L'arco di Ulisse

26 Maggio Mag 2014 1337 26 maggio 2014

Il sondaggista, un mestiere deviato dalla falsità dell'ovvietà

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Nel sondaggio dell'Istituto Piepoli, il M5s è sempre più vicino al Pd che resta primo partito d'Italia.

Non vi è dubbio: diversamente dal passato, i sondaggi di opinione non risultano idonei ad anticipare i risultati elettorali. La scorsa volta non hanno saputo prevedere il boom del M5s, ora non ne hanno previsto l'insuccesso, tanto meno hanno avuto sentore della straordinaria affermazione del Pd. Pare abbastanza chiaro (a tutti meno che ai sondaggisti) che i metodi tradizionali per svolgere un sondaggio siano del tutto inadeguati per ottenere stime verosimili da elaborare al fine di azzardare un esito del voto, senza incorrere nel rischio beffardo di prendere imbarazzanti cantonate. Sarebbe ora di cambiare qualcosa nel processo di indagine dei professionisti dell'improbabilità profetica, che sparano scemenze a raffica in cambio di lauti guadagni. Davvero, ci vuole, poi, tanto a comprendere che l'elettorato nazionale sia tra i più volubili e lunatici d'Europa e che una parte consistente di esso passi con disinvoltura da un partito all'altro, decidendo di farlo anche all'ultimo minuto, giusto un attimo prima di entrare nel seggio elettorale? Non solo, si può credere ciecamente e attribuire in automatico una veridicità a dichiarazioni di voto che si rivelano, evidentemente, false?

Naturalmente, oltre che dall'indagine tecnica, vera e propria, una previsione di carattere meramente politico potrebbe e dovrebbe essere condizionata anche da un minimo di riflessione sul contesto che avvolge la competizione elettorale e i protagonisti che la determinano. E, magari, prendendo in considerazione, anche a livello superficiale, la tecnica di comunicazione ripetitiva, monotematica, tambureggiante di Grillo, se ne poteva dedurre una sensazione di fastidio, dovuta ad una divulgazione sempre uguale, tanto nel ritmo che nelle parole, eternamente legata ai motivi dell'insofferenza istintiva e poco ragionata, linearmente propagata nella stessa direzione di marcia: volta a demolire, a scalfire, a delegittimare un sistema che ingloba lo stesso movimento che vorrebbe distruggerlo. Un leader politico che piazza oltre 150 persone in Parlamento dovrebbe adottare una strategia di comunicazione in linea con contenuti e forme linguistiche apprezzabili, volta ad esprimere proposte e riflessioni di ordine sociale ed ideologico, non ininterrottamente ripiegata a rimurginare sull'inadeguatezza di avversari che, alla fine, si sono dimostrati più accorti ed avveduti, proprio perché capaci di trasmettere, con le parole e gli atteggiamenti, un impegno a risolvere i problemi del paese. Queste europee hanno rivelato che la rabbia (grillesca) non è più forte e convincente della speranza (renziana), come molti osservatori, giornalisti e sondaggisti sospettavano, temevano e andavano sostenendo. La stessa contrapposizione, presentata dialetticamente da Renzi negli ultimi giorni della campagna elettorale, era stata additata da intellttuali e fini osservatori come rischiosa e controproducente per il Pd. Così, non è stato. Ma, coloro che hanno argomentato sulle bacche di cipresso saranno ancora chiamati nei talk e dai giornali ad esprimere le loro puntuali ed infallibili previsioni sbagliate. Forse, sarebbe ora di dare a Cesare quel che è di Cesare e di prendere atto della semplicità stupefacente che caratterizza la comunicazione efficiente e moderna del Pd e di Renzi.

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