L'arco di Ulisse

8 Luglio Lug 2014 1606 08 luglio 2014

L'Unità risorga dalle ceneri di Gramsci!

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In tanti avranno visto, sul sito de l'Unità e sui principali social network, il video-appello, rivolto al Premier, dei giornalisti del glorioso quotidiano fondato da Gramsci. Il documento, per certi versi pietistico e per altri patetico, non rivela alcun pathos che sia proprio di lavoratori intellettuali al servizio di una comunicazione contrassegnata da un'etica predominante. Va da sé che un conto è vedere degli operai aggrapparsi al diritto di reclamare la conservazione del posto di lavoro, invocando la salvezza dell'azienda presso cui prestano la loro opera, un altro è osservare delle cosiddette 'grandi firme' dimenarsi in un piagnisteo retorico a salvezza della loro sopravvalutata identità di comunicatori. Pare logico abbastanza che se il giornale in questione non si vende lo si deve alla sua mancanza di appeal, alla sua matrice grigiamente critica, alle sue sfumature intellettualmente scolorite. In pratica, l'Unità è in agonia perché agonizzante è il pensiero portante di cui le sue pagine sono permeate. Pertanto - e il ragionamento non fa una grinza - i critici che inutilmente vi si applicano non sono, evidentemente, dei pensatori in grado di andare oltre la scontatezza del mainstream generale e di attrarre una sensibilità popolare che va facendosi sempre più esigente.

Mi auguro, dunque, che i tecnici e gli operatori della distribuzione del quotidiano, esenti da ogni responsabilità morale del declino della testata, restino al loro posto in vista di una sua auspicabile rifondazione. E che vadano a cercarsi lavoro altrove, così come capita a chiunque non sia capace di mantenere competitivo il prodotto a cui lavora, tutti coloro che nelle vesti di 'grandi manager', di 'bravi direttori' e di 'grandi firme' hanno contribuito con i loro talenti a rendere l'Unità un giornale mediocre ed invendibile.

Perché mai il Presidente del Consiglio di uno stato come il nostro dovrebbe salvare un giornale? E in che modo potrebbe farlo se non con i soldi dei contribuenti? Che, le migliaia di aziende chiuse e le relative sciagure umane hanno forse avuto un'assistenza di tipo statale? Davvero vale la pena andare in soccorso di parolai stancanti, continuando ad ignorare le richieste di aiuto di intere e fondamentali categorie lavorative? Se il cosiddetto rischio d'impresa esiste per gogni altra professione, perché non dovrebbe essere contemplato anche per la cerchia dei giornalisti in voga? Via, cosa hanno di tanto diverso e più nobile le tante servette settecentesche istruite che affollano le redazioni? Che vadano, come è loro abitudine, alla ricerca di famiglie blasonate che fanno loro da padrone!

Antonio Gramsci, il padre del comunismo italiano, fondò l'Unità nel 1924. Da allora ai giorni nostri il giornale ha fatto e avuto una storia più o meno nota a tutti, non solo agli addetti ai lavori. Nessuno è così sprovveduto da credere che la sinistra e l'organo di informazione possano avere lo stesso piglio di una volta e suscitare lo stesso senso di appartenenza presso i simpatizzanti e i lettori. Ecco perché, sant'iddio, tanto vale che l'Unità rinnovi la sua identità partendo proprio dalle 'Ceneri di Gramsci', mettendo in circolo una produzione di cultura politica, idee e proposte che sappiano, oggi, come allora, confrontarsi con la sconveniente contemporaneità ed ergersi a faro spandiluce per le nuove generazioni. Vadano, allora, in provvidenziale alternativa, quelli de l'Unità, sulla tomba di Gramsci, nel Cimitero degli Inglesi, a Roma (tra porta San Paolo e il Testaccio), e leggano ad alta voce la poesia di Pierpaolo Pasolini! Trovino in quei versi che sanno di storia vissuta, di schiena dritta, di popolare speranza, la voglia di far rinascere quelle pagine una volta tanto amate, apprezzate e distribuite.