La stanza 101. Lo sguardo di uno psicoanalista sul contemporaneo.

19 Settembre Set 2017 2302 19 settembre 2017

Una risposta a Rocco Ronchi. La ( vera) libertà ed autonomia dell'intelletuale. Renzi, Recalcati e company

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La rivista DoppioZero ha pubblicato un articolo di Rocco Ronchi, che si è prodotto in una strenua e non richiesta difesa di Massimo Recalcati.

Una mia replica, essendo chiamato in causa, non ha trovato spazio sulle loro colonne, in quanto 'la questione finisce qua', come ho avuto in risposta.

La pubblico su queste colonne, in omaggio alla vera libertà di replica.

( questo l'articolo di Rocco Ronchi http://www.doppiozero.com/materiali/recalcati-renzi-e-ppp )

l dibattito che è fiorito sul fertile terreno dissodato dal carteggio Miller-Recalcati, ben commentato da Rocco Ronchi su queste pagine, trae la sua forza da due canali di irrigazione sotterranei che lo sottendono e lo nutrono. Il rapporto psicoanalisi-politica e la libertà di espressione dell’intellettuale nel contemporaneo sono i veri punti critici attorno ai quali la discussione ha conosciuto vieppiu’ un crescente clangore delle armi dialettiche.

Sgombriamo subito il campo da un equivoco di partenza. Qua non è in discussione la libertà di parola di nessuno, tantomeno quella di Recalcati. E chi, sopratutto nel popolo del web, ha sguainato la baionetta scambiando questa tenzone per una 'battaglia per la libertà di espressione' ha volutamente scelto una scorciatoia dialettica per sorvolare questioni ben più complesse e ramificate. Sulle quali, forse, è ben dire qualcosa.

Apprendo dalle parole di Ronchi di far parte dei ‘buoni e sinceri democratici’ i quali, dopo che la mano paterna di papà Miller si è calata sulle loro tremule teste, si sono ‘fatti coraggio’ trovando la forza di apporre la loro firma alla petizione tesa a contrastare l’utilizzo del nome di Pier Paolo Pasolini come significante -cartellone avvitato sulla porta di entrata della scuola politica del renzismo. La qual cosa indurrebbe a ‘ridere a crepapelle’. Parole queste che paiono delimitare una trincea dietro la quale si sarebbero radunati i goffi e malmostosi censori intenti a firmare a capo chino petizioni liberticide che non comprendono appieno perché emanate da un’entità rabbinica con potere assoluto su di loro, tragici golem privi di volontà che non sia quella del padrone. Una schiera di nemici della libera espressione allineata come uruk- ay alle porte dello studio dello psicoanalista, intenta a far roteare la mordacchia della censura. Una variante di questa tesi, e che in quell’articolo viene altresì sposata, descrive l'altra metà dei critici dell’operazione ‘Scuola Politica PPP’ animati da un più' prosaico invidioso livore in quanto incapaci di perdonare 'il successo’ del suddetto analista’.

Divisioni nette, facili, ben spendibili, che paiono non tenere in conto il libero pensiero critico di tanti che, temendo un tentativo di stravolgimento operato sulle idee del poeta bolognese e intuendone un' inquadramento forzato ad un progetto politico ritenuto abissalmente lontano dal sentire dell'autore degli Scritti Corsari, hanno scelto di esprimersi in maniera contraria. Dunque: o succubi del pifferaio Miller, o mossi da livida invidia.
Una ferrea divisione che non lascia scampo ai firmatari, e non prevede una terza posizione.

Come Lacan ha insegnato, non c'è mai nulla di superficiale sulla superficie. La storiella dei malevoli che premono alla porta degli eletti virtuosi intenti a prodigarsi per il bene comune di una comunità di irriconoscenti , è a ben vedere uno degli elementi portanti dello story telling renzista, oggi più che mai in auge dopo le recenti sberle elettorali e in vista di una faticosa campagna elettorale siciliana che vede Telemaco cercare a destra i naturali compagni di viaggio. ‘La fuori c’è solo l’odio’ è infatti il mantra ricorrente che ha fatto da sottotitolo alle due conventions renziane , la Leopolda e il Lingotto.

