La stanza 101. Lo sguardo di uno psicoanalista sul contemporaneo.

11 Marzo Mar 2017 2110 11 marzo 2017

Dalla Leopolda al Lingotto. Quel vuoto desiderio di potere blindato, tra le accuse di scissione e l'adorazione del capo.

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Mentre prendeva il via la fase due del renzismo in quel del lingotto sono stato a Modena.

All’interno di una polisportiva, veniva tenuto a battesimo il neo nato movimento ‘Articolo 1’, figlio della ‘scissione’ operatasi dentro al Partito Democratico.

Ho seguito da non iscritto a questo partito, ma da uomo di sinistra, tutta la lunga e dolorosa vicenda e, lo ammetto, mi sono avvicinato con timore a quella serata. Chi mai andrebbe tranquillo in un tempio dell’odio? Da Torino scorrevano in streaming le lucide parole dell’ex premier ‘ loro ci odiano, noi siamo colmi d’amore’. Cresceva, mentre mi avvicinavo alla porta d’ingresso, l’angoscia di trovami immerso in una ambientazione herzoghiana, con le atmosfere livide e malate preconizzate dall’analista che alla Leopolda parlava delle mummie malmostose della sinistra radicale, o, peggio ancora, preda delle pulsioni scoordinate e imprevedibili di persone che , in quanto scisse, non rispondono pienamente delle loro azioni. Zombie con la dentiera e l’algasiv.

‘Beati quelli che col torpedone sono andati al Lingotto’, pensavo tra me e me.

Entrare in un luogo che si è diviso dalla realtà, è pur sempre un pericolo.

Nulla di tutto questo, come sospettavo.

Calore, pace, dialogo. Voci dissenzienti tra loro, Applausi, ma nessuna ammirazione.

Un animato dibattito politico, senza star e senza il codazzo dei giornalisti .

Ma con tana, tanta gente. Tanta quanta non ne ricordavo.

Dopo aver ascoltato la loro versione del renzismo, o meglio, dei modi spicci e a dialettici con i quali queste persone sono state trattate, ho pensato che stavo capendo di piu’ la consistenza del cazzotto rifilato a telemaco nella notte del 4 dicembre.

La verità è che la fase due del renzismo è assai peggiore della prima. Si, perché ciò che è emerso da questa 3 giorni( infarcita di focus group, seminari e dibattiti, alquanto grotteschi se si pensa che sono tenuti dallo stesso Telemaco che ha accoppato il dialogo parlamentare con una serie interminabile di colpi di fiducia) non è coerente con la natura stessa del renzismo, che è poco democratica, lesta di di mano, padrona dei media e per nulla incline al dibattito, quello vero. E’ peggiore perché si ammanta di un falso pentimento, finge di aver capito che si, qualcosa forse ‘abbiamo sbagliato’. Perché pompa sulla retorica del trolley giovanile precario, portato però dall’etablishment bancario e finanziario dell’Italia che conta , ha la pecunia e gira sul suv.

Ipocrita, perché non è riuscito ad esser se stesso, cioè sfrontato e spaccone, senza doverci mettere un poco di mea culpa E soprattutto furba, perché ha inscenato un dibattito, laddove la controparte non c’era. Già, lo avete notato? Solo applausi.

Gli scissi, non cerano. Orrendi invidiosi hanno preferito andarsene altrove. E quel che piu’ conta, la colpa appare gravare solo ed esclusivamente su di loro, i fuggiaschi.

Scissionisti, vil razza dannata!

La parola ‘scissione’ è stata utilizzata nelle ultima fase del renzismo con una nemmeno tanto nascosta venatura clinico-colpevolizzante.

La parte scissa è colpevole.

Colpevole di aver creato dissidio dentro ad un organismo democratico.

Colpevole di odio, di settarismo. Colpevole di cercare semplicemente l’intralcio al segretario, democraticamente eletto dai membri del partito.

