L'arco di Ulisse

25 Giugno Giu 2014 1316 25 giugno 2014

Non c'era Divinità che non tifasse per l'Uruguay! (Critica della critica)

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Il giorno dopo la sconfitta che è costata l'eleminazione dal mondiale alla nazionale di calcio italiana, la critica, si fa per dire, dei giornalisti sportivi e non, si scatena in commenti tecnici e moralistici di banalissima fattura, adoperando metafore di facile consumo e parallelismi pseudo-politici degni del miglior repertorio leghista. Voilà, tra giornali specializzati in materia ed importanti siti web la saga del populismo del 'The day after' è servita! Coloro che erano pronti a decantare stucchevolmente la gloria di una squadra di calcio, oggi si dispongono nell'esercizio contrario, riuscendo, da par loro, a raggiungere un abituale grado di piccolezza. Che si perda o si vinca, la solfa è sempre la stessa: un lessico melmoso e nauseabondo che accompagna a destinazione, tra i neuroni semi-morti degli appassionati, concetti stagnanti e stancanti fino all'insopportabilità. Incompetenti ed ineleganti di ogni sorta si avventurano con vergognosa audacia nel percorso degli spinosi sentieri dell'osservazione più ambita, alla ricerca di una originalità a loro preclusa dalla stessa natura di cui sono fatti. Ciabattoni che premono i polpasterlli su una tastiera, che non conoscono la fatica della scrittura e l'estensione dell'inchiostro, non avendo, probabilmente, mai impugnato una penna se non per firmare contratti onerosi inversamente proporzionali alla loro bravura, rendono conto del significato recondito di una disfatta della nazionale o di una crisi socio-politica con lo stesso acume intellettivo di chi si infarcisce di slogan distribuiti a iosa dal mainstream dell'informazione.

Eppure, per raccontare Italia-Uruguay al di là della competizione sportiva e del risultato, basterebbe semplicemente non pensare, magari riportando, in maniera elementare, le notizie più sintomatiche relative al Presidente della nazione che ci ha battuto a pallone. Basterebbe tracciarne un profilo che risulti reale, veritiero, rivelatore. Basterebbe informare i tifosi italiani circa la sensibilità che sta alla guida dell'Uruguay e, quasi certamente, alla sua squadra di foot-ball.

Pertanto, José Mujica, ex guerrigliero durante la dittatura, è il Presidente dell'Uruguay. Riceve uno stipendio di 12.000 dollari al mese per il suo ruolo di guida del paese, ma ne dona circa il 90% alle persone bisognose. Possiede un Maggiolino degli anni '70 e due trattori. Vive in una piccola fattoria alla periferia di Montevideo. Dallo stipendio egli trattiene per sé 1500 dollari: ha dichiarato che quella somma gli deve bastare perché molti suoi connazionali vivono con molto meno. Di padre catalano e madre ligure, in soli 4 anni anni di mandato ha raggiunto straordinari traguardi nella lotta alla disoccupazione e alla povertà, facendosi amare dall'intero popolo uruguaiano. Da più parti è indicato come miglior Presidente del mondo. Ateo, ha incoraggiato la libertà di culto. Ha trascorso 13 anni in carcere, durante il periodo di regime, ed era tra i nove prigionieri che i militari avrebbero ucciso se i tupamaros del Movimiento de Liberaciòn Nacional, (nome che deriva da Tùpac Amaru II, ultimo e glorioso Re degli Inca), avvessero compiuto attentati. Prima della partita con l'Italia ha lanciato questo messaggio alle famiglie dei bambini che praticano il calcio: 'Stiamo attenti a non mettere al centro il denaro. State attenti, voi che siete le loro famiglie, a non usarli per le vostre ambizioni, a non togliere loro gli anni di libertà e felicità, a non sperare che siano fonte di ricchezza. Ricordatevi che prima del Maracanà, prima del 1950, i nostri giocatori non erano chiamati a giocare all’estero, eppure erano già i più forti del mondo. Ricordatevi che siamo diventati campioni del mondo imparando a giocare a calcio per strada, non nei vivai con i genitori che fanno i presidenti e gli allenatori. Nei cortili, nel tempo del divertimento e del piacere, senza scarpe e con una maglia sola per tutto l’anno.'

La sconfitta dell'Italia contro la nazionale di un paese guidato da un simile uomo, è molto più salutare di qualsiasi vittoria. Questo, forse anche le veline e i tronisti lo capirebbero, tranne certi operatori dell'informazione e dell'intrattenimento.

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