La stanza 101. Lo sguardo di uno psicoanalista sul contemporaneo.

10 Gennaio Gen 2017 1707 10 gennaio 2017

Quando la donna perdona il carnefice

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Il caso della ragazza di Messina che avrebbe ‘perdonato’ il suo carnefice introduce ad una delle frontiere piu’ estreme e difficili della clinica . Allego il teso di un caso clinico, esposto al Congresso Europeo di psicoanalisi, che analizza casi come questo.

UN'ALTRA POSSIBILITA’


In Italia la violenza sulle donne costituisce un fenomeno crescente. Nel 2013, anno con maggior numero di vittime, sono stati 179 i casi di donne uccise. Il 68% di esse subisce violenza in famiglia. L’autore è nel 48% dei casi il marito, nel 12% il convivente nel 23% l'ex partner. Il mio centro di psicoanalisi applicata ha iniziato una collaborazione con la scuola Regionale di Polizia, a seguito di un seminario congiunto dedicato alla violenza intrafamiliare. In quest’ occasione è emerso un dato che per le forze dell’ordine rappresenta un enigma capace di mandare in impasse i dispositivi di tutela previsti dalla legge per colei che subisce violenza. Nel 2% dei casi la donna abusata fisicamente che si rivolge a loro, sceglie di fare ritorno dal marito autore delle percosse e ritira la denuncia. Romy, 34 anni, rientra in quel 2%. Va alla polizia per denunciare il compagno che la picchia da tempo, presentandosi in caserma col viso tumefatto. Dopo aver descritto in dettaglio le percosse subite, firma la deposizione ma decide di fare ritorno a casa, contrariamente al consiglio di un agente che le suggeriva di trascorrere la notte da un parente. L’indomani gli agenti si recano da lei per accertare i fatti e diffidano il compagno dal continuare nelle vessazioni. Chiedono a Romy se voglia convalidare la denuncia rendendola penalmente valida. Con loro grande stupore, è lei stessa che li allontana, giungendo a scagliare contro l’auto di servizio oggetti e aggradendoli a maleparole. Questo è uno di quei casi nei quali gli strumenti predisposti dalla legge italiana ( allontanamento dell’uomo, domicilio protetto per la vittima) non funzionano: alcune donne, come Romy, vogliono dare al coniuge ‘un’altra possibilità’. ‘Abbiamo esagerato nella lite, ma io lo amo. Non portatelo in carcere’. Sono le parole dette ai poliziotti, che mi ripete in corso di seduta dopo che inizio a vederla, su sua richiesta, a seguito del consiglio di un agente che le suggerisce di parlare con uno psicoterapeuta. Romy accetta perché sa che io non sono organico alle forze dell’ordine, ma lavoro in un centro di psicoanalisi applicata. La sua iniziale richiesta è quella di aiutarla a ‘ricomporre la coppia’. Dunque Romy bussa al mio studio non per indagare le cause del suo disagio attuale, ma con l’apparente volontà di ricomporre quel legame che rischia di essere spezzato. Mi chiamo da subito fuori da ogni possibile posizione di collabò, affermando di non essere un terapeuta familiare e di non avere come scopo la riunificazione delle coppie. Aggiungo che sono lì per ascoltare unicamente lei, la sua storia, e cosa le stia facendo enigma. Sin dalla tenera era costretta ad assistere a scene nelle quali il padre picchiava la madre per futili motivi. Madre che, in alcuni casi, reagiva blandamente alle percosse, ma non manifestò mai l’intenzione di andarsene. I genitori erano completamente assorbiti nel mantenimento di questo rapporto perverso e non hanno mai mostrato un vero interesse per il suo andamento scolastico, le sue esperienze nella vita. La madre, quando le percosse raggiungevano il livello di sopportabilità, scaricava le sue insoddisfazioni su Romy. ‘Mi guardava piena di lividi dicendo ‘ti devi abituare, sposarsi vuol dire questo'. Vivere con un uomo significa soffrire, questo fu il primo insegnamento appreso in famiglia. Il legame che teneva uniti i genitori non obbediva alle leggi dell’amore che incontrava nelle coppie di amici. Romy intuisce la natura perversa di quel rapporto, scorgendo un modo di legarsi incomprensibile per una ragazzina, che fece proprio senza riuscire pienamente a simbolizzarlo. Dopo i diciotto anni se ne andò di casa, convinta che il solo modo per essere amata dal partner fosse quello di occupare la posizione di succube. Con l’attuale fidanzato convivono da 4 anni, e le percosse sono iniziate dal secondo anno, in un crescendo culminato con la sua