone che non poteva essere scalfita agli occhi del mondo originario. Una circostanza simile la troviamo ne ‘Il Padrino’ quando Frank Pentangeli con la sua testimonianza sta per accusare la famiglia dei Corleone nel processo che lo vede coimputato. La presenza di un parente siciliano in aula, appositamente fatto venire dall’Italia, si dimostra così forte dal farlo recedere dai suoi intenti accusatori, preferendo la via del suicidio a quella del ‘disonore’ rispetto ai familiari d’oltreoceano. Dunque l’Altro in nome del quale è stato commesso quest’ omicidio è quello natio. Una sottomissione totale, acritica, incondizionata, consapevole delle conseguenze umane e penali della cieca furia omicida. Dunque, scelta lucida o scompenso? La città non ha avuto dubbi nel scegliere la prima opzione.

Ora, che fare?

Dunque, per la pace sociale, è bene separare e scorporare gli elementi di questa brutta vicenda, rimettendoli in fila uno per uno. Responsabilità soggettiva dei singoli da un lato. Religione, etnia e appartenenza dall’altro. Se è necessario punire gli autori del fatto, che resta di una gravità inaudita senza se e senza ma, le componenti religiose, in questo caso, devono restare fuori. Parimenti è necessario non alimentare quell’odio confessionale lanciando nuove crociate, poiché il rischio è quello di risvegliare le metastasi dormienti di quel fondamentalismo capace di attecchire in ogni dove, spingendo chi si sente emarginato dalle crescenti dimostrazioni di ostilità della comunità ad indossare quegli abiti che sono sempre li, pronti all’uso. Non vi è altra via che il dialogo, l’incontro ed il confronto per smorzare, da entrambe le parti, la tentazioni di dare forma a integralismi che poi scivolano in direzioni incontrollabili.

Oggi l’abito del fanatico terrorista è già li, preconfezionato, cucito da menti perverse, solitamente lontane ( anche fisicamante) da fame e marginalità, messo a disposizione di masse di emarginati incapaci di integrarsi o, peggio, indossato da violenti per i quali ‘fare il terrorista’ è un modo come un altro di dare sfogo alle loro parti buie e manipolatorie. Ho toccato con mano alcuni elementi. Da un lato, un tessuto sociale logoro, che si è ricompattato in occasione di una fiaccolata organizzata da un movimento politico che, inneggiando alle ‘espulsioni’, è giunto sin nel cuore della città, passando sotto al mio studio. Uscendo ho visto quanto il fossato che già divide la comunità locale da quella migrante si sia ulteriormente allargato. Loro, ‘gli altri’, schiacciati ed intimiditi ai lati della strada, i miei concittadini, con fiaccole e lumini, dentro la piazza. La comunità sonnoacchiosa sembra aver avuto bisogno del significante religioso, del tutto assente in questo sventurato caso, tanto quanto i cinque bulli lo hanno adoperato per dare un senso alla loro squinternata serata, forse priva di sale, desiderosi di un brivido da neofiti del mondo della perversione. Serviva l’azione grave e malevola di alcuni bulli di periferia per mostrare quanto il legame sociale si sia snaturato, quanto la solidarietà sia venuta meno, quanto il cinismo abbia preso il posto del dialogo. Quanto la quiete di un piccolo paese nasconda rabbia, spietatezza. Quanto il famoso ‘collante sociale’ sia spesso costituito da banali malanimi, pensieri cattivi su note mediocri. Quanto il senso di appartenenza ad una comunità oggi passi forse piu’ sui social network, che non nella pratica quotidiana dello scambio e della parola.