Entriamo così a piedi uniti nella prima grande questione che ha messo carbone nella caldaia della polemica: l’accusa mossa da più' parti a Recalcati, uomo libero tanto quanto chi lo critica, non è quella di aver preso parte alle assise del PD (!), quanto l'avere offerto il linguaggio analitico alla causa del renzismo, quando questo movimento si era già ampiamente svelato nella sua opera di bonifica del lessico parlato dal popolo delle magliette gialle dai vocaboli portanti della sinistra, optando per una deriva palesemente centrista e, in termini di politiche sul lavoro, fieramente destrorsa e iperliberista. Una critica dunque ‘tecnica’ dalla quale è conseguita l’altra querelle, quella inerente la libertà dell' intellettuale di schierarsi politicamente, che sarebbe stata violata. Questione completamente mal posta la seconda, come da più' parti ampiamente motivato, ma troppo spesso sovrapposta alla prima, tanto da renderle il piu’ delle volte artatamente indistinte.

Più’ volte J. A Miller ha sostenuto la necessità di ‘parlare la lingua dell’altro’, cercando di rendere l’analista una figura attuale, moderna, capace di lasciare sempre più le mura dello studio. Difficile, ma non impossibile, immaginare che si riferisse anche alle kermesse di corrente di partito come le passerelle renziane, le quali hanno rappresentato più un pertugio aperto sul salotto esclusivo di una piccola élite, che non l'ascolto e l'amplificazione delle voci della città, tra le quali la psicoanalisi deve camminare e districarsi per estrarre la cifra dei nuovi disagi che affliggono il tessuto sociale. La psicoanalisi per molti che la praticano, piuttosto che accasarsi presso un’avanguardia benpensante e satolla, colma di mezzi e piena di verità, dovrebbe andare laddove la carne della città è viva, in bilico, precaria, disoccupata. Dove c’è il vuoto, dove qualcosa manca, cercando di dare voce a tutti coloro i quali la voce l’hanno persa, al prezzo di volgarizzarsi.
Insomma, stare lontana da quella del padrone paventato da Lacan.

Nelle giornate celebrative del renzismo solo alcune voci ben selezionate della società erano rappresentate. Non certo quelle dei docenti toccati dalle disastrose ed umilianti riforme del governo Renzi - Boschi, nè quelle dei giovani mortificati dal jobs act, altro caposaldo renzista di intendere il mondo del lavoro, manco quelle degli operai della Fiat colpiti dal ‘modello Marchionne’, uomo col quale il leader della Leopolda si è sempre detto in piena sintonia. Se la psicoanalisi la si vuole usare in città, dans la rue, si deve cercare di arrivare anche nelle periferie. Pena, il cadere in un gioco di specchi dove il padrone si bea delle sue parole che risuonano nitide in mancanza di contraddittorio, ma sfumano in mezzo agli applausi e voci univoche del coro.