In questi ultimi giorni, scopro anche che sarebbe stata colpevole di aver macinato e tramato nell’ombra con la regia di vecchissimi capibastone del PD, per orchestrare il distacco col solo scopo di indebolire e togliere terreno dai piedi del leader che vinse le primarie, ma che perse il referendum, e mai passò un solo vaglio elettorale.

Come si è arrivati ala famigerata ‘scissione’ chi ha mostrato aderenza al principio di realtà e, soprattutto, fede in quelle che sono le dinamiche democratiche di un partito?

Perché, alla fine della fiera non lo si dimentichi, la vera contrapposizione è stata tra chi voleva tornare alle urne la mattina dopo la sberla referendaria, riproponendo se stesso e la sua cerchia amicale, vs coloro i quali hanno chiesto di discutere.

Della leadership, degli errori commessi. Della classe dirigente che ha portato un partito di massa a sbattere contro la banchisa. Richieste sane, proprie di un corpo dialettico, che on dovrebbe conoscere assolutismi, dictat, o verità imposte.

Istanze che sono state rigettate da Telemaco che di mettersi ad un tavolo di discussione, qualsiasi tavolo che preveda un confronto, anche incalzante, non ne ha mai voluto sapere.

Perché detentore di una verità, la quale , dunque, è di per se inconfutabile.

La pervicace idea che il confronto con chi la pensa in modo diverso sia una evitabile seccatura da liquidare con battute sarcastiche e con l’eliminazione delle voci dissonanti, ha condotto a questo dibattito senza il contraddittorio.

‘Scissione’, termine tremebondo, con echi clinici che hanno risuonato nelle stanze torinesi, e nei wats’up dei commensali che non vedevano l’ora di avere tra le mani un hastag da scambiarsi e ed agitare a prova della loro indefessa buona fede e autoinvestitura di ‘pastori’ verso il sole dell’avvenire.

‘Noi ci abbiamo provato, ma la parte disfunzionale, che non sta alle regole, si è scissa’. Cioè se ne è andata, ha lasciato sua sponte, perché incapace di integrarsi con il tessuto democratico.

