La stanza 101. Lo sguardo di uno psicoanalista sul contemporaneo.

25 Marzo Mar 2017 2133 25 marzo 2017

Quando le associazioni non sono piu' libere. Psicoanalisi, dibattito e censura in rete.

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Un pò dei tempo fa, a seguito della Leopolda, dove il mondo renziano si è dato appuntamento, scrissi questo post ( http://www.lettera43.it/it/blog/la-stanza-101-lo-sguardo-di-uno-psicoanalista-sul-contemporaneo/2016/11/13/la-voce-del-padrone/4413/)
Questo non voleva essere, e non era, un vero e proprio articolo ‘politico’, quanto piuttosto la mia opinione nel merito dell’uso che del vocabolario psicoanalitico si fece in quella giornata. Questo perché è il mio lavoro. Sappiamo tutti ormai della definizione che Recalcati, lo psicologo analista della Leopolda, ha dato di temi come ‘Telemaco’, inteso come figura nuova di leader ragazzo, capace di sfuggire alle pressioni ed intimidazioni che l’immobilismo che alcuni padri vetusti sono soliti esercitare su quei figli i quali non accettano la novità e la capacità do ‘innovare’. Non lo riprendo, anche perché ha avuto in rete una eco assai vasta.
C’è un solo luogo ‘virtuale’ nel quale l’articolo non è stato commentato, perché da li è stato rimosso :sul diario Facebook del diretto interessato.
La cosa mi ha colpito, non poco. Perché si tratta di un personaggio pubblico, che da un luogo pubblico (la tv) accende un tema, innesca una sequela di reazioni, ma cancella una delle critiche ( analiticamente parlando) più’ pungenti e commentate in rete come tanti hanno riconosciuto. Anche persone che solitamente non mi sono amiche.


Va tutto bene?

Apparentemente, il problema non si pone, giacché la frase con la quale tanti mi hanno risposto è : ‘ciascuno, sul suo profilo Facebook, è libero di fare ciò che più’ gli aggrada’.
Questo assunto, in sé totalmente condivisibile e punto di argine nella democrazia ‘digitale ’ allo straripamento dei ‘troll’’o dei commentatori maleducati, tuttavia non si dimostra sufficiente a giustificare questo episodio.
Almeno, per me. Oggi abbiamo a che fare con una mutazione del concetto di ‘personaggi pubblico’. Avere oggi un account Facebook e twitter, è tutt’uno con lo scrivere sulla carta stampata, o rilasciare interviste alla tv, o alla radio. Il tweet, vale come un intervista.Se lo emetti, ti assumi la responsabilità di averlo fatto, e accetti il dialogo dibattito che ne consegue come se davvero si fosse in un contraddittorio con altri che non la pensano come te.
Purché rispettoso e non offensivo, ovviamente.

La verità si annida in una bizzarra modalità di intendere il ruolo di ‘personaggio pubblico’, tutta italiana, dunque inficiata di da un vulnus che la rende apparentemente una posizione ‘anglosassone’, ma in pratica si riduce ad un belletto formale che cela una maligna tendenza a fare a meno del contraddittorio.
Se tu parli da un palco politico, trasmesso su tutte le tv nazionali, prendi una posizione pubblica. Se gestisci un sito personale, con dicitura ‘personaggio pubblico’, e lì accenni a questioni politiche toccate in quel momento mediatico, indossi completamente l’abito del ‘columnist’ pubblico, che parla da un agorà, che tocca questioni di tipo generale ( politiche, sociali). In un paese normale ne deriverebbe una quasi consecutivo obbligo di dibattito, di interlocuzione con tutti coloro i quali si sentono di accettare l’ingaggio in quella discussione, fatto salvo per chi utilizza farsi offensive scorrette o che calpestano la libera espressione dell’altro.
In un paese normale, appunto.
Nella italica democrazia elettronica, specchio più’ fedele della realtà perché libero da ogni giudizio che non sia il fantomatico centro operativo di Facebook che si occupa di indicare cosa sia o meno conforme agli standard, può invece avvenire che uno personaggio pubblico, a fronte di un articolo pertinente, motivato, ficcante e incisivo, letto centinaia di volte in giro per la rete , lo elimini.
Cancellando , in maniera unidirezionale la possibilità dell’interlocutore di obiettare qualunque cosa, di dire la propria.