Ma non è ancora questo il nocciolo della questione. Se Recalcati, come tanti altri, si sente vicino politicamante a statisti quali Renzi, Boschi, Lotti, Poletti, ( per citare alcuni degli esponenti più' rappresentativi dei suoi tre anni di Governo) nessuno, dico nessuno, può lontanamente pensare di muovergli critiche. In una società laica e libera, il senso di appartenenza, le affinità, il legame che nasce da percorsi o battaglie comuni, non può nè deve diventare oggetto di discussione nel merito. Sia ben chiaro.
Il fatto è che come uomini possiamo andare ovunque. Entrare in qualsiasi consesso liberamente. Come analisti sappiamo tuttavia che esistono stanze che ci impongo di lasciare il soprabito fuori dalla porta. La questione dell’‘opacità’ dell’analista, vale a dire la capacità tenace di non lasciare trasparire che poco o nulla dei propri vissuti interiori, è un articolo cardine della costituzione analitica, che gli permette di restare tale, occupando il posto informe che gli compete indipendentemente dal mutare dei tempi e dei costumi. L’analista, affinché il dispositivo funzioni e non si tramuti in qualcosa d’altro, deve saper mantenere questa posizione il più possibile decolorata, quel posto che Lacan definisce dello ‘scarto’. In seduta, certo. Ma non solo. Viceversa, il mostrare pubblicamente le proprie pulsioni, passioni, idee, afflati religiosi, vestendole del lessico clinico, può sfociare in qualcosa può essere percepito come un giudizio diagnostico extra moenia.
In un mondo mediatico che implica una ripetizione infinita del messaggio lanciato, la sovraesposizione di un clinico che utilizza un linguaggio da addetti ai lavori è qualcosa che può turbare, scuotere, colpire, pasticciare il lavoro in corso di tanti che si sono sentiti chiamati in causa, trovandosi al contempo accolti sul lettino ma additati davanti alla televisione. Penso al lavoro analitico delle ‘mummie masochiste’ che hanno votato no al referendum che il renzismo ha indetto su se stesso, perdendolo. Mi chiedo quale sarebbe la reazione dei miei analizzanti, del pd, o quelli di sinistra, o di destra estrema, se mi vedessero non già schierato, quanto ‘arruolato’ imbracciando la doppietta del dsm in uno dei tanti palchi politici ai quali ho partecipato. Apostrofando parte di essi come un ‘corpo unico’ posseduto da intenti 'incestuosi', o ' paranoici' ( stando all'ultimo articolo su Repubblica che divideva più' o meno l'elettorato in chi odia Renzi e chi no) , definendoli in base a questa o quella affezione dalla quale sarebbero interessati. Quanto poco ci vorrebbe a rovinare anni di faticosa costruzione di rapporti uno per uno, densi di elementi transferali da tenere sotto controllo, sempre a passare il panno che tolga dalla pelle dell'analista quegli odori, quelle polveri, quegli umori che possono renderlo troppo vivo e schierato, troppo partecipe del mondo, troppo intriso di quel godimento fuori le mura rendendo critica la necessità di ricoprire il posto del nulla in seduta. Come entreranno in studio, dalla Leopolda in poi, tutti questi analizzanti che hanno votano no? E chi Renzi semplicemente non lo stima ? E chi vota Grillo? Tante ore passate sul lettino della propria rettifica personale, con lavori minuziosi e faticosi sulla pelle del proprio inconscio, resisteranno alla diagnosi di massa effettuata dal video? ( chi si ricorda la definizione data della sinistra massimalista, definizione banale e a suo tempo remoto usata dal mondo doroteo che nel frasario Telemaico definisce tutto quello che non sta nel perimetro renzista, incolpata di 'fascinazione masochista' e 'godimento della distruzione'? ) L’uso del linguaggio analitico per definire, e mal apostrofare, non un singolo, ma un’intera categoria di persone unite esclusivamente dal loro orientamento referendario e dunque politico, è una deriva tossica della parola. Già lo preconizzava Philip Dick in 'Occhio del cielo' quando diceva ‘Coloro che ti sono avversi, sono pazzi’ : usare la diagnosi per stigmatizzare, categorizzare, delocalizzare tutto quello che sfugge alla propria capacità di ordinare simbolicamente, risponde alla necessità arcaica di dipingere il dissenziente come barbaro, malato, una sorta di Frankenstein angosciante che cammina per strada terrorizzando la tranquilla popolazione e premendo alle porte, come nella serie Wayward Pines.
Taglio di bistecca con mannaia; tre pezzi di carne: i vecchi mummificati intrisi di godimento mortifero che non fanno che odiare, gli adolescenti perenni ed incestuosi abbagliati da Grillo, e, finalmente, gli ‘eletti’ kennedyani, dotati di verbo, idee e sognatori. Diceva quel tale ‘Le eresie devono pur esistere’, ed è proprio questo il vero spirito laico dello psicoanalista. Aprire la porta ed accogliere tutto ciò che è dissonante, incomprensibile. Quell’elemento di sorpresa che distingue la clinica analitica da un processo di normalizzazione, poiché all’analista non importa nulla nè dell’ordine pubblico, nè del consenso. Essere masochista, paranoico, fobico, schizofrenico, dissociato, non è una colpa. Sono strutture che il soggetto si trova ad abitare, lui nonostante. Quando parli di clinica, e fai il mestiere di Freud, usi il linguaggio al pieno delle sue potenzialità, gravido delle sue implicazioni. Il masochista non è secondo Lacan semplicemente colui il quale gode soffrendo, bensì un deietto. Dunque un soggetto deresponsabilizzato. L’ 'accozzaglia' del no ( per usare uno dei tanti gentili epiteti del vocabolario renzista ) sapeva di essere gruppo di burattini in cerca di padrone, come Peter Sellers di ‘Oltre il giardino’? Con questa micidiale prospettiva, nella prospettiva renzo-lacaniana, il dissenso diventa ipso facto paranoico perché attenta alla verità del capo. Leggendo l'ultimo libro di Renzi ci si immerge infatti in un mondo popolato da contrari rematori, nemici insidiosi che ne avrebbero impedito il cammino di indomito rottamatore. L’europa, Enrico Letta, D'Alema, la comunicazione, Berlusconi, il Gundam. Delocalizzazione di cause esterne del tracollo invernale di un percorso politico che, in realtà, non ha mai trovato sufficiente forza politica ed elettorale per reggersi sulle proprie gambe, costretto dapprima ad arruolare Berlusconi come patner politico ai tempi del Nazareno e del colpo alle spalle ad Enrico Letta, poi Alfano, ed infine l'ottimo Pisapia per coprire la voragine a sinistra, luogo mancante nella geografia simbolico-politica del renzismo.
Fa riflettere, ma in quest'ottica non stupisce, il ricorso frequente alla legge, l’arma giudiziaria come strumento supplementare della propria dialettica. Il renzismo pare difettare degli strumenti del confronto con il quotidiano, con la realtà anche aspra del dibattito. Qualunque contaminazione, obiezione, intersezione, viene vissuta come un grave attentato alla regola aurea che vige nel salotto insonorizzato. E questo rende l’ambiente assai poco pasoliniano. Commercianti che vivono nel quotidiano, e accusano Oscar Farinetti di avere avuto un ingresso agevolato nel mondo della ristorazione, ottengono come risposta una intenzione di querela. La ministra Boschi, accusata di aver agevolato una banca a lei vicina quando ricopriva una carica pubblica, tuona contro de Bortoli sostenendo, in conferenza stampa, che se ne sarebbero occupati i suoi legali. Questo perché il potere, e Pasolini lo sapeva bene, alla fine, è sempre uguale a sé stesso. Per sua stessa natura è paranoico, e non tollera le voci dissenzienti perché è forcluso. E la sua forclusione è direttamente proporzionale alla forza muscolare che mette in campo per zittire le voci dissonanti. Libero di fare quel che vuole dentro a regole rigide impartite agli altri, costituisce quel discorso che la psicoanalisi deve avversare, non lisciare. Può essa essere messa al servizio di un potere che si blinda, che cambia i direttori dei telegiornali in corso d’opera per garantirsi una miglior audience? Che manganella i dissenzienti fuori le mura? Non mi si dica che i manifestanti fermati e percossi alle porte della Leopolda dalle forze dell’ordine e dal servizio di sicurezza del Pd erano tutti facinorosi black block. Al netto delle condotte violente, erano la voce contrastante e sintomatica di un discorso che vuole diventare egemone, ma , analiticamente, non riesce a fare i conti con ciò che resiste alla sua volontà, e per questo viene messo al bando. I manifestanti pestati erano quel reale inassimilato che, se forcluso a manganellate, torna, e sempre tornerà, come insegna Lacan, dalla finestra, che dovrà essere sempre più spessa, più barricata. Per proteggere gli eletti dall’avanzare scomposto del nemico, che avrà le sembianze vieppiù del persecutore, del perturbante, del kakon, del cattivo partigiano, passerella linguistica degli orrori a significare che nell’altro qualcosa non funziona, mentre dentro alla piramide c’è la salute e la tranquillità. L’analisi è sfida, è verità minoritaria. E’ incontro con l’alterità, messa in discussione di un sapere, qualunque esso sia. L’analisi, in quanto tale, è una resistenza all’omologazione, al dire comune. In questo è pasoliniana. Il dire analitico disturba il padrone, non lo blandisce. La vera sfida della psicoanalisi sta nel parlare con la medicina, con la psichiatria. Anche con la politica, ma non accovacciati al camino mentre il sovrano sorseggia il tè. “Quanti stili, o generi, o movimenti letterari, sognano una cosa sola: assumere una funzione maggiore del linguaggio, offrire i propri servizi come lingua di stato”, scrivevano Deleuze e Guattari a proposito della letteratura.

