La stanza 101. Lo sguardo di uno psicoanalista sul contemporaneo.

25 Aprile Apr 2016 0708 25 aprile 2016

Quel Dio particolare che non passa in studio

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Mi è capitato piu’ volte di incontrare Dio nel mio studio . Il Dio riportato nelle parole, nei sogni , nelle imprecazioni degli analizzanti sul lettino. Molti avevano piu’ di un motivo per invocarlo, ringraziarlo, oppure maledirlo. Chi per la nascita di un bambino con gravi problematiche fisiche, chi per il lavoro perso, chi invece per un matrimonio spezzato. Altri per la salute andata in fumo, di colpo, dopo una diagnosi infausta. Altri invece attribuivano a Dio il felice incontro con l’anima gemella, o la riuscita di una delicata operazione. Ho sentito narrare di un Dio che si manifesta per la sua immanenza e ineluttabilità, o per la sua radicale assenza. E’ questo ha che influito nelle vite di alcune persone affette da nevrosi o, in qualche caso, dichiaratamene psicotiche.

Ho sempre trovato una differenza sostanziale nella capacità di assorbire i colpi della vita da parte degli appartenenti ai due estremi della linea del credo: gli atei, coloro i quali hanno sempre fatto a meno di un Dio, e i fedeli convinti della sua presenza, non sempre benevola si badi, ma proprio per questo indubitabile. Coloro per i quali vale il Salmo : Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone mi da sicurezza

Gli appartenenti al primo gruppo sono naturalmente dotati di una fede incrollabile nell’uomo, nelle sue virtu’, e al contempo armati di una immensa riserva di cinismo, lunga quanto la vita intera, devoti all’idea che l’uomo contenga in sè la capacità di sopportare ogni peso che la vita gli riserva, senza dover chiedere aiuto o sostegno a qualcosa che non sia razionalmente spiegabile. Molti di essi hanno patito colpi tremendi della sorte, a volte letali, il che per loro fa parte dell’infinito gioco delle possibilità al quale si è esposti quando si viene al mondo. ‘Va cosi’, dottore, perché questo doveva essere’ mi ha detto tempo fa un padre che ha perso moglie e figlio in un incidente stradale.Sono sicuramente soggetti ai colpi della depressione, alle cadute del tono dell’umore, all’angoscia che riconoscono come elemento umano essenziale. Desiderano farla finita, senza troppe lamentele, ma con lucida presa d’atto che la benzina della loro anima è terminata. L’impossibile appello ad un entità trascendente, li priva di qualsiasi giaculatoria. Non chiamano in causa la sorte, le avversità. Sanno di non scontare il fio di alcun peccato, perché al peccato non credono. Ma credono alla colpa. Sono i protagonisti assoluti della loro vita, nel bene e nel male. Se compiono atti estremi, come ad esempio il suicido, difficilmente lasciano testamenti accusatori contro questo o quello. Sanno di essere portatori di un rischio esistenziale congenito, e se ne assumono ogni responsabilità.

All’estremo opposto stanno invece i credenti convinti. La loro fede incrollabile è quel sinthomo che permette loro di sostenere vite durissime, a testa alta, perché certi di essere solo di passaggio, destinati a rendere conto ad un alterità tutta da guadagnare. Per costoro il senso del peccato frena considerevolmente gli intenti suicidari. Ho ascoltato persone con pochi mesi di vita venire in studio sorridenti perché certi di ricongiungersi ai propri cari. Ho parlato con uomini che hanno perso in poco tempo lavoro e famiglia, senza mai perdere la fede in un Dio, nel disegno del quale si sentono inglobati. Un Dio dai disegni imperscrutabili, dei quali loro sanno di essere piccole pedine lanciate sul tappeto. A Dio piacendo si vive e si muore, ci si ammala, o ci si sposa, certi che in un aldilà, le trame che li hanno guidati saranno rischiarate. Insomma, Inshallah

In entrambi i casi, l’assenza e la presenza di un Dio, sono in un ultima analisi un atto di fede. Una costante di coerenza. La consapevolezza che non c’è nulla, o c’è qualcosa, che li precede e ad essi sopravviverà. Ma non si cura di loro, non ne tiene in conto. Ha ben altro da fare che interessarsi alle loro vicende.