La questione a monte, è esattamente rovesciata.
Quando tu sei il capo, e ti prendi responsabilità e decisioni, e sbatti, tu sei l'artefice di un malessere del corpo, in questo caso il pd . Gli scissionisti , con il loro interrogare, incalzare, criticare, anche aspramente, se la vogliamo vedere usando come metafora l'apparato psichico, sono un sintomo. Un sintomo in senso lacaniano, che fa segno, messaggio e metafora.
Come quando ti rechi dalla tua fidanzata, e sai di averla tradita, mentre passeggi e ti ripeti ' è tutto giusto ciò che ho fatto, è la cosa da fare', ma l'attacco di panico ti inchioda prima di suonare il suo campanello, o un lapsus ti fa scambiare il nome dell'amante con quello della patner.
Il sintomo parla, fa dolore, smuove, interroga e chiede. E va ascoltato.
Telemaco perde le amministrative, prende un cazzotto col referendum che doveva incoronarlo. Cosa fa dunque il corpo PD? Si agita, si muove. Porta critiche, obbietta.
Alla frase ' va tutto bene, io sono il capo, si fa come dico io, non si rettifica nulla', mostra i segni di un malessere che mugugna. Ma , e qua sta l'inversione, il capo che pone le basi del malcontento, e non sa ascoltarlo, accusa coloro i quali ne sono portatori di essere cattivi, odianti e autori della scissione Vale a dire di quella divisione che lui stesso ha operato, ponendo dei punti padronali non negoziabili. Costume, buon senso, padronanza del simbolico, avrebbero dovuto portare ad un rettifica. Un redde rationem con noi, gli italiani, e col suo partito. Il PD, partito da lui frantumato e diviso, che conserva una struttura e una base. Altre idee, opinioni. Una ritualità del confronto, forse piu’ nei circoli di base che nelle riunioni di elitè, e questo lo può sapere solo chi si è sorbito interminabili riunioni di periferia nelle piu’ sperdute circoscrizioni, nelle quali si metteva al voto anche la scelta di ordinare coca o pepsi. Quella familgia con la quale il figlio un po’ bulletto, avrebbe dovuto fare la famosa 'riunione e' che si è soliti allestire quando il ragazzaccio torna di notte, con i pantaloni sdruciti e il verbale della municipale.Al cospetto non solo dei padri, ma anche dei fratelli. Dei cugini, degli ziii. Invece costui, intravedendo il limite, la sanzione, la reprimenda, si guarda bene dal sottoporvisi. Questo momento lo fugge, lo evita lanciandosi nuovamente ai 200 all’ora. Nessuna autocritica, assoluta indisponibilità ad accettare altre idee , altre opinioni. Di nuovo, di corsa! Per evitare quel confronto che, forse, metterebbe in pericolo il trono. Corsa contro il tempo, per evitare un secondo referendum popolare sul suo operato, memore del cazzoto in faccia preso quella sera del basta un si. Consapevole che , con ogni probabilità, un altro no stavolta lo lascerebbe definitivamente al tappeto. Come ha detto un ministro del suo governo, le elezioni erano una della modalità di non incontrare per la seconda volta quel reale popolare che ha schiantato la macchina presa a nolo. No, il confronto con le altre anime della famiglia, Telemaco non lo vuole. Scappa fuori accusandoli di non averlo capito, di essere ingrati! Si ritaglia un luogo lontano, indenne da critiche, dal quale ricominciare la guerra fratricida, stavolta colpendo basso, bassissimo. Chi? I suoi stessi parlamentari, usando l’ umiliante l'argomento del vitalizio per il quale, a suo dire, essi cercherebbero di tirare avanti la legislatura. Telemaco, troppo smemorato per ricordarsi di cancellarli quei vitalizi in tre anni (3) di governo, ma abbastanza vecchio da usarli biecamente come arma a pallettoni contro chi va nicchiando alla sua reinconronazione.

Il giovane favoloso?

Vi narrano del Telemaco, colui il quale salta il fossato dei padri immobili e avvinghiati al potere, per segnare una strada nuova. Un ‘innovatore, un Céline del legame sociale, un Platini alla corte del catenacciaro Trapattoni. Una storia, questa, nella quale si favoleggia di una generazione arcigna che ha pensato di fermare il futuro ( quello che prima o poi torna), così che ‘muoia Sansone con tutti i Filistei’, messa alla striglia da chi, in modo legittimo e cristallino, reclama il suo spazio e la sua eredità. Giustamente irrequieto per quel malloppo che papà non vuole mollare. Insomma, un giusto investito dalla missione di portare ‘il bene’. E mentre questa narrazione va in onda, sottotraccia si scorge un agire perverso che, fregandosene delle regole alle quali tutti siamo chiamati a rispondere, tentando di forzarle in ogni modo, saltabecca mediaticamante da un luogo all'altro, garantendosi uno stato di perenne intoccabilità. Telemaco evita e non risponde. Piu’ un SilverSurfer della politica che non l’erede designato. Non se la sente mica troppo di pagare il fio del tubo rotto davanti alla riunione condominiale. Le leggi Europee ci sono. E chi fa parte della famiglia, è tenuto a rispettarle .Il figlio vigoroso lo sapeva bene. Il deficit delle sue leggi di bilancio era troppo alto, insomma, il giovane fustigatore dei costumi paterni, spendeva più’ di quel che aveva. Con la nostra Visa. E oggi, quello che la stampa internazionale ( tutta) chiama ‘il conto di Renzi, ‘arriva sottoforma di tasse e balzelli ( 3,4 miliardi è la stima della manovra aggiuntiva), che pagheremo noi. Noi sfigati, intrappolati nella catena generazionale.