Nella catena significante lacaniana, ottimamente descritta dall'articolo di Ronchi per avvalorare la sua tesi, il soggetto è rappresentato da un significante per un altro significante, sino a diluire la sua presenza in diversi elementi che fluiscono, senza che nessuno lo possa mai significare del tutto.
Se esiste qualcosa che incarna l'esatto contrario di questa posizione transeunte, è proprio il renzismo, la cui bulimica voracità di potere è un elemento non significantizzabile. Un osso, una pietra refrattaria a qualsiasi commercio con l'altro, un isola che vive di slogan e di assoluti costruendo bunker sulla spiaggia per difendersi dagli sbarchi dei portatori di odio disseminati nelle acqua antistanti la fortezza. Nella sua evoluzione poche cose appaiono chiare come il fatto che nel suo farsi discorso non ci sono parole, non c'è dialettica, ma un fine ultimo che lo condensa e lo riassume, rendendo inutile qualsiasi esegesi del suo agire: il potere. ‘Giocare al tavolo verde è lo scopo della mia vita, giocare viene prima e va oltre la vita, giocare è la vita' mi racconta il giocatore d'azzardo in seduta, estraendo dal suo discorso quell’elemento sinthomatico che non richiede alcuna interpretazione, ma solo una gestione. Il sinthomo descrive quel cerchio nel quale causa e fine coincidono dando forma ad un corpo unico che non tollera essere messo in discussione. Non di politica propositiva, non di sano polemon sono dunque impastati i mattoni del renzismo, quanto di una malta che non lascia filtrare null'altro che l'eco delle proprie parole, ossessivamente ripetute come una haka a rinsaldamento delle fila della propria ristretta comunità, senza che il nemico sia effettivamente alle porte. 'Il fine del potere, è il potere', è forse questo l'adagio orwelliano che più' delle parole di Pasolini fornisce la cifra del renzismo, come dimostra la pervicace ed estenuante ricerca di un varco legislativo o temporale nel quale incunearsi per fare cadere, come lo scorpione di Esopo, l’ennesimo governo, pur di riprendersi quello scranno del quale si è sentito orbato ingiustamente, quando, la notte del 4 Dicembre, il popolo si è precipitato in massa ad inoculare nelle fessure delle mura leopoldine un assaggio di principio di realtà.

