La stanza 101. Lo sguardo di uno psicoanalista sul contemporaneo.

1 Febbraio Feb 2016 2139 01 febbraio 2016

Amore al circo Massimo

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Come ha scritto J. Kristeva: ‘ se un analista riesce a stare nel solo posto che è il suo, il vuoto, gli è forse possibile intendere e intendersi costruire un discorso intorno a quell’intreccio d’orrore e di fascino che segnala l’incompletezza dell’essere parlante. L’analista è forse tra i pochi testimoni moderni del fatto che danziamo su un vulcano. (…) Può allora egli radiografare l’orrore senza capitalizzarne il potere? Esibire l’abbietto ma non confondersi con esso? Probabilmente no. (..) Mentre altri continuano il lungo cammino verso idoli e verità di ogni genere armati della fede necessariamente giusta delle guerre future, necessariamente sante (..)per me serve il sereno approdo di una contemplazione quando sotto le subdole e levigate superfici delle civiltà metto a nudo l’orrore fecondo che queste civiltà si sforzano di allontanare purificando, sistematizzando, pensando’.

Pensavo a questo, mentre ascoltavo le minoritarie, ma presenti e mediaticamente diffuse, interviste dei partecipanti al ‘Family Day’.

Omosessualità intesa come malattia, timore di un alterità ( l’amore per il proprio sesso) enigmatica, e per questo perturbante, che si tramuta in paura, fuga. Rabbia.

Non si parlava di adozioni, né di bambini, se non in un appendice del discorso relativo alla proposta di legge Cirinnà.

Il vero problema, sono ‘gli altri’.

Quegli uomini che amano gli uomini. Quelle donne che amano le donne. Tutto ciò che non è assimilabile attraverso le proprie cooordinate, diventa ostile, untore, nemico.

Ecco allora le indicibili frasi rivolte a ‘quegli altri’

‘ Pervertiti’, ‘ Omosessuale eguale ammalato’. Chi frequenta i transessuali, poi la parte più estrema del peccato.Sapere, statisticamente sapere, che adunate di questo tipo, con la veemenza violenta dei crociati, nascondono l’osceno che cercano di rinnegare, mi da quella che un amico giornalista definì ‘la depressione dell’hacker’. So , vedo cosa si nasconde dietro le pareti scintillanti delle palazzine rinfrescate, ed è un suburbio di miseria, e infrazione, di devianza e perversione. So, ma non posso dire.

Mentre la grande parata dell’omaggio alla ‘famiglia tradizionale’ andava in onda, leggevo su tutti i quotidiani quelle cose che un analista conosce: ogni anno 80.000 italiani si recano all’estero per sfruttare sessualmente il corpo di bambini in quelle terre ove è permesso e regolato. Guardavo le loro bandiere trovavo in filigrano il riscontro delle cifre che la stampa ci consegna, e lo studio amplifica: in quell’arena viene difesa la famiglia tradizionale, dalle crepe della qualefuoriescono coloro che ingrossano le file della prostituzione che rallenta i raccordi anulari, che sono pronti a pagare fior di euro la prestazione di un transessuale. Vedo, ma non posso dire.

E se lo dicessi, minerei quel sistema di protezione , quel margine urlante che la società innalza per mettere tra se e le proprie oscenità un fossato lastricato di bandiere, ostentazioni di purismo, dichiarazioni di fede a un Dio che di costoro, forse, non saprebbe che farsene. So, vedo, percepisco dalle interviste in tv il loro odio, la loro incessabile difesa di quell’ordine familiare che di notte infrangono. Sento il loro bisogno di avere un nemico al quale ostentare la loro ‘normalità’. Vedo gente che non sa amare se non facendo assurgere il proprio modo di farlo come unico e indubitabile. So cosa negli studi di un analista dicono degli omosessuali, quanto li desiderino in privato, e pubblicatamene li detestino. Conosco la loro passione per la transessualità, pari al calore delle fiaccole ostentate in occasioni di raid notturni per ‘ripulire’ le strade.

Questo siamo. Questo è. Questo ogni giorno vede l’analista. A cosa serve, dunque la psicoanalisi? A rendere conto che il patto sociale sul quale fondiamo il nostro questo vivere, non è per niente quieto. Che la tensione tra oscenità e dighe per trattenerle, è la linfa vitale che mette in moto il consesso sociale.

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