La sinistra, quella che manca.

Nel vocabolario di questo partito, manca l’idea di sinistra. Un termine abusato da qualsiais oratore che abbia avuto i suoi cinque minuti di palcoscenico, da tutti cianciato, ma che nelle loro bocche non significa nulla. Parola ripetuta ossessivamente, perché con la litania ossessiva si cerca di colmare il buco. In questo pd, la sinistra, non c’è.Il renzismo è senza sinistra. Perché ripropone un idea di Stato non con la prospettiva centrata sull’altro da lui, ma sul simile. E’ una destra vecchia, perché alla meritocrazia, preferisce il familismo. Perché non accetta voci dissonanti nella sua logia propietaria. Perché sta sempre e comunque con chi produce il vapore ( qualcuno per caso ha sentito Telemaco e i suoi sodali dire qualcosa, non di sinistra, ma almeno qualcosa, sulle ultime tragiche esternazioni di Marchione ( ‘La Panda si produrrà in Polonia’) No, ne le avete sentite, perché non verranno mai proferite da chi si è fatto forte del mantra ‘ Io sto con Marchionne’. Al Lingotto non è rappresentato il mondo del lavoro, il mondo dei precari. Quella trasversale e sterminata galassia di coloro i quali non ce l’hanno fatta. Non c’è l’operaio, e nemmeno il ceto medio che ha perso il suo potere d’acquisto. Ci sono sempre e solo loro, coloro i quali tempo fa si autoinvestirono della missione di ‘rinnovare l’Italia’ secondo le loro prospettive, che mai hanno tenuto in conto la voce del popolo, delle minoranze. Senza mai in realtà tenere i conto nessuna voce che non fosse allineata. Osservando la parata del Lingotto, si ha l’impressione di assistere ad un tentativo mal riuscito di capire cosa stia accadendo per strada, senza averne gli strumenti. Lavoro, disoccupazione, marginalità, delocalizzazzione, sono concetti e realtà che nessuno di costo ha mai conosciuto direttamente, ma sanno che per recuperare consenso necessitano di imparare in fretta e furia un vocabolario ‘ terreno’ che li spacci, per il solo tempo che intercorre da qua alle elezioni, come gente ‘ eletta’ dal popolo. Sono termini di ‘sinistra’. Quella sinistra che da questo partito, è stata completamente esiliata. Molti anni fa, il figlio del padrone scendeva a giocare con noi, in strada, in provincia di Modena. Aveva un autista personale, vestiva abiti che noi manco in televisione. Il padre, che si stava rendendo conto del suo progressivo isolamento, lo cacciava giu’ a forza ‘ dai, vai a giocare con loro! Non puoi restare chiuso sempre qua dentro’ Lui la buona volontà ce la metteva, ma non sapeva correre e nemmeno tagliarsi un panino, perché in casa qualcuno lo faceva per lui. Le nostre biciclette sgangherate erano ai suoi occhi un qualcosa di mortalmente affascinate, essendo abituato ad aver l’autista personale. Voleva scambiare con noi parola, ma faticava, perché in casa gli era proibito l’uso del dialetto locale, gergo tra noi in voga perché dava senso di familiarità.Il padre voleva a tutti i costi farsi eleggere sindaco, e sapeva che solo attraverso una conoscenza, anche superficiale, del mondo fuori dal suo cortile, avrebbe avuto qualche possibilità. Ma la prima volta che uno di noi prese la cerbottana del figlio per usarla ( era un vera cerbottana in plastica con la maniglia, e non un tubo idraulico come le nostre), scappò piangendo a gambe levate in casa, e non lo vedemmo mai piu’.I leopoldi, sono un po’ così. Sanno oltre i finestrini dei loro Suv, c’è altro. Ma non lo hanno mai direttamente conosciuto. Sono di destra, senza esserne consapevoli. Escono da quella generazione che credeva di fare il bene del mondo appendendo in camera i poster delle banane equo solidali. Hanno sempre scambio la realtà per