Pensavo a questo, terminando un capitolo del libro, mentre scorrevo sul tablet la rassegna stampa di questi giorni che mi sono perso.

Due accenni a Dio, letti in contemporaneo, mi hanno colpito.

Un analista ha dichiarato ad un settimanale che avrebbe riscoperto un senso religioso divenentando padre, quando pareva che ciò non fosse possibile. L’altro è Bertinotti, folgorato dalla fede di un altro Dio, quello di Comunione e Liberazione, in cauda ad una carriera nel corso della quale era divenuto capo di quel movimento operaio, ora decretato morto, trovando piu’ energia nel movimento ecclesiastico.

Non so, per questioni personali e professionali, questo loro Dio non mi convince.

Sarà perché sono diventato padre, e mia figlia è sana e vivace, che non me la sono sentita di considerarmi un privilegiato scelto dall’onnipotente. Mica per nulla, ma perché ho visto tante madri perdere il figlio. Sono stato al fianco di uomini e donne che hanno percorso strade irte di difficoltà materiali, spirituali ed economiche per raggiungere un concepimento troppe volte andato in fumo. Ho visto mogli attendere in modo trepidante l’arrivo del nascituro, colpite dalla sorte in sala parto, tramutando quell’evento che doveva essere gioioso in una tragedia. Poprio osservando le loro vite so che è a loro che si deve chiedere se Dio esiste.

Il lavoro di analista, si sa, mette in gioco le proprie questioni ogni giorno con la vita di altri essere umani. Il raffronto è inevitabile, il lavoro per non lasciare trabordare il controtransfert è un impegno quotidiano.( Lo so bene io che da un terapeuta venni mollato in strada). E’ per questo motivo che, quando mia figlia è saltata fuori, non mi sono sentito né scelto, né unto dal divino, né ho percepito il manifestarsi di una qualche misericordia personale. Troppe storie storte, troppe fatalità , troppi desideri di paternità o maternità divenuti anticamera del buio ho visto in questi lunghi anni, per non trovare la capacità logica e razionale di ficcarmi nel gran calderone statistico di quelli che, semplicemente, hanno avuto fortuna.

Non mi è passato per un solo attimo in mente l’idea di convocare Dio, che avrebbe scelto me, e si sarebbe dimenticato di tutte le madri e padri sventurati visti in seduta. Troppo facile, troppo banale.

Mia moglie ha fatto parte del Comitato politico nazionale di Rifondazione Comunista, ai tempi di Bertinotti. Ho visto quell’uomo troppo consapevole di pescare in un bacino elettorale che faceva dell’ateismo una professione di fede per non credere che la conversione dell’ex presidente della Camera sia in tutto e per tutto simile a quella dei tanti uomini invincibili i quali, demolite lungo il corso della vita tutte le certezze , cercano in un Dio il cuscino per attenuare la corsa verso la fine. Un Dio comodo, che ti aspetta all’imbrunire, dopo che per tutta la vita hai fatto il possibile per negarne l’esistenza.

Ho toccato con mano la sofferenza pura ed indicibile del melanconico.

Il desiderio di fine vita dello psicotico che perde progressivamente la forza di lottare contro le visioni notturne. Ho viste troppe donne sedute in un angolo della vita, dopo aver perso il figlio, ad attendere la fine senza invocare , né maledire, alcuna entità.

Troppe, per dare credito ad un Dio del quale ti accorgi solo quando la vita ti sorride, mentre ogni giorno osservi vite altrui rotte, spezzate o troppo dure da sosteneree portare avanti.