L'arco di Ulisse

17 Dicembre Dic 2013 0000 17 dicembre 2013

Scalfari, il “senex” che detesta il pensiero irrefrenabile

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Non vi è dubbio che la polemica tra Eugenio Scalfari e Barbara Spinelli, all’interno de “la Repubblica”, riesca a suscitare un’attenzione che, da tempo ormai, nessun articolo critico del giornale medesimo sulla classe dirigente, o sulla inidoneità di tanti suoi interpreti politici, è in grado di sollecitare. La faccenda sarà sufficientemente nota, e a poco servirebbe, dunque, ripercorrerla qui con dovizia di particolari. In sostanza, l’Eugenio immusonito, domenica scorsa ha scritto: “(…) Intanto il fuoco dei cannoni da strapazzo si concentra su Napolitano. Spara Grillo, spara Travaglio, spara perfino Barbara Spinelli. Quest’ultimo nome mi addolora profondamente.” Subito dopo, da par suo, il senex imbronciato, dopo i complimenti di rito elargiti alla brava giornalista, la rimbrotta in questo modo: “Sento da tempo affetto e una profonda stima per Barbara, per la sua conoscenza dei classici … ma conosce poco o nulla della storia d’Italia quando scrive che la decadenza ebbe inizio negli anni ’70 del secolo scorso e perdura tuttora. (…) Cara Barbara, ho letto nel tuo ultimo articolo che forse il grillismo potrebbe essere sperimentato. E ho anche ascoltato i tuoi appunti su Napolitano affidati alla recitazione di Travaglio. Ti assicuro che da questo momento in poi cancello dalla mia memoria quanto ho ora ricordato. Voglio solo pensare il meglio di te a cominciare dal fatto che sei la figlia di Altiero Spinelli. Ricordalo sempre anche tu e sarà il tuo maggior bene.”
Barbara Spinelli, sobriamente e serenamente replica: “Sono stupita dalle parole che Eugenio Scalfari dedica non tanto e non solo alle mie idee sulla crisi italiana ma, direttamente, con una violenza di cui non lo credevo capace, alla mia persona.
Violento è infatti l’uso che fa di Altiero Spinelli, del quale nessuno di noi può appropriarsi: chi può dire come reagirebbe oggi, di fronte alle rovine d’Italia e dell’Europa da lui pensata nel carcere dove il fascismo l’aveva rinchiuso, e difesa sino all’ultimo nel Parlamento europeo? Non ne sono eredi né Scalfari, né il Presidente della Repubblica, e neppure io. Il miglior modo di rispettare i morti è non divorarli, il che vuol dire: non adoperarli per propri scopi politici o personali. Mi dispiace che Scalfari abbia derogato a questa regola aurea.
Quanto al Movimento 5 Stelle, io dico che va ascoltato: senza la sua scossa il discorso pubblico continuerebbe a ignorare la crisi dei partiti, i modi del loro finanziamento, l’abisso che li separa dalla loro base. Mettere il M5S sullo stesso piano di Marine Le Pen o di Alba Dorata più che un errore è una contro-verità. È anche un gesto di intolleranza verso chi la pensa diversamente. In proposito vorrei dire un’ultima cosa: è inutile e quantomeno scorretto accusare Grillo di condannare alla gogna i giornalisti, quando all’interno d’una stessa testata appaiono attacchi di questo tipo ai colleghi.”

Forse, la vicenda, ben al di là di ogni simpatia per i due protagonisti, offre diversi spunti di riflessione. Tanto per cominciare, ci si potrebbe convincere che al giornale fondato da Scalfari non piaccia il pensiero in movimento e in libertà. Quello, tanto per intendersi, che veicola messaggi con autentica onestà intellettuale, che raccoglie una vera istanza popolare, che si fa tramite di una reale insofferenza collettiva. E non apprezza, ancora l’Eugenio accigliato, un modello di critica che non ricalchi stancamente e ripetutamente il tracciato retorico di un opinionismo fintamente autorevole, intriso di vezzi canonici, a ostruire ad arte la circolazione delle parole che contano, che esprimono umori, che si leggono con piacere. Naturalmente, non va dimenticato che il rinomato editorialista figura come uno dei migliori comunicatori della carta stampata, certamente un osservatore che asseconda il proprio estro con studi di ricerca, riuscendo quasi sempre a conservare un ragguardevole grado di distinzione. Mi verrebbe da dire, guarda un po’, che gli autori che conoscono i segreti della scrittura hanno ragione anche quando prendono abbagli clamorosi. Per questo, io che sono sempre stato un assiduo lettore del grande maestro di Civitavecchia, voglio ricordarne esempi sintomatici di abbacinamento. Inizio dall’ottimismo celebrativo, la fiducia incondizionata e il giudizio lusinghiero che il celebre giornalista riponeva nel Pd appena costituito, tessendone, da finissimo artigiano paroliere, il prospetto di una forza moderna e progressista, innovatrice e riformista, conferendogli finanche una rassicurante capacità nel dare risposte adeguate alle esigenze comuni e nel farsi autorevole punto di riferimento per le masse. Proseguo con la promozione dell’illusione veltroniana, quando andava cianciando di una sinistra europea e al passo con i tempi. E finisco, mi pare ovvio, con l’ attualissima liturgia intorno alle figure di Enrico Letta e Giorgio Napolitano, estesa nella forma di una prudente saggezza, a difesa e a garanzia di una politica di occultamento.