un tweet, la disoccupazione come un intoppo accettabile del capitalismo al quale essi sono proni. I diritti sindacali non sono da costoro mai stati presi in considerazione, perché appartengono a quella parte di mondo che vede la sindacalizzazione come un intralcio, un un rumoroso chiacchericcio nel giardino. Essi non hanno 'dimenticato' i giovani, perchè a costoro dei giovani non importa nulla. Il futuro del quale parlano, è il loro futuro. L'eredità della quale cianciano, è quella alla quale essi aspirano, con le loro liste bloccate e la loro sete di potere senza fatica. Ai giovani, quelli che sono andati alle urne a votargli addosso, deve restare solo la precarietà infinita, fatta delle loro tutele 'crescenti', e di un mondo del lavoro edificato sui voucher e sulla promessa perenne di una stabilizzazione che a loro non spetta. Nel progetto di Telemaco, il futuro è una prerogativa per eletti. Un gruppo che sta insieme, e in maniera autoreferente ed incestuosa, vuole a tutti i costi preservare e continuare se stessa. Una sorta di investitura che verrà dal capo, preservando propri adepti dal duro confronto con la quotidianità Cosa sono mai , in un Europa di partecipazione, le liste bloccate? Cosa altro se non un arcaica modalità di blindare i propri adepti dalle prove elementari delle democrazia.? Come è possibile, oggi, in tempo di casta giustamente additata di riprodurre se stessa come una casata reale, pensare ancora a candidati imposti dall’alto, sganciati da una reale confronto col territorio? Quale è la natura nemmeno tanto recondita di questa manovra se non assicurare solo ed esclusivamente agli adoratori del capo un posto tranquillo, garantito, ben remunerato in parlamento? I posti in lista bloccati garantiscono adorazione, acclamazione. Devozione. Il solo modo che il Telemaco ha di mantenere il proprio posto, utilizzando il solo strumento che conosce: la mancia, la ricompensa. Dagli 80 euro sino alla promessa di un posto garantito, ecco il metodo trasversale col quale il reuccio paga i suoi cortigiani. Questo fornirà amore infinito, sottomissione e acritica della proprie posizioni. continua un modo di torcere l’apparato democratico alle proprie personalissime dinamiche familistiche. Comunque vada a finire la vicenda giudiziaria del padre di Telemaco ( nei confronti della quale egli ha rispolverato la polverosissima e arcaica menata della persecuzione , senza cadere nel ‘complotto’, ma affermando, da leopoldino raffinato che c’è un ‘disegno’ portato avanti da magistrati interessati solo a fare carriera.) quello che emerge, dopo tanto strombazzare di miti Edipici, Padri gerontocratici pronti a domare il Telemaco intento a guidare il mondo verso un avvenire nuovo e radioso, arriva buon ultima la reale coesistenza del mondo che sta dietro all’ex premier. Come ha scritto su Repubblica un giornalista molto piu’ bravo di me con le lettere, si tratta di un piccolo gruppo di amici con velleità di intrallazzo da bar, con inciuci e legami familistici, piu’ grotteschi che non di reale portata giudiziaria. Chiudere questa vicenda con una ‘mio padre deve pagare il doppio’, è il parallelo del ‘giuro sui mie figli’ di Berlsuconi. Una deriva complottarda paternalistica, debole e goffa, che mescola buoni sentimenti familiari con il senso del giusto e del lodevole, senza mai far intravedere quel minimo spessore di statista che avrebbe dovuto, quantomeno, imporre una censura. Questo perché la dietro, lo statista non c’è. C’è invece un giovane irruento che, dopo aver fatto fuori per la seconda volta coloro i quali gli dicevano di aspettare, rivuole il giocattolo che ha sempre ritenuto suo.

Un mondo perfetto.