Ciascuno sul suo account Facebook, fa quello che gli pare’, . Torna come un mantra le risposta un pò pelosa è un può sfuggevole di tanti amici, colleghi interpellati nel merito.
E più’ risuona, sempre meno appare convincente.

Perchè?

Chiunque può, a casa propria, censurare.
Già, ma che lavoro fa il censore?
Lo psicoanalista, non un lavoro qualsiasi.
Una posizione che fa, o dovrebbe fare, della garanzia della libera parola la propria ‘mission’.
Una posizione che per sua stessa natura non contempla, o non dovrebbe contemplare, la censura.
Si, fare l’analista, non è un mestiere come tutti gli altri. E quand’anche ciascuno nella propria intimità possa pensare quel che gli pare, aver qualsiasi idea politica, a monte ci sta, o dovrebbe starci, la garanzia della libera associazione.
Solo in seduta, e non suo social?
Si, passabile.
Cosi’ è, alla prova dei fatti.
Nulla da obbiettare

Ma non convincente. Almeno non per me. Perchè?
Chi mai può, lucidamente, essere contrario al fatto che sul proprio account si possa far ciò che si vuole?
Nessuno.
Mica siamo in Corea de Nord.

Ma, e qua sta la cosa ‘strana’ questa frase tranchant, spesso limitata a scambi da tastiera piuttosto breve veloci , è venuta da alcuni colleghi. Non molti, in verità.
Si, colleghi del mondo psy.
I custodi della libera associazione!
Tutti ovviamente contrari a quello che scrivevo , e ci mancherebbe, ma tutti avallanti l’idea che l’estensore del pensiero che tutto ha originato, aveva la libertà assoluta non di criticare, additare o demolire, il mio intervento .

Ma di eliminarlo, eliminando virtualmente me dai commentatori.

Qualcosa non mi torna, e mai mi tornerà, anche mentre ripeto dentro di me i sacri mantra delle libertà individuali ‘ ciascuno sul suo sito fb può cancellare chi gli pare’.

Come si può, facendo per mestiere il garante della parola, stralciare un commento ad una discussione che tu hai , da palchi mediatici importanti, innescato?

Credo che chi lavora nel mondo psy, dovrebbe vedere la censura ccome elemento da combattere in ogni luogo, fisico o virtuale.
A Spada tratta

L’adesione alle idee di un pensatore possono influire tanto a fondo da rendere opaco il senso di spinta alla libera discussione, di chi si occupa del mondo psi?

Come può un collega, anch’esso come me intento nella difesa della parola, vedendo l’utilizzo che è stato fatto della psicoanalisi alla leopolda, non avere almeno il desiderio che un opinione contraria e circostanziata fosse quantomeno portata in discussione? ( 'Senta! Ciascuno fa quello che gli pare! mi ha ringhiato un collega via tastiera)

Tanti congressi, seminari, pubbliche discussioni ho visto, E a quante ho partecipato attivamente. E quante, ma quante volte ho visto colleghi scannarsi in modo violento ed appassionato sull’uso della psicoanalisi, sui suoi dogmi, sui suoi principi o sulle derive cliniche.
Miliardi di volte. E tante volte ho portato critiche, e altrettante ne ho prese in faccia.
Duramante.
Credo che se in uno solo di questi dibattiti, avessi visto un relatore spegnere il microfono al suo interlocutore, togliendoli la possibilità di controbattere, non sarei rimasto fermo a guardare. E non avrei accettato un ‘ nella mia discussione, o esposizione, posso fare quello che voglio’.
Me ne sarei andato , anche un pò incazzato.

Ma si sa, sul proprio account Facebook, ciascuno fa quello che gli pare.


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