La strutturazione di questo anello chiuso potere-parola, crea, delimita e blinda un campo a - dialettico nel quale non solo la psicoanalisi dovrebbe sentirsi davvero a casa, ma anche PPP appare, lui nonostante, come un corpo estraneo. Scrive il poeta a Mario Costanzo: ' Io non credo nell'esistenza del tuo mondo, dove si cercano seguaci, dove s'inventano cerchie'. Come integrare quest'anima di borgata in un mondo nel quale il dissenso è ignorato, isolato o espulso ? Nel quale si ricorre a formule quali ‘scissione ‘per stigmatizzare e zittire la componente interna sfuggita al controllo? Questo termine è stata utilizzato nell' ultima fase del renzismo con una nemmeno tanto nascosta venatura clinico-colpevolizzante. La parte scissa è colpevole. Colpevole di aver creato dissidio dentro ad un organismo che non contempla l'obiezione, accusato di arrecare disordine e intralcio al segretario eletto e pacificatore. Il vocabolo freudiano è divenuto un termine tremebondo, con echi che hanno risuonato nelle stanze torinesi e nei whatsapp dei commensali che non vedevano l’ora di avere tra le mani un hashtag da scambiarsi ed esibire a prova della loro indefessa buona fede e autoinvestitura di adepti di Telemaco. ‘Noi ci abbiamo provato, ma la parte disfunzionale, che non sta alle regole, si è scissa’ hanno affermato i maggiorenti del renzismo, validando l'idea che questa se ne sia andata suapte sponte perché incapace di integrarsi con il tessuto dialettico del partito. La questione a monte, è esattamente rovesciata. Gli scissionisti, con il loro interrogare, incalzare, criticare, anche aspramente, se la vogliamo vedere usando come metafora l’apparato psichico, costituivano un sintomo. Un sintomo in senso lacaniano, che fa segno, messaggio e metafora. Il sintomo parla, arreca dolore, stupisce e manda in crisi, smuove, interroga e chiede. E va ascoltato. Invece, in questo caso, è stato fatto accomodare alla porta come elemento non integrabile.
Come in una analisi andata male: si caccia fuori dalla porta il paziente che porta enigmi e mette in discussione i fondamenti della cura analitica.