Noi amiamo, loro ci odiano.

‘Loro ci odiano’. Ecco il mantra dei puri, chiusi nella riserva virtuosa, utile a proteggerli dai ruminatori di odio che remano alle porte.

Nel meraviglioso libro ‘Occhio del cielo’, il protagonista , a seguito di un esplosione nucleare , si trova catapultato in una dimensione a-temporale,, nella quel gli usi e costumi sono totalmente invertiti, o modificati, rispetto alle norme e regole del legame sociale ai quali lui era abituato.

Servono alcune pagine per capire che Dick non ci introduce a mondi alieni, quanto alla conoscenza di universi artefatti, composti e strutturati in base alla proiezione delle personalità dei protagonisti i quali, di volta, in volta, diventano padroni di creare, plasmare e rendere uniforme un mondo a seconda di quelle che sono le loro paure, i loro desideri, le loro logiche di vita.

In pratica, mondi edificati sulla base della propria soggettività in elaborata ma usata come mattone per la costruzione di realtà modellate a somiglianza del loro es.

Inconsci a cielo aperto.

Ogni realtà è costituita dall’interiorità del protagonista, che diviene legge, regola e ordinatrice del legame sociale. Ecco dunque il mondo di Tetragrammaton, la divinità onnisciente ed eticamente incorruttibile alla quale i devoti devono dedicare la loro vita in adorazione, espressione dei sogni reconditi di Silvester il quale modellò la società ad immagine dei suoi desideri profondi, avendola epurata da ogni opinione o idea dissenziente. “L’appetito di Tetragrammaton era insaziabile. Una personalità infantile, nebulosa, che esigeva un’adorazione costante… e nei termini più scontati. Facile all’ira, Tetragrammaton era altrettanto disposto all’euforia, e godeva molto per quelle forme di adulazione’

Una cosa del tutto simile a quelle che avvenne alla Leopolda. Un piccolo mondo ben protetto, costruito sulla personalità del leader: nessuna voce dissenziente, nessuna parola contraria. Applausi da plebiscito, ovazioni. Quello che si definisce un universo narcisistico elevato a sistema, spacciato per assemblea dibattimentale. Ma questa volta la dimensione è ben diversa.

I ‘nemici’ della voce unica sono stati epurati, banditi, messi alla porta con le accuse proiettive di essere portatori di odio, untori del malanimo.

Come nel racconto di Pilph Dick ‘ solo i credenti si sarebbero salvati (..) tutti gli altri erano destinati a sprofondare all’inferno. (…) La sfilza di nomi includeva quelli che avevano abbracciato l’Unica Vera Fede. Personalità da quattro soldi, insignificanti testimoni della mediocrità più’ assoluta’

Ecco allora, in sequenza, la trita litania dell’amore vs l’odio.

‘Loro ci odiano, noi siamo l’amore. Loro se ne sono andati, essi non ci amano.

Noi siamo il bene e loro il male’. Clinica da bancarella, proiezione sull’altro che anche un neolaureato può scorgere, semplicemente avendo dato una breve scorsa a qualsiasi trattato di psicopatologia tascabile. Ammantarsi dell’abito del portatore di luce, candido e colmo di amore , intento a condurre la solitaria battaglia contro le forze del male.

E ora che abbiam detto la parola ‘sinistra’, tutti sui Suv!

Il Lingotto non è stata la Leopolda. Il botto del referendum è stato troppo doloroso per ritentare la via dell’apericongresso con vip, gente dello spettacolo e lustrini a seguito. Sarebbe stato troppo anche per lo sfrontato Telemaco.

Alle mirabolanti promesse , ha fatto spazio un tono piu attento alle dinamiche della società.

Già, perché?

Solo ora la compagine telemacoide si accorge che l’italia sta andando male?

Solo oggi ci rende conto che nel mondo del lavoro ci sono problemi enormi?

Solo adesso si guarda all’universo della scuola con occhi da statista?