E mai, in questo lungo periodo buio, che gli sia venuto in mente di essere anti-berlusconiano in un modo diverso, che non fosse quello abituale, espresso dalle pagine del suo glorioso giornale, dove, negli anni, ha descritto il berlusconismo come una grottesca mascalzonata, senza, tuttavia, registrarne l’untuosa impronta che andava lasciando sul tessuto sociale della nazione, svilendo e svuotando, così, una verità che forse andava raccontata in maniera meno narcisistica e spettacolare, e più vicina alle sensazioni popolari. Mai una volta, che avesse considerato un errore scagliarsi sistematicamente contro il Cavaliere e i suoi servili adepti dall’alto di una superiorità morale che sapeva di elitarismo intellettuale (professionale), ma non di giustizia sociale, di ordine etico, di utilità pubblica. E mai, ma proprio mai, che avesse pronunciato opportunamente questo nome: Enrico Berlinguer. Strano, per uno che, sin dalla fondazione del suo giornale, è andato costruendo la propria fortuna seguendo la scia luccicante lasciata dalla “questione morale” posta dall’eccellente segretario del Pci. Già, Berlinguer adottava una maniera semplice e concreta quando poneva il suddetto tema storico, e non si lasciava andare ad un vanitoso quanto inutile esercizio dialettico, nel tentativo di sbeffeggiare un potere che a suo giudizio andava soprattutto ribaltato.
I comunicatori, oggi, sono in cerca dell’effetto mediatico anche quando la gravità di un fatto che danneggia rovinosamente il Paese meriterebbe la più essenziale, contegnosa e disciplinata delle analisi. Dare addosso alla signora Spinelli, una mente convenientemente analitica, in un frangente dove la realtà viene oscenamente analizzata da mediocrità disarmanti, rappresenta niente altro che l’ennesima prova di forza (si fa per dire) di un giornalismo tristemente ancorato ai gangli vitali di un potere oscurantista, non rispettoso dell’intelligenza al servizio dell’immediatezza, avverso alla sperimentazione della verità con mezzi diversi da quelli predefiniti e abbondantemente collaudati.
Qualunque osservatore che non risulti uno sprovveduto avrà notato come lo scaltrissimo Eugenio, faccia uso di congetture di ordine sociologico e filosofico, costruite seguendo una strategia superficialmente riflessiva, aventi come fine ultimo un bersaglio fisso da colpire, rappresentato unicamente dal M5s, come se si trattasse di far fronte al male peggiore, a cui, invece, la Spinelli ha rivolto un’attenzione costruttiva.

Tutti ai remi per salvare la nave!” , tuonava poco tempo addietro l’ex direttore, invitando gli italiani al più assurdo e buffo dei sacrifici, sostenendo il ricorso alla pressione fiscale del governo tecnico. Passato ad essere favorevolissimo all’esecutivo delle “larghe intese”, ora appoggia, sempre con disinvoltura, quello delle intese meno larghe e più strategiche. Coerente, l’Eugenio super moderato, nella sua distanza abissale da un giornalismo illuminante, ci mancherebbe altro! Un comportamento, il suo, dato da una linea di continuità che si basa sulla condivisione dell’imposizione di nuove tasse; come se la popolazione non fosse già abbastanza stremata, come se il rimedio all’inettitudine dei governanti fosse eternamente identificabile nello sfruttamento dei cittadini. Ritengo, francamente, che viviamo una realtà dove ognuno di noi debba cercare, necessariamente, di dare il giusto valore alle cose e alle persone, nella prospettiva di non rinunciare alla possibilità di rivalutarle, o ridimensionarle. Eugenio Scalfari, ad ogni modo, è un testimone fondamentale e prezioso del nostro tempo, e per forza maggiore non può essere immune da responsabilità per la sorte che riguarda tanti italiani. Qualcuno deve pur rendergliene conto.

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