Ritengo, per concludere, che il dialogo psicoanalisi politica sia una cosa inedita, potenzialmente positiva ed arricchente, nel quale io stesso mi sono cimentato. L’incontro tra questi due discorsi ha il merito di generare un’area di dibattito ancora inesplorata, sulla quale è naturale che si innestino confronti e polemiche. E’ invece incomprensibile e non augurabile uno schierarsi che scivoli verso una reductio ad curvam rifiutando l’approdo ad un dibattito approfondito e costruttivo. Da qualsiasi parte il tifo provenga.

I peana levatisi da alcune parti dell’etere a difesa della supposta lesa libertà di espressione dello psicoanalista milanese, sono dunque del tutto fuori luogo. Non abbiamo a che fare con la campagna di silenzio che gli intellettuali francesi, Sartre in testa, orchestrarono per impedire a Céline , tornato a Medoun, di dire la sua nella Francia dalla quale venne esiliato per le sue colpe letterarie. Non è in ballo l’oscuramento della parola del dr Semmelweis, isolato e ridotto al silenzio fino a condurlo alla pazzia, per aver osato individuare nella scarsa igiene dei medici la causa della febbre puerperale che nel 1840 flagellava le partorienti. Nulla di tutto questo.
Parliamo di un professionista che viene sobriamente intervistato all'ora di cena da Fabio Fazio, la cui onestà intellettuale non è in discussione.

Vedo e concordo con quello che Ronchi sostiene, cioè ' l'agire della 'responsabilità vissuta come obbligo etico e conseguenza inevitabile della professione intellettuale'. Vedo anche io, e ciò mi infastidisce profondamente in quanto persona libera e laica, un opaco pullulare di malelingue che vorrebbe insinuare riconoscimenti politici successivi, come è accaduto per tanti partecipanti alla Leopolda della prima ora. Rifiuto nettamente queste derive sospettose perché costituiscono un avvelenamento della dialettica. La questione che io pongo è squisitamente legata alla psicoanalisi e alla sua area di applicazione.
E su questo è bene che si dibatta.

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