Troppo facile.

Troppo banale.

La verità è che questi soloni in jeans e trolley, sono stati i protagonisti del declino del paese. Economico e dialettico. A Renzi e al renzismo sono da ascrivere i peggioramenti in economia, il fallimento delle politiche del lavoro. La totale assenza di sguardo verso quel mondo giovanile che si è diretto in massa a negargli la fiducia, il 4 di dicembre, e verso il quale dal Lingotto si protende una mano tardiva.

Renzi e il renzismo sono stati quelli che ‘ sempre con marchionne’, e che hanno fatto carne di porco degli insegnanti, sacrificando ipocritamente la sola testa del ministro dell’istruzione.

Forse perché si sono sbagliati?

Forse perché hanno preso un abbaglio lungo tre anni?

O perché qualche ostile nemico non li ha lasciati lavorare?

No, perché la loro anima era, e resta, iperliberista, irridente le minoranze, schierata con i padroni e per nulla interessata al calo del potere di acquisto degli elettori. I loro è un banale orizzonte mercantile, le cui pietre miliari sono una deregolamentazione assoluta, una precarizzazione senza fine, un fastidio per quelle che erano le parole sacre della sinistra storica: diritti, eguaglianza, pluralità. Essi sono ora corsetti a mettere una maschera di decente attenzione e sufficiente interesse verso il problemi del corpo del paese.

In realtà di precarietà, delocalizzazioni, mancanza di denaro, non vogliono sentire il palazzo.

Perché questa non è la loro vita, ma quella del gregge che vogliono di nuovo governare.

Essi non sono autorevoli, ma autoritari

Essi non sono democratici, ma devono stare al gioco. Costoro non amano li popolo, ma si rendono conto che esso esiste. Solo quando hanno incontrato un limite, il voto popolare, hanno dovuto accusare il colpo nello stomaco, e si sono fermati, Ma ad un solo scopo: ritessere le file per la scalata al potere, ricominciare esattamente da dove avevano terminato l’opera.

Non sono cambiati, perché non hanno lo spessore politico per farlo

Non sono diventati attenti alle mancanze del territorio, o ai drammi dei senza lavoro. Hanno semplicemente capito che senza questi temi, non si vice. E questo essi vogliono: vincere.

Vincere, vincere, vincere, sopra ogni altra cosa.

Vincere, affermare se stessi e riprendersi quel trono ritenuto ingiustamente strappato da masse orientate da forze politiche complottarde ed incestuose.

Essi adorano il capo, ma stigmatizzano l’adorazione che altri movimenti mostrano verso un capo. Essi sono impelagati in trappole giudiziarie ( dalle banche, ai problemi familiari di Renzi) ma vedono nell’altro la pagliuzza contro la quale agitare i loro campari con le olive.

Ereditare?

La consistenza della parola di un erede si vede dalla sua capacità di sottoporla a confronto, a falsificazione. Ereditare, in politica, non è un diritto acquisito, né un privilegio reale, come il renzismo ci vuol fare credere.

Ereditare in politica significa saper fare da punto di congiunzione tra le parole dei padri innestandole nel futuro dei figli. E ciò lo si può fare solo se la propria parola viene sottoposta al confronto, alla validazione degli altri contendenti. In questo caso, dalla Leopolda al Lingotto, non c’è traccia di voci che reclamino l’eredità, perché alcuni sono stati messi fuori, altri liquidati al ritmo di ‘stai sereno’. L’eredità diventa un piatto ricco da prendere al volo, senza che nessun altro possa mettere voce, da spartire con gli amici fidati.

L’eredità n questo caso è un maltolto, un bottino scippato alla storia, abusando di quella patente chiamata ‘sinistra’, che Telemaco e i suoi sodali usano indebitamente .

Ed ora, sipario. Lasciate i trolley fatti acquistare al centro commerciale, e risalite sui vostri Suv.

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