La stanza 101. Lo sguardo di uno psicoanalista sul contemporaneo.

7 Giugno Giu 2016 0817 07 giugno 2016

Quel corpo che seppe dire no

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‘Guarda come è bello’, diceva mia madre, davanti al Grundig rosso con antenna di acciaio deformata dalle mille torsioni che le si imponevano per cercare un segnale accettabile. Ero giovane in un piccolo paese di campagna. Nessuno aveva mai visto uomini di colore, se non nella loro rappresentazione coloniale, tramandata dai alcuni reduci dell’Abissinia. Ricordo che fece scalpore, perché disse no. Lo disse il 28 Aprile 1967, due giorni prima che nascessi io. All’epoca, non conoscevo il no, e la dimestichezza col bello era da venire. La psicoanalisi era ben lontana. Solo nel tempo sono riuscito ad intravedere quanto quest’uomo fondesse corpo e parola, oltreché emanare un’eleganza inusitata per un uomo che era solito picchiare. Il corpo, strumento capace di supplire a carenze di linguaggio e di istruzione, delle quali mai Clay fece mistero(‘ Io sono il più grande, non sono il piu’ intelligente’) .Seppe dire no in un tempo buio e conservatore, nel quale la paranoia atomica e lo spostamento sul terzo ( quel vietcong che tutti noi conoscemmo solo successivamente in tanti film) rendeva impossibile, impensabile, inaccettabile disobbedire al comando della Zio Sam. Non era ancora il tempo del contraddittorio, dei diritti civili, ancora era da venire il dubbio sulla parola imposta. La guerra scatenata oltreconfine, contro il ’nemico’, fu il filo conduttore di una paranoicizazione costante nella storia degli Stati Uniti d’America. ‘Ho avuto un guaio nella mia città natale Così mi hanno messo un fucile in mano mandato a una terra straniera Per andare a uccidere l'uomo giallo’ canta Bruce Springsteen. E poi Fidel Castro, e tanto altri nemici ancora. Mostri stranieri, cattivi perfetti, bersagli ideali per mantenere intatta la linea divisoria che separava i bianchi dai neri, i figli degli ex schiavisti da quelli degli ex schiavi. Fu quell’aristocrazia venerata ancora oggi dalla ‘sinistra’ salottiera locale a incidere ancor piu’ a fondo questa linea di divisione nel tessuto sociale. Penso ad esempio a quella dinastia dei Kennedy, incapace di dire o fare una benché minima cosa per i diritti civili dei diseredati del loro paese, ma capace di dare il via all’escalation militare in Vietnam e allo sbarco fallimentare sulla Baia dei Porci. Mentre tutto questo accadeva, Cassius Clay disse no. Un gesto rivoluzionario, allora. Quando non era ancora un no da operetta, quando conteneva la forza esplosiva di chi si andare in direzione contraria all’omologazione. Col corpo si può danzare, si può erigere un muro a difesa della propria vulnerabilità , come la clinica insegna. Il corpo lo si può ricostruire, dopo un operazione. Il corpo è luogo delle ferite, dei tagli, porta i segni di tutte le parole che non vengono dette. Il corpo si ammala, cade, E, come in questo caso, danza e lotta. Ali restò tale, anche quando le scosse del Parkinson fermarono la sua danza.Fu egualmente possente il suo no, alla malattia, quando, (li si il piu’ grande di tutti), espose le sue braccia tremolanti alla folla, tedoforo ferito alle Olimpiadi dei corpi scolpiti. Nulla, credo, sia andato oltre quel gesto commovente ed invincibile.Osservo oggi gli intellettuali nostrani, di corsa da un festival all’altro, digitare con la lingua di fuori la loro adesione totale ai voleri del potente di turno, scrivendo ‘SI’ ad referendum su di una Carta Costituzionale sinora ignorata, per un tozzo di visibilità in piu’. Penso alle loro grottesche caricature di maitre a penser, di baciapile , fedelissimi esecutori dei capricci del signore di turno. E penso alle caratteristiche dell’intelletuale: scomodo, inappartenente, disomogeno. Come, appunto, Mohammud Ali.