telefonata alla polizia. Perché prende contatto con le forze dell’ordine per poi ritrarsi? Quale è la natura di questa denuncia poi bloccata? Forse è il timore che questo godimento sia interrotto brutalmente che la porta ad aggredire gli agenti. Il codice penale infatti non ha presa su quelle coppie nelle quali ‘ un soggetto si fa oggetto di una volontà altra’ cosicchè ‘ si costituisce la posizione sadomasochista’ [1]. In questi casi, come Romy testimonia, la vittima chiede aiuto quando la sua vita o la sua incolumità fisica sono in pericolo per l’eccesso di percosse subite. Quando l’intervento della legge ottiene lo scopo di diminuirne l’intensità, non serve più, e la coppia si rinsalda. Infatti scongiurato il pericolo di morire grazie ad un ammonimento formale della polizia al compagno, è Romy stessa che torna a casa a rioccupare quel posto di oggetto che non ha mai realmente voluto abbandonare, ma solo rendere piu’ sopportabile. La presenza di un clinico che le permette uno spazio di rettifica, interrompe l’azione della legge che, incarcerando il persecutore sadico, avrebbe spezzato la coppia privando Romy della sola posizione sino a quel momento conosciuta per rapportarsi all’uomo: quella del deietto. La denuncia, poi ritirata, sembra essere dell’ordine dell’acting out, qualcosa della condotta del soggetto che si mostra all’Altro, un ‘ transfert selvaggio’ dove ‘ il soggetto sa benissimo quello che fa’ e lo offre all’interpretazione dell’analista che, se ‘ha preso quel posto, tanto peggio per lui’[2]. In questo caso però il referente non era un luogo di analisi, ma il corpo di polizia che ha preso alla lettera la sua richiesta, privo degli strumenti clinici per indagare a quale Altro fosse rivolto il suo lasciarsi flagellare, e capire quale godimento ne scaturisse. L’iter della legge non contempla la rettifica, ma la protezione, la difesa della vittima. La consolazione. In questo caso il codice ha fatto un eccezione, sospendendo la sua azione divisoria, dando il tempo a Romy di occupare una dimensione nuova, uno spazio all’interno del quale ella ha saputo riconoscere la riedizione della sua posizione sofferente, indagando il suo passato sino a maneggiare l’enigma che teneva unita la coppia genitoriale. Romy sta ponendo le basi per allontanarsi da quel posto, vedendo ogni giorno di più il ‘grande amore’ del quale non poteva fare a meno sotto una luce diversa, degradandolo progressivamente ad un sadico qualunque, scelto come partner per dare forma a quella dimensione masochista ritenuta per molto tempo la sola possibile per poter essere amata. Solo dopo questo movimento di distacco simbolico, il compagno può essere diviso da lei, ancora intento a pretendere l’oggetto perduto. Accetta di essere ospitata in una casa protetta, seguendo il percorso previsto dalla legge, senza opporsi o mostrare intenzione di tornare da lui. Ancora non mi è dato sapere se, dopo questo movimento di rettifica, la posizione masochista occupata da Romy sia un luogo dal quale prenderà le distanze una volta e per sempre, se ci ricadrà. Questo lo dirà il suo percorso, oggi più soggettivato e consapevole. Se ciò accadesse, la mia posizione diverrà quella del segretario, capace di stare al suo fianco mentre da forma al suo modo di organizzare la vita, assicurando la mia presenza affinché sia meno doloroso di un tempo. La perversione obbedisce ad una legge propria, che lambisce e si fa beffe della legge degli uomini, che però è necessaria. La clinica mostra che il perverso è ben lontano dall'ignorare la legge. Ne ha invece bisogno come punto di gravità, attorno al quale muoversi mantenendo una distanza di sicurezza, un incedere che ne faccia a meno comprendendola. Una legge sfidata, fatta uscire allo scoperto per poi prenderne le distanze quando questa diviene punitiva o si presentifica sotto forma di sanzione che minaccia il godimento. Se la minaccia sanzionatoria non esistesse come monito, l’azione di questi rapporti perversi perderebbe di valore e di godimento. Ho indicato ai poliziotti che in casi come quello di Romy la fase clinica deve precedere quella giudiziaria. La legge deve essere presente, mostrando una capacità di azione particolare, che sappia procrastinare l’applicazione pedissequa del codice penale, inserendo tra vittima e carnefice uno spazio di parola e di rettifica.

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